“Tra amore e giustizia. La pace al centro della Commedia“
prolusione del professor Rino Caputo.
L’incontro, apertura del percorso culturale 2026 di INTRECCI – Associazione Culturale, si svolgerà
il 15 maggio 2026 alle ore 11:30
presso la Biblioteca Privinciale – Avellino.
In allegato un breve video di Massimo Montanile.
One Response to “Evento “Intrecci” – Tra amore e giustizia”
VINCENZO AVERSANO
14 Maggio 2026 at 12:01
Carissimi,
sono contento e grato agli organizzatori di questa prolusione del prof. Rino Caputo, incentrata su DANTE E LA COMMEDIA, COME POEMA DELLA PACE. Mi permetto solo ricordare che questa acquisizione è frutto dei profondissimi studi di Mario Aversano, che già aveva dimostrato, almeno 30 anni fa, questa BELLA VERITA’ (PURTROPPO DISCONOSCIUTA DA UN CERTO DANTISMO D’ACCATTO…), scoprendo tra l’altro la presenza, nel Poema (altrettanto disconosciuta…), della figura del CONSIGLIERE DI PACE (CIACCO, SORDELLO , MARCO LOMBARDO, SORDELLO, ECC.), e MOSTRANDO IL VERO RITRATTO (del Lorenzetti e, prima, di Giotto) del Divino Poeta. Di tutto ciò è conferma in più di 30 pubblicazioni del detto Autore, apprezzate dai più grandi Dantisti italiani e Stranieri, confluite ora e implementate nel Commento integrale alla Commedia, di Mario AVERSANO APPUNTO, PER L’EDITORE Rubbettino, 2025, che certamente vi sarà noto, o almeno lo sarà allo specialista prof. Caputo.
Allego qui un mio saggio, appunto sul ritratto di Dante, pubblicato in UNO DEGLI ULTIMI NUMERI DI “NUOVO MERIDIONALISMO”, dove potrete trovare la versione comprendente le immagini, che qui non riesco a inviarvi.
Spero che di quanto rappresentatovi si faccia opportuna menzione dell’intervento del relatore, ma che soprattutto si valorizzi il Commento di Mario, mio fratello, presentato con successo già all’Università di Salerno e, qualche settimana fa, alla Villa Altieri di Roma, ad opera di tre illustri Accademici Dantisti di Roma 3 e di Roma La Sapienza.
Grato, porgo cordiali saluti,
Prof. Vincenzo Aversano (fratello di Mario)
Vincenzo Aversano
IL RITRATTO DI DANTE, VERO, VIVO E OPERATIVO, AUTORE AMBROGIO LORENZETTI
UNA SCOPERTA DA VALORIZZARE*
Quasi un quarto di secolo fa Mario Aversano, dantista molto apprezzato in Italia e all’estero, individuò la figura del “divin poeta” col suo reale volto in un affresco di Ambrogio Lorenzetti, noto come l’Allegoria del buon governo, realizzato nella «Sala della Pace» del Comune di Siena: l’esule fiorentino compare quasi in testa a un corteo di 24 «consiglieri» disposti a coppia e sostenenti una corda, espressione della divina Giustizia e diretta, attraverso la Concordia, al Reggente del comune. L’Autore annunciò questa scoperta durante una relazione al LXXVI Congresso. Internazionale della Società Dante Alighieri, ivi celebrato, dedicando poi all’argomento un lungo e “motivante” articolo, in «Quaderni della Dante. Ferrara», 2005 (poi ripubblicato in Aversano, 2011): a uno dei due si rimanda per specifici approfondimenti, impossibili da rendere in questa perorazione riassuntiva.
Sulla “doppia” dimostrazione di Aversano, globalmente inconfutabile – mi pare – in quanto basata su oltre trenta indizi intertestuali, calò uno “strano” silenzio della comunicazione scientifica e mass-mediale, che suona affronto sia a Dante e al suo ritrattista, sia all’Autore della scoperta, procurando, fatto che più importa, un danno all’interesse culturale collettivo. Eppure da molto tempo l’idea di questo saggio sembra considerata da un autore estero (Kühr, 2012: V., ad es., a p. 75, per l’influsso della Monarchia sull’iconografia dell’affresco; ma per tale nesso V. Aversano, 1, pp. 525-526 e 532-533), studioso conosciuto e/o citato da colleghi italiani, specie se esperti di Lorenzetti, come M. Seidel e S. Calamai; inoltre, il titolo di Aversano compare in evidenza quale esito alla libera ricerca sulla voce «ritratto», al 4° posto su ben 42 articoli, nell’Archivio della Bibliografia Dantesca Internazionale, gestito dalla Società Dantesca Italiana in collaborazione con The Dante Society of America (importante strumento digitale per tutti i dantisti): la posizione apicale testimonia la grande pertinenza e specificità dello scritto relativamente al tema del ritratto dantesco, nonché l’importanza che questo assume nel dibattito scientifico-letterario.
Giova dunque riassumere il contenuto di quel saggio, non senza aver prima precisato che chi scrive ha esatta conoscenza della difficoltà del tema (delibato in migliaia di pubblicazioni), della cui sconfinatezza si può avere idea nella bibliografia inclusa, in corpo minuscolo, nella magistrale ricerca di Sonia Chiodo (2017, pp. 371-376) e nell’altrettale saggio di Isabella Valente (Ivi, pp. 377-452), pubblicati in un volume prestigioso: ivi però i due saggi di Mario Aversano, sebbene editi da circa vent’anni nelle citate due sedi di assoluta visibilità, vengono del tutto ignorati, mentre il suo nome nemmeno compare nell’Indice dei nomi propri e delle fonti delle Vite di Dante (Ivi, pp. 455-479): senza polemica, lascio al lettore ogni debita considerazione.
Anche per rimediare a tanto inspiegabile silenzio bibliografico, tuttora permanente, vengo al mio assunto-riassunto dello scritto di Aversano. Preliminarmente l’A. precisa un dato indispensabile a fondamento del proprio discorso dimostrativo, ossia la presenza – nella Commedia – di una figura fondamentale della Teologia Politica “applicata” di Dante, finora mai individuata nei commenti, e cioè quella del «consigliere» dei reggenti, monarchi, capi religiosi e simili. Essa è fondamentale – sostiene l’A. sulla scia del Sommo Poeta – ad assicurare, per gli Stati o unità municipali, il bene interno ed esterno, secondo Giustizia, Concordia e Pace. Ciò comporta che, insieme con l’Imperium e il Sacerdotium (Papato), occorre che si collochi il Consilium, terzo Potere o “Sole” che dir si voglia, il cui esponente, forte di ingegno e studio, deve essere savio, cioè filosofo attivo ed egemone in quanto rappresentante della cultura (fatta di sapienza e derivata da buon insegnamento): Mardocheo, Sordello di Goito e Marco Lombardo sono i modelli di questa figura «del ben fare e del ben dire», anche in poesia.
Posto che Dante è noto per aver svolto in vita l’apprezzata funzione di «alto consigliere», quanto appena asserito giustifica la sua ben risaltata presenza nell’affresco lorenzettiano, e rivela più in generale che l’intera strutturazione delle relative scene, comprese le figure allegoriche chiamate in causa, contenga chiari richiami alla Divina Commedia (per es. tutti i sesti canti, “politici”, e specie il XVI del Purg.– il 16 è il numero consiliare per eccellenza – e dell’Inf.: Aversano, 1, p. 531), ma anche ad altre opere dantesche, attraverso cui sono di massima ripresi anche concetti e simboli risalenti ad autori classici e medioevali. Su tale linea l’Aversano dimostra, fonti alla mano, i
*Ringrazio il Prof. Donato Pirovano, Ordinario di Filologia e Critica Dantesca all’Università di Milano, per i preziosi consigli bibliografici e testuali resi a me, Non-Dantista, nello stilare questa nota.
seguenti assunti, schematizzabili per obbligo di spazio come segue: almeno dopo Roma e Firenze, Siena è la città dove più si studiava e condivideva l’opera di Dante; non a caso i suoi reggenti commissionarono le raffigurazioni di pace e discordia al Lorenzetti, che era un «dotto» oltre che pittore (secondo il Ghiberti), tanto che il Vasari gli attribuirà natura «più tosto di gentiluomo e di filosofo che di artefice»: per di più, membro a Siena del Consiglio dei Paciari e, alla stregua di Dante, immatricolato nell’Arte dei Medici e Speziali; nella rappresentazione i registri pittorici sono disposti secondo la gerarchia dantesca: in basso le virtù cardinali, in alto quelle teologali, con al sommo la Carità; l’importanza che Dante dà alla Sapienza viene rispettata nel largo spazio che l’affresco riserva a questa allegorica figura; le sei didascalie delle scene sono state ideate probabilmente dallo stesso pittore, data la sua riconosciuta cultura: in esse Aversano, comparandole con versi o frasi della Commedia, del Convivio o di altre opere dantesche, col metodo della «semiosi obbligata» trova conferma del sicuro contatto intertestuale; a dimostrazione di tali conclusioni si citano: a) la prima didascalia, riferita alla Concordia (e non alla Giustizia, come è invalso dire, corregge Aversano…), dove si leggono le parole «unità», ed «effetto»; b) a tale allegoria è invece attinente la scritta di ascendenza dantesca: «Volgete li occhi a rimirar Costei»; c) molte altre concordanze, tra il pittore e il poeta, son verificabili per alcuni termini usati nelle legende («diserto», «sospetti», «scuri», ecc.), anche quelle apposte nelle scene del «Cattivo Governo» (eclatante intertestualità nella frase «Convien che tirannia sormonti» di Inf., VI, Canto di Ciacco; per non dire del vocabolo «nequizia», condiviso nel significato non di semplice malvagità ma di discordia-divisione-guerra: per altre “coincidenze”, V. Aversano, 1, pp. 539-542.).
A ulteriore comprova dell’esattezza delle sue argomentazioni Aversano ricorda che anni prima perfino Simone Martini, nell’affresco del Palazzo Pubblico di Siena, noto come La Maestà, risenta della lezione di Dante, preannunziando il senso degli affreschi lorenzettiani: lo sguardo ammonitore del Bambino fissa i consiglieri e per parte sua la Madonna si rivolge agli angeli asserendo che Le «dilettano i buoni consigli», ancor più che rose e gigli. Per tali parole l’A. giunge a sospettare che i tre artisti si siano conosciuti e, fra l’altro, scopre che, nell’affresco senese in parola, la corda appare maggiormente esibita e visibile proprio all’altezza di Dante, là dove gli cinge il braccio, cala giù, passa tra l’indice e il medio della sua mano e risale a coinvolgere la figura che lo precede; inoltre, il personaggio che gli sta dietro indica al suo vicino, con indice, pollice e medio della destra, il numero tre, forse alludendo all’Autore delle tre cantiche e/o anche individuando il «patto di concordia e armonia quale vige nella perfezione del numero [tre] e nell’essenza della Musica e dell’Amore»: quindi simbolo contrario alla discordia che divide. Infine ipotizza che forse occupano il primo posto, nella stessa “marcia pacifista”, due Maestri di Dante, Pietro Spano (futuro papa Giovanni XXI) e Brunetto Latini, nel cui Tesoretto compare già il tema della «corda».
Rinviando il lettore, per altre prove vistose e/o convincenti indizi in argomento, a uno dei due citati saggi, penso che a questo punto sia abbondantemente dimostrato il perché l’exul inmeritus non potesse essere escluso dalla corte dei consiglieri, visto inoltre che impersonava il più illustre accusatore delle discordie italiane, col merito di aver indicato anche il modo per sanarle (e, aggiungo, operando per tal fine nella sua professione), come scrisse a metà ’800 Francesco Ranalli (Aversano, 1, p. 534) e con lui anche altri autori in decorso di tempo.
Tralascio di necessità l’analisi delle immagini del poeta presenti nella pittura (specie la serie quattrocentesca degli «Uomini Illustri» e quella delle arti figurative dal ’700 a oggi: cfr. rispettivamente, Chiodo e Valente, cit.), come nella statuaria e perfino negli arredi di case signorili e nella esorbitante miriade di illustrazioni degli episodi della Commedia. Pongo invece attenzione, comparativamente, da un lato, al ritratto dantesco del Lorenzetti e di Giotto, dall’altro a quello di Botticelli, onde contrapporre ai primi due (realizzati in data limitrofa alla morte del poeta e più veritieri circa il suo carattere mite, religioso e mistico), il successivo omologo quasi del tutto “laicizzato”; esso, con le sue derivazioni, nella linea della tradizione umanistica, si è cristallizzato successivamente nella comunicazione mass-mediale fino ad oggi, dopo il noto ”oscuramento” dei secoli XVII e XVIII e la riabilitazione romantica che sfociò nel simbolo dell’italico amor di patria (Mazzini).
Or dunque: il volto di Dante tramandataci dal Lorenzetti, scrive Aversano, presenta «un profilo più rispondente al vero estraibile dai dati espliciti e indiretti che forniscono le sue opere: severo indubbiamente, ma anche sereno, dolce e luminoso perché sorretto dalla speranza, dunque costituzionalmente ‘pacifico’ (il contrario dello stereotipo altero e accigliato che riceviamo da certa ritrattistica tradizionale). Che poi, tirate le somme, è anche l’unico e solo ritratto documentato e onestamente ricevibile, peraltro in notevole coincidenza con la ricostruzione ultimamente realizzata attraverso l’analisi scientifica dei suoi resti» (Aversano, 2025, p. 18).
Tutt’altra natura mostra, come accennavo, lo sponsoratissimo ritratto di Sandro Botticelli (1495 circa), ora conservato in collezione privata a Ginevra, esemplato sul modello, datato 1465, quindi posteriore di 130 anni a quello di Lorenzetti, di Domenico di Michelino (Dante con la Divina Commedia), osservabile nel Duomo di Firenze. In quest’ultimo dipinto si osserva, per la prima volta, un Dante coronato di alloro, ciò che rappresenta uno spartiacque pittorico, a fronte di ritratti precedenti, ove il poeta era riprodotto con in mano foglie e pomi (simboli del premio eterno: V. caso autorale di Giotto-Giotteschi) o al massimo con un semplice ramoscello di alloro.
Qui il pittore di pieno Rinascimento, da ammiratore fino alla venerazione del personaggio ritratto e del suo Poema (gli si devono ben 92 pergamene illustranti episodi dell’Inferno!), non poteva che emendarne in chiave laico-umanistica la figura: ed ecco la corona di alloro, l’esaltazione di severità e autorevolezza del personaggio, tuttavia con posa pacatamente ammonitoria, in un’atmosfera brillante di colori (il cappuccio rosso) tra l’astrattezza dottorale e il tipico risalto linearistico (la “linea funzionale” di B. Berenson!). Purtroppo gli ispidi contorni della foglia di lauro e del profilo facciale con naso aquilino restano accentuati da questa linea, in ispecie gli inverosimili mento e labbro inferiore troppo prominenti. Quanta distanza dalla versione dolce dei pittori quasi coevi e perciò più veritieri, quali Giotto e specie Lorenzetti, e, rispetto a quest’ultimo, la direzione dello sguardo non più sospirosamente diretto verso l’alto! Purtroppo col passare dei secoli l’impostazione “estetico-ideologica” botticelliana finirà per diventare, salvo le versioni un po’ spente e lugubri esemplate forse sulla maschera funebre, ancora più ispida, grifagna e censoria, da accusatore seriale del peccato (esempio per tutti, il noto ritratto di Raffaello, dettaglio della «Disputa del Sacramento» nei Musei Vaticani, datato 1509, nel momento dell’incoronazione poetica tributata nella Corte Celeste), pur non lasciando scomparire completamente il connotato spirituale dell’uomo-cittadino esemplare di Firenze e del mondo, credente e aspirante alla giustizia e alla pace.
Altro dato probante: il profilo di Dante del Lorenzetti collima perfettamente con la descrizione che, nel suo Trattatello in laude di Dante, il Boccaccio traccia della persona e dei lineamenti del volto [le sottolineature sono mie, a rimarcare le coincidenze somatiche]: «Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura, e, poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto, e era il suo andare grave e mansueto, d’onestissimi panni sempre vestito in quell’abito che era alla sua maturità convenevole. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso». Si tratta di osservazioni sull’aspetto fisico, morale e comportamentale del suo prediletto letterato (e non solo), cui il Certaldese, pur non avendolo mai incontrato personalmente, perveniva attraverso dirette scrupolose ricerche, con vere e proprie interviste a coloro che lo avevano conosciuto o frequentato, specie nelle città dove era stato esule, e recandosi anche nei luoghi del poema. Esse dunque confermano che il ritratto lorenzettiano, “vivo, vero e operativo” nel quadro scenico anzi precisato, sia il più vicino alle dolorose vicissitudini biografiche di Dante e alla sua nobiltà d’animo.
Di questa squisitezza caratteriale, non contraddetta dalle grandi mascelle e dalla consistenza della capigliatura pur annotate da Boccaccio, inoltre, rende testimonianza lo stesso Giotto (conoscente del nostro poeta, avendolo incontrato forse a Padova, quando affrescava la Cappella degli Scrovegni), che ne fissa un profilo giovanile, assolutamente nobile e austero, in una maestosa pittura murale del fiorentino Museo del Bargello (Cappella della Maddalena), datata 1330-’35, tra i beati nel Giudizio finale, ove si riconosce l’essenza cristiana dell’uomo e il valore morale-escatologico della sua arte. Con Giotto, infatti, inizierebbe la riabilitazione personale e social-civica dell’esule (un ritratto-capolavoro di diplomazia, voluto dai committenti, secondo la Chiodo, p. 345), e nascerebbe una tendenza, condivisa ancora oggi (pare dai papi Benedetto XV e XVI fino a Paolo VI e Francesco, compreso il Card. Ravasi), che vuole Dante meritevole di beatificazione, in quanto profondo pensatore-teologo-mistico: tra la bibliografia di merito, ricordando studiosi come Rudolf Steiner e Albert Stefen, val la pena citare una pubblicazione di Giovanni Fighera (2019), che nell’opera dantesca ravvisa un messaggio universale di redenzione-pace, personale e collettivo, foriero di conversioni per milioni di persone.
In conclusione, fuor da ogni polemica, chi scrive fa voti che quanto qui esposto, sulla scia della ben più scientifica e circostanziata esegesi di Mario Aversano, convinca e induca almeno tutti i lettori di Dante, a partire dai responsabili dell’attuale amministrazione comunale di Siena, delle massime autorità dello Stato, dei “santuari” della cultura non solo letteraria e della Società Dante Alighieri, a riconoscere finalmente e adottare l’iconografia facciale e posturale del maggiore poeta dell’umanità, per come esemplata dal Lorenzetti, quanto meno affiancandola, se non sostituendola, a quelle in voga nella comunicazione scientifica e di massa.
DIDASC. UNICA DELLE FOTO (testo da inserire sotto l’ultima delle sei foto o, meglio, a lato)
In quello che si ritiene il primo ritratto (ca. 1335), attribuito a Giotto e/o Giotteschi (Fig. 4), Dante appare giovane, severo-dolce e pacificato nelle sfere celesti, con in mano il volume della Commedia, foglie e pomi, il naso solo leggermente arcuato e il mento perfino rientrante, senza gli spigoli della successiva tradizione “laicizzata”. Nell’insieme i tratti facciali pieni non si discostano dalle conclusioni generali delle analisi sulla scatola cranica, condotta sulle ossa custodite a Ravenna: salvo alcuni particolari di controversa “autopsia”, da essa il volto del poeta sarebbe risultato più arrotondato di quanto si è sempre ritenuto.
Il Dante di Lorenzetti del «Buono e Cattivo Governo» a Siena, successivo di solo un lustro, conferma per larga parte questa visione-versione e ne arricchisce i connotati: innanzitutto per l’ambientazione (Figg. 1, 2), degna e connessa cornice delle scene ritratte, che M. Aversano ha dimostrato essere nel complesso la traduzione in immagini dei valori della Divina Commedia, ricavati dall’esegesi biblico-patristica-classico-mitologica (per cui, ad es., la coppia simboleggia il due, numero della Carità, siccome in ventiquattro sono i Sapienti nel Cielo del Sole: Aversano, 1, p. 531); quindi, per lo sguardo innocente, paziente rispetto all’amara sua biografia e quasi estaticamente diretto verso l’alto (la Giustizia e la Pace), del poeta-consigliere, pieno di speranza basata su una salda fede cristiana (Fig. 3); infine, giacché mostra una persona “viva e operativa” in società, conforme alla sua Teologia politica “applicata” alla società.
Il Botticelli, a distanza di quasi due secoli, non può che illustrare un dotto-umanista, sereno e quasi compiaciuto delle sue terrene virtù (Fig. 5). Complice la tipica «linea funzionale» del pittore, l’aver inserito una corona di spigoloso alloro comporta una figura alquanto scarnificata, dal naso troppo aquilino e – dato smentito dalla realtà – mento prominente: nell’insieme tratti ispidi contro ogni testimonianza biografica.
Quest’ultimo improprio qualificativo viene perfino esaltato, pur quando in Cielo riceve la Corona Poetica, da Raffaello (Fig. 6), pittore di un Dante vecchio, sdegnato e quasi sdentato, sofferente-insofferente, da fiero ammonitore dei guasti della famiglia umana.
MINIMA BIBLIOGRAFIA ORIENTATIVA
ALMA MATER STUDIORUM-Univ. di Bologna, 2025, I ritratti di Dante. Spunti sull’iconografia dantesca dalle origini al Novecento (Mostra).
AVERSANO M., 1, 2011, Dante e il suo ritratto nella Sala della Pace di Ambrogio Lorenzetti, in A. Cerbo (a cura di), Lectura Dantis dell’Univ. degli Studi di Napoli “L’Orientale”, Tomo II, pp. 489-542.
AVERSANO M., 2, 2025, Dante Alighieri, La Divina Commedia-Inferno/Purgatorio/Paradiso, con il Commento di Mario Aversano, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore srl.
BRUGNOLO F., 1987, Le terzine della Maestà di Simone Martini e la prima diffusione della Commedia, “Medioevo Romanzo”, V. XII, pp. 135-154.
CHIODO S., 2017, Ritratti di Dante dal Trecento al primo Seicento. Fonti scritte e tradizione iconografica, in M. Berté, M. Fiorilla, S. Chiodo e I. Valente (a cura), Opere di dubbia attribuzione e altri documenti danteschi, Vol. VII, T. IV (Le vite di Dante dal XIV al XVI secolo/Iconografia dantesca, Padova, Salerno Ed., [Nuova Ediz. Commentata delle Opere di Dante], pp. 338-376.
FIGHERA G., 2019, Paradiso. In viaggio con Dante verso le stelle, Milano, Sugarco.
KÜHR M., 2012., Ambrogio Lorenzetti: Krieg und Frieden, gute und schlechte Regierung; Bilder und Gedanken von Homer bis Dante, im Palazzo Pubblico in Siena 1338/39“, Mandelbachtal.
NEGRONI C., 1888, Del ritratto di Dante Alighieri. Memoria di C.N con documenti, Milano, U. Heoepli.
VALENTE I., 2017, La divina bellezza. L’immagine di Dante nelle arti figurative nei secoli XVIII-XXI, in M. Berté, M. Fiorilla, S. Chiodo e I. Valente (a cura), pp. 377-452.
Carissimi,
sono contento e grato agli organizzatori di questa prolusione del prof. Rino Caputo, incentrata su DANTE E LA COMMEDIA, COME POEMA DELLA PACE. Mi permetto solo ricordare che questa acquisizione è frutto dei profondissimi studi di Mario Aversano, che già aveva dimostrato, almeno 30 anni fa, questa BELLA VERITA’ (PURTROPPO DISCONOSCIUTA DA UN CERTO DANTISMO D’ACCATTO…), scoprendo tra l’altro la presenza, nel Poema (altrettanto disconosciuta…), della figura del CONSIGLIERE DI PACE (CIACCO, SORDELLO , MARCO LOMBARDO, SORDELLO, ECC.), e MOSTRANDO IL VERO RITRATTO (del Lorenzetti e, prima, di Giotto) del Divino Poeta. Di tutto ciò è conferma in più di 30 pubblicazioni del detto Autore, apprezzate dai più grandi Dantisti italiani e Stranieri, confluite ora e implementate nel Commento integrale alla Commedia, di Mario AVERSANO APPUNTO, PER L’EDITORE Rubbettino, 2025, che certamente vi sarà noto, o almeno lo sarà allo specialista prof. Caputo.
Allego qui un mio saggio, appunto sul ritratto di Dante, pubblicato in UNO DEGLI ULTIMI NUMERI DI “NUOVO MERIDIONALISMO”, dove potrete trovare la versione comprendente le immagini, che qui non riesco a inviarvi.
Spero che di quanto rappresentatovi si faccia opportuna menzione dell’intervento del relatore, ma che soprattutto si valorizzi il Commento di Mario, mio fratello, presentato con successo già all’Università di Salerno e, qualche settimana fa, alla Villa Altieri di Roma, ad opera di tre illustri Accademici Dantisti di Roma 3 e di Roma La Sapienza.
Grato, porgo cordiali saluti,
Prof. Vincenzo Aversano (fratello di Mario)
Vincenzo Aversano
IL RITRATTO DI DANTE, VERO, VIVO E OPERATIVO, AUTORE AMBROGIO LORENZETTI
UNA SCOPERTA DA VALORIZZARE*
Quasi un quarto di secolo fa Mario Aversano, dantista molto apprezzato in Italia e all’estero, individuò la figura del “divin poeta” col suo reale volto in un affresco di Ambrogio Lorenzetti, noto come l’Allegoria del buon governo, realizzato nella «Sala della Pace» del Comune di Siena: l’esule fiorentino compare quasi in testa a un corteo di 24 «consiglieri» disposti a coppia e sostenenti una corda, espressione della divina Giustizia e diretta, attraverso la Concordia, al Reggente del comune. L’Autore annunciò questa scoperta durante una relazione al LXXVI Congresso. Internazionale della Società Dante Alighieri, ivi celebrato, dedicando poi all’argomento un lungo e “motivante” articolo, in «Quaderni della Dante. Ferrara», 2005 (poi ripubblicato in Aversano, 2011): a uno dei due si rimanda per specifici approfondimenti, impossibili da rendere in questa perorazione riassuntiva.
Sulla “doppia” dimostrazione di Aversano, globalmente inconfutabile – mi pare – in quanto basata su oltre trenta indizi intertestuali, calò uno “strano” silenzio della comunicazione scientifica e mass-mediale, che suona affronto sia a Dante e al suo ritrattista, sia all’Autore della scoperta, procurando, fatto che più importa, un danno all’interesse culturale collettivo. Eppure da molto tempo l’idea di questo saggio sembra considerata da un autore estero (Kühr, 2012: V., ad es., a p. 75, per l’influsso della Monarchia sull’iconografia dell’affresco; ma per tale nesso V. Aversano, 1, pp. 525-526 e 532-533), studioso conosciuto e/o citato da colleghi italiani, specie se esperti di Lorenzetti, come M. Seidel e S. Calamai; inoltre, il titolo di Aversano compare in evidenza quale esito alla libera ricerca sulla voce «ritratto», al 4° posto su ben 42 articoli, nell’Archivio della Bibliografia Dantesca Internazionale, gestito dalla Società Dantesca Italiana in collaborazione con The Dante Society of America (importante strumento digitale per tutti i dantisti): la posizione apicale testimonia la grande pertinenza e specificità dello scritto relativamente al tema del ritratto dantesco, nonché l’importanza che questo assume nel dibattito scientifico-letterario.
Giova dunque riassumere il contenuto di quel saggio, non senza aver prima precisato che chi scrive ha esatta conoscenza della difficoltà del tema (delibato in migliaia di pubblicazioni), della cui sconfinatezza si può avere idea nella bibliografia inclusa, in corpo minuscolo, nella magistrale ricerca di Sonia Chiodo (2017, pp. 371-376) e nell’altrettale saggio di Isabella Valente (Ivi, pp. 377-452), pubblicati in un volume prestigioso: ivi però i due saggi di Mario Aversano, sebbene editi da circa vent’anni nelle citate due sedi di assoluta visibilità, vengono del tutto ignorati, mentre il suo nome nemmeno compare nell’Indice dei nomi propri e delle fonti delle Vite di Dante (Ivi, pp. 455-479): senza polemica, lascio al lettore ogni debita considerazione.
Anche per rimediare a tanto inspiegabile silenzio bibliografico, tuttora permanente, vengo al mio assunto-riassunto dello scritto di Aversano. Preliminarmente l’A. precisa un dato indispensabile a fondamento del proprio discorso dimostrativo, ossia la presenza – nella Commedia – di una figura fondamentale della Teologia Politica “applicata” di Dante, finora mai individuata nei commenti, e cioè quella del «consigliere» dei reggenti, monarchi, capi religiosi e simili. Essa è fondamentale – sostiene l’A. sulla scia del Sommo Poeta – ad assicurare, per gli Stati o unità municipali, il bene interno ed esterno, secondo Giustizia, Concordia e Pace. Ciò comporta che, insieme con l’Imperium e il Sacerdotium (Papato), occorre che si collochi il Consilium, terzo Potere o “Sole” che dir si voglia, il cui esponente, forte di ingegno e studio, deve essere savio, cioè filosofo attivo ed egemone in quanto rappresentante della cultura (fatta di sapienza e derivata da buon insegnamento): Mardocheo, Sordello di Goito e Marco Lombardo sono i modelli di questa figura «del ben fare e del ben dire», anche in poesia.
Posto che Dante è noto per aver svolto in vita l’apprezzata funzione di «alto consigliere», quanto appena asserito giustifica la sua ben risaltata presenza nell’affresco lorenzettiano, e rivela più in generale che l’intera strutturazione delle relative scene, comprese le figure allegoriche chiamate in causa, contenga chiari richiami alla Divina Commedia (per es. tutti i sesti canti, “politici”, e specie il XVI del Purg.– il 16 è il numero consiliare per eccellenza – e dell’Inf.: Aversano, 1, p. 531), ma anche ad altre opere dantesche, attraverso cui sono di massima ripresi anche concetti e simboli risalenti ad autori classici e medioevali. Su tale linea l’Aversano dimostra, fonti alla mano, i
*Ringrazio il Prof. Donato Pirovano, Ordinario di Filologia e Critica Dantesca all’Università di Milano, per i preziosi consigli bibliografici e testuali resi a me, Non-Dantista, nello stilare questa nota.
seguenti assunti, schematizzabili per obbligo di spazio come segue: almeno dopo Roma e Firenze, Siena è la città dove più si studiava e condivideva l’opera di Dante; non a caso i suoi reggenti commissionarono le raffigurazioni di pace e discordia al Lorenzetti, che era un «dotto» oltre che pittore (secondo il Ghiberti), tanto che il Vasari gli attribuirà natura «più tosto di gentiluomo e di filosofo che di artefice»: per di più, membro a Siena del Consiglio dei Paciari e, alla stregua di Dante, immatricolato nell’Arte dei Medici e Speziali; nella rappresentazione i registri pittorici sono disposti secondo la gerarchia dantesca: in basso le virtù cardinali, in alto quelle teologali, con al sommo la Carità; l’importanza che Dante dà alla Sapienza viene rispettata nel largo spazio che l’affresco riserva a questa allegorica figura; le sei didascalie delle scene sono state ideate probabilmente dallo stesso pittore, data la sua riconosciuta cultura: in esse Aversano, comparandole con versi o frasi della Commedia, del Convivio o di altre opere dantesche, col metodo della «semiosi obbligata» trova conferma del sicuro contatto intertestuale; a dimostrazione di tali conclusioni si citano: a) la prima didascalia, riferita alla Concordia (e non alla Giustizia, come è invalso dire, corregge Aversano…), dove si leggono le parole «unità», ed «effetto»; b) a tale allegoria è invece attinente la scritta di ascendenza dantesca: «Volgete li occhi a rimirar Costei»; c) molte altre concordanze, tra il pittore e il poeta, son verificabili per alcuni termini usati nelle legende («diserto», «sospetti», «scuri», ecc.), anche quelle apposte nelle scene del «Cattivo Governo» (eclatante intertestualità nella frase «Convien che tirannia sormonti» di Inf., VI, Canto di Ciacco; per non dire del vocabolo «nequizia», condiviso nel significato non di semplice malvagità ma di discordia-divisione-guerra: per altre “coincidenze”, V. Aversano, 1, pp. 539-542.).
A ulteriore comprova dell’esattezza delle sue argomentazioni Aversano ricorda che anni prima perfino Simone Martini, nell’affresco del Palazzo Pubblico di Siena, noto come La Maestà, risenta della lezione di Dante, preannunziando il senso degli affreschi lorenzettiani: lo sguardo ammonitore del Bambino fissa i consiglieri e per parte sua la Madonna si rivolge agli angeli asserendo che Le «dilettano i buoni consigli», ancor più che rose e gigli. Per tali parole l’A. giunge a sospettare che i tre artisti si siano conosciuti e, fra l’altro, scopre che, nell’affresco senese in parola, la corda appare maggiormente esibita e visibile proprio all’altezza di Dante, là dove gli cinge il braccio, cala giù, passa tra l’indice e il medio della sua mano e risale a coinvolgere la figura che lo precede; inoltre, il personaggio che gli sta dietro indica al suo vicino, con indice, pollice e medio della destra, il numero tre, forse alludendo all’Autore delle tre cantiche e/o anche individuando il «patto di concordia e armonia quale vige nella perfezione del numero [tre] e nell’essenza della Musica e dell’Amore»: quindi simbolo contrario alla discordia che divide. Infine ipotizza che forse occupano il primo posto, nella stessa “marcia pacifista”, due Maestri di Dante, Pietro Spano (futuro papa Giovanni XXI) e Brunetto Latini, nel cui Tesoretto compare già il tema della «corda».
Rinviando il lettore, per altre prove vistose e/o convincenti indizi in argomento, a uno dei due citati saggi, penso che a questo punto sia abbondantemente dimostrato il perché l’exul inmeritus non potesse essere escluso dalla corte dei consiglieri, visto inoltre che impersonava il più illustre accusatore delle discordie italiane, col merito di aver indicato anche il modo per sanarle (e, aggiungo, operando per tal fine nella sua professione), come scrisse a metà ’800 Francesco Ranalli (Aversano, 1, p. 534) e con lui anche altri autori in decorso di tempo.
Tralascio di necessità l’analisi delle immagini del poeta presenti nella pittura (specie la serie quattrocentesca degli «Uomini Illustri» e quella delle arti figurative dal ’700 a oggi: cfr. rispettivamente, Chiodo e Valente, cit.), come nella statuaria e perfino negli arredi di case signorili e nella esorbitante miriade di illustrazioni degli episodi della Commedia. Pongo invece attenzione, comparativamente, da un lato, al ritratto dantesco del Lorenzetti e di Giotto, dall’altro a quello di Botticelli, onde contrapporre ai primi due (realizzati in data limitrofa alla morte del poeta e più veritieri circa il suo carattere mite, religioso e mistico), il successivo omologo quasi del tutto “laicizzato”; esso, con le sue derivazioni, nella linea della tradizione umanistica, si è cristallizzato successivamente nella comunicazione mass-mediale fino ad oggi, dopo il noto ”oscuramento” dei secoli XVII e XVIII e la riabilitazione romantica che sfociò nel simbolo dell’italico amor di patria (Mazzini).
Or dunque: il volto di Dante tramandataci dal Lorenzetti, scrive Aversano, presenta «un profilo più rispondente al vero estraibile dai dati espliciti e indiretti che forniscono le sue opere: severo indubbiamente, ma anche sereno, dolce e luminoso perché sorretto dalla speranza, dunque costituzionalmente ‘pacifico’ (il contrario dello stereotipo altero e accigliato che riceviamo da certa ritrattistica tradizionale). Che poi, tirate le somme, è anche l’unico e solo ritratto documentato e onestamente ricevibile, peraltro in notevole coincidenza con la ricostruzione ultimamente realizzata attraverso l’analisi scientifica dei suoi resti» (Aversano, 2025, p. 18).
Tutt’altra natura mostra, come accennavo, lo sponsoratissimo ritratto di Sandro Botticelli (1495 circa), ora conservato in collezione privata a Ginevra, esemplato sul modello, datato 1465, quindi posteriore di 130 anni a quello di Lorenzetti, di Domenico di Michelino (Dante con la Divina Commedia), osservabile nel Duomo di Firenze. In quest’ultimo dipinto si osserva, per la prima volta, un Dante coronato di alloro, ciò che rappresenta uno spartiacque pittorico, a fronte di ritratti precedenti, ove il poeta era riprodotto con in mano foglie e pomi (simboli del premio eterno: V. caso autorale di Giotto-Giotteschi) o al massimo con un semplice ramoscello di alloro.
Qui il pittore di pieno Rinascimento, da ammiratore fino alla venerazione del personaggio ritratto e del suo Poema (gli si devono ben 92 pergamene illustranti episodi dell’Inferno!), non poteva che emendarne in chiave laico-umanistica la figura: ed ecco la corona di alloro, l’esaltazione di severità e autorevolezza del personaggio, tuttavia con posa pacatamente ammonitoria, in un’atmosfera brillante di colori (il cappuccio rosso) tra l’astrattezza dottorale e il tipico risalto linearistico (la “linea funzionale” di B. Berenson!). Purtroppo gli ispidi contorni della foglia di lauro e del profilo facciale con naso aquilino restano accentuati da questa linea, in ispecie gli inverosimili mento e labbro inferiore troppo prominenti. Quanta distanza dalla versione dolce dei pittori quasi coevi e perciò più veritieri, quali Giotto e specie Lorenzetti, e, rispetto a quest’ultimo, la direzione dello sguardo non più sospirosamente diretto verso l’alto! Purtroppo col passare dei secoli l’impostazione “estetico-ideologica” botticelliana finirà per diventare, salvo le versioni un po’ spente e lugubri esemplate forse sulla maschera funebre, ancora più ispida, grifagna e censoria, da accusatore seriale del peccato (esempio per tutti, il noto ritratto di Raffaello, dettaglio della «Disputa del Sacramento» nei Musei Vaticani, datato 1509, nel momento dell’incoronazione poetica tributata nella Corte Celeste), pur non lasciando scomparire completamente il connotato spirituale dell’uomo-cittadino esemplare di Firenze e del mondo, credente e aspirante alla giustizia e alla pace.
Altro dato probante: il profilo di Dante del Lorenzetti collima perfettamente con la descrizione che, nel suo Trattatello in laude di Dante, il Boccaccio traccia della persona e dei lineamenti del volto [le sottolineature sono mie, a rimarcare le coincidenze somatiche]: «Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura, e, poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto, e era il suo andare grave e mansueto, d’onestissimi panni sempre vestito in quell’abito che era alla sua maturità convenevole. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso». Si tratta di osservazioni sull’aspetto fisico, morale e comportamentale del suo prediletto letterato (e non solo), cui il Certaldese, pur non avendolo mai incontrato personalmente, perveniva attraverso dirette scrupolose ricerche, con vere e proprie interviste a coloro che lo avevano conosciuto o frequentato, specie nelle città dove era stato esule, e recandosi anche nei luoghi del poema. Esse dunque confermano che il ritratto lorenzettiano, “vivo, vero e operativo” nel quadro scenico anzi precisato, sia il più vicino alle dolorose vicissitudini biografiche di Dante e alla sua nobiltà d’animo.
Di questa squisitezza caratteriale, non contraddetta dalle grandi mascelle e dalla consistenza della capigliatura pur annotate da Boccaccio, inoltre, rende testimonianza lo stesso Giotto (conoscente del nostro poeta, avendolo incontrato forse a Padova, quando affrescava la Cappella degli Scrovegni), che ne fissa un profilo giovanile, assolutamente nobile e austero, in una maestosa pittura murale del fiorentino Museo del Bargello (Cappella della Maddalena), datata 1330-’35, tra i beati nel Giudizio finale, ove si riconosce l’essenza cristiana dell’uomo e il valore morale-escatologico della sua arte. Con Giotto, infatti, inizierebbe la riabilitazione personale e social-civica dell’esule (un ritratto-capolavoro di diplomazia, voluto dai committenti, secondo la Chiodo, p. 345), e nascerebbe una tendenza, condivisa ancora oggi (pare dai papi Benedetto XV e XVI fino a Paolo VI e Francesco, compreso il Card. Ravasi), che vuole Dante meritevole di beatificazione, in quanto profondo pensatore-teologo-mistico: tra la bibliografia di merito, ricordando studiosi come Rudolf Steiner e Albert Stefen, val la pena citare una pubblicazione di Giovanni Fighera (2019), che nell’opera dantesca ravvisa un messaggio universale di redenzione-pace, personale e collettivo, foriero di conversioni per milioni di persone.
In conclusione, fuor da ogni polemica, chi scrive fa voti che quanto qui esposto, sulla scia della ben più scientifica e circostanziata esegesi di Mario Aversano, convinca e induca almeno tutti i lettori di Dante, a partire dai responsabili dell’attuale amministrazione comunale di Siena, delle massime autorità dello Stato, dei “santuari” della cultura non solo letteraria e della Società Dante Alighieri, a riconoscere finalmente e adottare l’iconografia facciale e posturale del maggiore poeta dell’umanità, per come esemplata dal Lorenzetti, quanto meno affiancandola, se non sostituendola, a quelle in voga nella comunicazione scientifica e di massa.
DIDASC. UNICA DELLE FOTO (testo da inserire sotto l’ultima delle sei foto o, meglio, a lato)
In quello che si ritiene il primo ritratto (ca. 1335), attribuito a Giotto e/o Giotteschi (Fig. 4), Dante appare giovane, severo-dolce e pacificato nelle sfere celesti, con in mano il volume della Commedia, foglie e pomi, il naso solo leggermente arcuato e il mento perfino rientrante, senza gli spigoli della successiva tradizione “laicizzata”. Nell’insieme i tratti facciali pieni non si discostano dalle conclusioni generali delle analisi sulla scatola cranica, condotta sulle ossa custodite a Ravenna: salvo alcuni particolari di controversa “autopsia”, da essa il volto del poeta sarebbe risultato più arrotondato di quanto si è sempre ritenuto.
Il Dante di Lorenzetti del «Buono e Cattivo Governo» a Siena, successivo di solo un lustro, conferma per larga parte questa visione-versione e ne arricchisce i connotati: innanzitutto per l’ambientazione (Figg. 1, 2), degna e connessa cornice delle scene ritratte, che M. Aversano ha dimostrato essere nel complesso la traduzione in immagini dei valori della Divina Commedia, ricavati dall’esegesi biblico-patristica-classico-mitologica (per cui, ad es., la coppia simboleggia il due, numero della Carità, siccome in ventiquattro sono i Sapienti nel Cielo del Sole: Aversano, 1, p. 531); quindi, per lo sguardo innocente, paziente rispetto all’amara sua biografia e quasi estaticamente diretto verso l’alto (la Giustizia e la Pace), del poeta-consigliere, pieno di speranza basata su una salda fede cristiana (Fig. 3); infine, giacché mostra una persona “viva e operativa” in società, conforme alla sua Teologia politica “applicata” alla società.
Il Botticelli, a distanza di quasi due secoli, non può che illustrare un dotto-umanista, sereno e quasi compiaciuto delle sue terrene virtù (Fig. 5). Complice la tipica «linea funzionale» del pittore, l’aver inserito una corona di spigoloso alloro comporta una figura alquanto scarnificata, dal naso troppo aquilino e – dato smentito dalla realtà – mento prominente: nell’insieme tratti ispidi contro ogni testimonianza biografica.
Quest’ultimo improprio qualificativo viene perfino esaltato, pur quando in Cielo riceve la Corona Poetica, da Raffaello (Fig. 6), pittore di un Dante vecchio, sdegnato e quasi sdentato, sofferente-insofferente, da fiero ammonitore dei guasti della famiglia umana.
MINIMA BIBLIOGRAFIA ORIENTATIVA
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