Non nascondo di essere rimasto colpito dal titolo, che certamente ha stimolato la mia curiosità, e per due essenziali ragioni: si parla della bellezza al femminile da perseguire ad ogni costo, perché così la società vuole; la seconda è certamente l’utilizzo di un avverbio su cui occorre centrare l’attenzione.
Mi riferisco al libro di Elda Alvigini: Inutilmentefiga, un ritratto “semiserio, grottesco e a tratti surreale”, che contiene più di una verità pur evidenziando tutti gli stereotipi della condizione femminile, una risorsa infinita di “immaginazione e speranza”.
L’autrice è laureata in Lettere Moderne e Storia e Critica del Cinema; è un volto televisivo conosciuto perché fa parte del cast de: I Cesaroni, ma anche attrice di cinema e teatro.
Con questo ritratto autobiografico lascia più di un interrogativo, se si osserva dall’esterno la condizione femminile nella nostra società: le persone devono essere belle, felici e sempre sorridenti, cercando di nascondere i disagi, le difficoltà, la tristezza.
La trama è così sintetizzabile.
Quando siamo verso la fine della pandemia (primavera 2021), Elda, la protagonista, fa il punto della sua vita. È riportata indietro negli anni e rivive la sua storia a partire dall’infanzia, affidandosi alla memoria e a ricordi a tratti assurdi, ma anche divertenti, felici, che si alternano a quelli tristi e commoventi. Tra storie vere e inventate, comunque verosimili, Alvigini conduce il lettore nel rapporto della protagonista con “l’altro”, con l’uomo che sembra non riuscire mai a conquistare per costruire una vita insieme.
Siamo in una famiglia con genitori ricchi e progressisti (di sinistra), in cui la madre sessantottina e femminista fa conoscere alla bambina la condizione dell’essere donna: dalle prime scoperte sessuali agli amori adolescenziali; dalle relazioni ai viaggi, senza tuttavia avere la possibilità di trovare qualcuno con cui fare un figlio. Solo nel finale Elda riacquista una serenità maggiore e riesce a gestire le emozioni, dimostrando che anche scrivere un libro è azione di cura terapeutica.
Elda, che inizialmente crede in se stessa, scopre coraggio e sogni, proprio mentre la tristezza dell’età la conduce a non più considerare inutile l’essere una donna figa. In un’intervista l’attrice sostiene che “il bello di essere tristi è che in quel momento ci vogliamo più bene e siamo davvero in ascolto di noi stessi”. L’importante è condurre una vita che si desiderava fare fin da bambina, essere innamorata dell’amore come sentimento alto, non soggetto ad istituzioni o banali esistenze quotidiane.
Procedendo con ordine, intendo affrontare il senso di quei termini. Fica dal vocabolario Treccani è volgarmente l’organo genitale femminile, ma nell’uso è frequente la variante figa che sta anche per “ragazza o donna giovane molto attraente”.
Oggi l’aspirazione femminile, che a tutti i costi cerca la bellezza per una probabile maggior attenzione sociale, presta una attenzione ossessiva al corpo sottoposto a cure estetiche ed anche chirurgiche, a diete e palestra.
Un corpo ha bisogno di esposizione pubblica, una sorta di certificato di idoneità, un desiderio di apparire: è una questione di immagine e di identità femminile, in cui il riconoscimento avviene attraverso lo sguardo maschile, il quale lo associa a stimoli sessuali.
La vita quotidiana è oramai assuefatta da riferimenti ad un corpo oggettivato, sessualizzato: se la donna ha conosciuto repressione e inibizione, frutto di condizionamenti culturali, specie nella sua espressione sessuale, e maggiori limitazioni sul fronte morale, oggi la ricerca di mantenere nel tempo l’attrattività erotica e i segnali di richiamo sessuale rispecchia l’esaltazione dell’erotismo e del piacere come valori di una società che sembra prestare la massima attenzione al vero effimero della bellezza. Il corpo non è solo il privato del singolo ma la condizione che conduce ad una dimensione pubblica che obbliga, soprattutto le donne, a fare i conti con gli sguardi esterni giudicanti.
La copertina del volume di Alvigini vede la presenza di una bambina che guarda verso l’alto ed ha davanti una scala forse irraggiungibile, certamente da affrontare con timore e difficoltà. È probabile che da lì parta anche l’idea dell’inutilmente, quell’avverbio che farebbe sempre ripiombare in una condizione ascritta: potrà mai una donna trasformare la sua situazione, pur essendo avviata a vivere nella dimensione di figa, verso il successo e il cambiamento di prospettiva?
Quell’inutilmente indica proprio l’impossibilità di raggiungere un risultato perché significa proprio: inefficace, vano, superfluo, inutilizzabile, inservibile. E queste sensazioni sono presenti nelle pagine di un libro che sembra rivolgersi a tutte le donne per suggerire che la ricerca della bellezza da sola non è sufficiente.
Scrive: “Le tante cose che ho studiato e appreso, e avuto, pur essendo sulla carta valide e importanti … alla fine, a che servono esattamente?”. (…) “Essere inutilmentefiga significa anche avere una risorsa infinita d’immaginazione e speranza, una capacità di sognare a occhi aperti, dimenticandoti in un attimo di tutte le delusioni vissute e delle lacrime versate, come se ogni volta fosse quella buona”. (…) “Vi prometto che mi impegnerò per diventare un po’ più figa e un po’ meno inutilmente”.
L’autrice nel racconto della sua vita percorre l’ironia, a tratti l’invenzione, ma soprattutto il dolore e il tradimento; allora i pensieri si fanno più intensi, rotti dall’emozione, ma a ben pensare è la vita che scorre e fa pensare: “Odiamo il tempo quando passa in fretta e lo odiamo quando non passa mai, mentre lui fa di noi ciò che siamo oggi”.
La spiegazione è che si tratti di una condizione dell’essere, un modo di pensare e agire che alla fine fa fare sempre la cosa sbagliata.
È tuttavia solo la condizione di una donna che, percorrendo la sua vita di una ormai più che cinquantenne, trova il modo di razionalizzare le sue riflessioni, con disincanto e qualche forma di distacco. Soffermarsi più sui fallimenti e le delusioni è facile, oltre al considerare gli uomini solo dei traditori e dei soggetti sfuggenti, anche se guardando il fratello ha la certezza che gli uomini di cui ci si può fidare esistono ancora, perché ogni donna sembra sempre alla ricerca dell’amore che dovrebbe essere per sempre. Anche se, sostiene, “se non ho nessuno accanto in fondo è perché non lo voglio”.
L’indicazione conclusiva di Elda Alvigini è di essere libera di vivere ciò che si prova, sesso e amore nella dimensione disgiunta; non ha voluto essere una moglie, certamente avrebbe desiderato essere madre, eppure, nonostante ciò, è felice lo stesso.
Aggiungerei felice di essere riuscita a mettere in discussione quell’inutilmentefiga che ancora oggi determina la condizione di tante, troppe donne.
Carissimo dott. Pasquale le mie cartografie che le ho mostrato si prendono beffe di noi, specie quella di Chiaromonti del libro di Giovanni Addis di cui lei sabato scorso è intervenuto come sociologo a Serre di Salerno per presentarlo.
La cartografia di Chiaromonti rappresenta la donna Inutilmentefiga di Elda Alvignini, la donna di un’Italia di cui parla nel suo libro.
La riguardi è vedrà che ho visto bene. Si mostra sulla prua di un motoscafo in corsa mentre un’altra Inutilmentefiga si prende il sole poggiando i suoi piedi sulla sua spalla.
La spalleggia l’uomo sulla sinistra che, con le mani alzate, fa suoi i due scenari, di lei e dell’amore carnale dei due animali.
Che buffi intrecci dell’immateriale che l’uomo vuole ignorare, quasi distruggere.
Gaetano
Si potrebbe dire che è l’uomo in realtà “inutilmente antifiga” in questo mondo, ma lo dice l’immateriale da quando l’uomo stesso ha cominciato a “costruire” la case con le strade a Chiaromonti.
La ringrazio. Rilevo solo che il paese citato è Chiaramonti, in Sardegna.