Sabato, 31 ottobre nella splendida cornice storica di Villa Amendola, ad Avellino, si è tenuta, nell’ambito della rassegna “Avellino letteraria”, diretta da Annamaria Picillo, la presentazione del libro di Pasquale Martucci, Sentieri sospesi. Con la proposta di questo libro, Annamaria Picillo conferma la sua capacità di individuare, senza preclusioni, nè distinzioni precostituite, testi sicuramente validi, capaci di attrarre interesse e attenzione da parte del pubblico, testi, in ogni caso, funzionali alla sua idea della cultura, intesa come strumento di crescita culturale e civile. Un’idea nella quale crede fermamente, e sulla quale ha scommesso da sempre, idea che è poi il nucleo fondante della sua costante, e dobbiamo dire, ampiamente riconosciuta, opera di promozione culturale che porta avanti da sempre con lo stesso entusiasmo e con la stessa passione, e che ha reso la sua rassegna uno dei più validi punti di riferimento culturali del nostro territorio. E dunque l’evento di ieri, di così alto spessore, per il valore dell’Autore e dei protagonisti che hanno sollecitato il dibattito, è la prova tangibile di questa sua capacità, che ha raccolto nelle precedenti cinque edizioni della rassegna, ampi consensi. Di indubbio interesse il valore del libro e la statura culturale dell’Autore, un sociologo che opera con uno sguardo multidisciplinare, aperto a una visione dinamica del sapere, fedele a un’idea di cultura, intesa, appunto, come dialogo tra i saperi, saperi differenziati, temi su cui si è articolato il dibattito. Una prospettiva di lettura felicemente stigmatizzata nella citazione posta in epigrafe del libro che rinvia al concetto di “indisponibilità”, elaborato dal sociologo tedesco Hartmut Rosa, uno degli esponenti di spicco della quarta generazione della teoria critica francofortese La serata è stata introdotta da una analisi incisiva di Floriana Guerriero, giornalista del “Corriere dell’Irpinia”, che ha ricostruito con la consueta sagacia espressiva, la complessa architettura del libro.
Non è senza significato che Martucci fondi la sua ricerca sul forte connubio tra cultura e territorio. E cultura e territorio vuol dire soprattutto promuovere e valorizzare i luoghi delle nostre radici, i luoghi della memoria come momenti fondanti di quello che egli stesso ha felicemente definito il Genius loci, ovverossia «lo spirito, l’anima, l’atmosfera che si respira, ma anche i colori, gli odori, i suoni, il linguaggio della popolazione, il silenzio». Sono questi i luoghi dell’anima che testimoniano l’enorme patrimonio di saperi e di valori ereditati dalla tradizione e che noi abbiamo il dovere di difendere contro lo sgretolamento dei valori in atto nella società contemporanea, travolta dal delirio dell’esasperato individualismo, dell’odio, dell’intolleranza, alimentati da un vuoto culturale e da una miseria spirituale dilagante.
La soluzione proposta da Martucci è quella di un giusto compromesso tra valorizzazione della tradizione e apertura verso il nuovo. E per raggiungere questo scopo l’autore, adottando il termine heideggeriano di Sentieri, indica quattro fondamentali percorsi, in questo caso non interrotti, ma “sospesi”, e cioè aperti al divenire: nei Sentieri della cultura esplorati, Martucci, da sociologo esperto, parte da un’idea inclusiva di cultura nella quale determinante è sicuramente il contesto sociale, ma anche tutta la complessa rete di simboli, miti e immagini che riguardano la vita pratica e quella immaginaria, e non a caso si ferma a lungo sul concetto di identità, di relazione, di risonanza che sono alla base di una cultura identitaria collettiva che guarda al passato ma si proietta al futuro.
E proprio su questo aspetto, fondamentali sono state le sollecitazioni emerse dal confronto con i tre studiosi che hanno partecipato al dibattito. In primis Paolo Apolito, antropologo italiano tra i massimi studiosi di antropologia religiosa e antropologia simbolica. Al centro delle sue attenzioni il sentimento profondo, la disponibilità a una relazione con gli altri, la prossimità dei corpi e quindi il legame comunitario, condizioni che spingono a “guardare dentro per riscoprire quel dinamismo magnetico che in certe condizioni si sviluppa come un’energia irresistibile che attrae e lega insieme le persone”. E accanto a lui Massimo Montanile, scrittore e teorico, esperto nelle pratiche più diffuse dell’innovazione tecnologica, formatosi negli anni 80 a Ivrea, e al modello Olivettiano, soprattutto oggi, nell’era dell’Intelligenza Artificiale, Massimo ha sempre guardato con profonda convinzione alla ricerca di un possibile equilibrio tra memoria, innovazione, etica e centralità della persona, un modello che lo ha spinto a lavorare senza posa, intrecciando esperienze, saperi e visioni del futuro, senza mai perdere di vista il valore dell’umano (temi che sono molto vicini allo spirito dell’Associazione culturale Intrecci, da lui presieduta).
E qui non posso non richiamare la brillante sintesi di Franco Arminio nell’ambito di una presentazione di Radici e algoritmi di Massimo Montanile, tenuta a Roma, a Palazzo Valentini, il 2 ottobre scorso. Mi riferisco al video messaggio del Poeta che ha salutato gli ospiti intervenuti (Rino Caputo, Cristiana Freni, Florinda Nardi), collocando l’opera di Massimo all’intreccio tra memoria e futuro, e cito testualmente «tra computer e pero selvatico», concludendo con un auspicio che qui è bene richiamare “E che la memoria e il futuro sìano con voi”. Si può ben dire che sia proprio questo il punto di incontro di Massimo con le idee espresse da Pasquale Martucci nel libro offerto ieri all’attenzione del pubblico. A completare il quadro gli spunti emersi dal confronto con Floriana Guerriero, giornalista competente, professionale e instancabile (ma anche docente di lingua inglese), capace di raccontare il mondo della cultura con una disinvoltura e una visione dinamica del sapere, dote non scontata nel mondo del giornalismo di oggi.
Aggiungo solo una breve riflessione sull’opera di Pasquale Martucci che tanto ci ha intrigati, un libro che si occupa delle dinamiche relazionali e dei temi della complessità sociale, rivolgendo una particolare attenzione al territorio e a un’idea di cultura, intesa come “dialogo tra i saperi”, che si confrontano, come ho già detto, con il concetto di “indisponibilità”. Il libro non si limita alla semplice analisi teorica, ma lavora in un continuo interscambio tra teoria ed applicazione pratica.
L’elemento di novità di questo libro sta proprio nell’intento di ricostruire le dinamiche che presiedono al processo evolutivo della conoscenza, in uno scambio inter-relazionale (interazione) tra passato, presente e futuro, cioè come Martucci stesso chiarisce «tra la memoria di una cultura, che ha fondato l’esistenza, e le dinamiche evolutive di una società in rapido cambiamento». E per attuare questo progetto l’Autore propone un modello di sociologia dello sviluppo culturale, indicando la strada per integrare i saperi interdisciplinari che rendono meno intricato il percorso dei sentieri sospesi tra passato/presente/futuro. E’ ben evidente, come Martucci stesso ha confermato, che per realizzare questo progetto è necessario ricorrere, attraverso una ricerca continua, «a forme epistemologiche idonee ad interpretare ed approfondire le dinamiche attuali».
Si spiega perchè alla fine questi Sentieri sospesi si propongono come “sentieri della conoscenza”, e cioè sentieri aperti alla conoscenza dell’altro, e alla prospettiva del nuovo. Ecco perchè per attraversare questi sentieri sono state affrontate le differenze centro/periferia, il contesto, il mondo materiale e immateriale; i fenomeni di marginalità, il passaggio da società forti e definite a quelle che vivono precarietà e incertezza, una modernità non ancora realizzata. Nella fase che stiamo vivendo si propongono “nuove traiettorie” che possano evolvere, considerando la “ricchezza territoriale”, le forme di “partecipazione e governance”, l’“autodeterminazione”, per progettare la propria qualità di vita ed un’esistenza libera e democratica.
Le sollecitazioni emerse dal dibattito sono state tante, e per tanti versi costruttive, provocando un sincero e corale appagamento nel numeroso pubblico intervenuto. Le letture dal testo, tenute dall’Autore stesso, si sono alternate agli Intermezzi musicali, tenuti da Salvatore Santaniello al sassofono e da Patrizia Girardi alla chitarra, quello spazio musicale al quale Annamaria Picillo non ha mai rinunciato, semmai intensificando l’apertura a forme espressive diverse (danza, ballo) che confermano lo spirito arricchente e inclusivo di questa Rassegna.
Milena Montanile
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