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Possibili processi di pensiero

di Pasquale Martucci

 

In occasione del Seminario ISCRA online (6-7 giugno 2020), dal titolo: “L’insostenibile peso della felicità e della speranza”, l’intervento del prof. Giuseppe Gembillo, filosofo della complessità e della scienza, oltre che studioso del “neostoricismo complesso”, ovvero il punto di convergenza tra storicismo filosofico ed epistemologia della complessità, nell’ambito del dialogo con chi scrive sul tema: “Scenari possibili per la Speranza di Felicità oggi”, ha posto in essere alcuni concetti rilevanti nella storia del pensiero: complessità, conoscenza, incertezza, relazione, mito, immaginario, felicità, speranza.

La complessità riguarda ambiti metodologici legati alle scienze nel suo insieme, cioè “la complessità dell’esistenza”, che si sviluppa sul terreno dell’unità dell’uomo, unità dell’uomo di natura e cultura, una nuova alleanza tra scienze dell’uomo e scienze della natura. E’ quello definito “l’umanesimo planetario, generato dalla coscienza del fatto che non c’è stata una umanità, ma ci sono state molteplici umanità, molteplici metamorfosi dell’umanità”, come sosteneva Morin.

Partendo dai classici, in particolare Aristotele e Hegel, senza trascurare riferimenti ad Einstein, Heisenberg, Prigogine, Gembillo ha poi affrontato le condizioni attuali di una società che deve molto interrogarsi sui disastri prodotti dall’intervento dell’uomo nel suo rapporto distruttivo con la natura. La distanza tra individui come condizione innaturale che modifica le relazioni, le azioni da compiere all’interno della comunità, servono proprio a comprendere come non riusciamo a trasformare il sapere oggi accumulato con la saggezza di chi, sul modello aristotelico, avrebbe dovuto connettere etica, politica, fisica, ovvero il “concetto di uomo intero”. Nel passaggio dal riduzionismo alla complessità, sottolineando che la “facoltà conoscitiva” dell’uomo non può essere affidata al solo intelletto trascurando tutto il resto, Gembillo si è riferito a Platone, Cartesio e Kant, ovvero coloro che nella storia della filosofia hanno preso in considerazione l’importanza dell’intelletto umano. E cioè la speculazione che nei secoli si è occupata del modo del funzionamento di un intelletto a prescindere da emotività, intuizione, tutto ciò che appartiene,  per così dire, ai sensi. E preferisce fermarsi a Kant; poi c’è tutta quella parte della psicologia cognitiva, per non dire della scienza riduzionistica, che considera un intelletto identico a tutti, immutabile. La contrapposizione è quella di una visione che rivaluta la storia individuale, in funzione della cultura, della formazione e del personale processo di crescita. E qui la rivoluzione di Maturana e Varela, che si ripete nei vari passaggi della complessità come atto conoscitivo frutto dell’intero organismo umano.

Dice Gembillo che l’uomo ha vissuto sempre in contatto con il mondo esterno: “un intelletto ha storia” e la conoscenza coinvolge l’intero organismo. Ed allora, possiamo ritornare all’“uomo intero” che deriva dal processo di trasformazione di intelletto e coscienza, in cui ci sono momenti superiori ed altri inferiori, l’alternativa alla riduzione. Da qui il passo verso il processo di conoscenza, come risultato della collaborazione e della interazione tra razionale e immaginario, tra emozione e riflessione. Il soggetto conoscente non può essere che “figlio del suo divenire”, radicato nel suo processo storico e nella natura di cui è parte integrante. Ed allora la conoscenza è ricerca, processo epistemologico, per realizzare la “testa ben fatta”, espressione che Morin mutua da Michel de Montaigne: “È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena!”. Non una testa nella quale il sapere è accumulato e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso, ma una testa che comporta un’attitudine generale a porre, organizzare e collegare i problemi e dare senso al sapere. Ora Gembillo si riferisce ad Hegel, poco letto da tutti perché considerato difficile ma molto importante nella storia del pensiero, e alla domanda sul: “Chi sono io?”. E’ introdotta la contrapposizione rispetto a quello che era il principio di identità: la conoscenza è ripercorrere la propria storia dalla genesi al riferimento attuale. Andare oltre sarebbe imprevedibile. Ed allora per sapere: “Chi sono io?”, occorre conoscere il curriculum vitae e quanto di più dettagliato si sa intorno a quella particolare persona. La conclusione è che conoscere non è altro che un processo storico nell’ambito di una relazione.

Il tema dell’incertezza è stato affrontato con riferimento alla condizione attuale, partendo dal principio che nell’approccio sistemico-relazionale si lavora proprio in condizione di incertezza e di caos, da cui si possono attivare le risorse per poter reagire. Il riferimento all’incertezza è contrapposta necessariamente a certezza, a ciò che cercava la scienza e le scienze naturali. Qualunque rapporto dello scienziato con il suo oggetto (qui la citazione è di Heisenberg) muta sia l’oggetto ma anche lo scienziato. Ed è la stessa posizione di Franco Ferrarotti a proposito di  ricerca qualitativa in sociologia: “il ricercatore è un ricercato egli stesso in contatto con il suo oggetto di osservazione”. Gembillo sostiene: “Ci hanno avvertito da tempo di ciò che stava accadendo. Ho paura che quando si dice di tornare alla normalità non voglia dire torniamo ad inquinare, a fare quello che facevamo prima”. Ed allora la questione è proprio legata alla consapevolezza che la gente si possa interrogare sui propri comportamenti e sul suo rapporto distruttivo con la natura.

Il concetto di mito è stato inserito nella cornice del pensiero vichiano, che ha insegnato come i processi conoscitivi hanno portato al livello di maturità gli esseri umani. Se Aristotele dava la spiegazione mitologica: gli uomini attribuivano agli dei alcuni accadimenti, aguzzando la fantasia e trasformando la fantasia in realtà, per Vico gli uomini prima sentono senza avvertire; poi avvertono con animo commosso; infine riflettono. Realizzano cioè la loro evoluzione. E’ come il bambino che sviluppa con il processo conoscitivo la capacità di ragionare. Dunque, per la mente primordiale il mito è “vero”, perché connette gli elementi, sia percepiti che immaginati, dell’esperienza in una narrazione in cui prende forma manifesta l’interazione dell’uomo con la realtà circostante. Tutto ciò, partendo dall’assunto che esso è un elemento di regolazione delle società, specie di quelle che ancora non hanno formalizzato le leggi che governano il mondo. In assenza di regole, l’uomo rischierebbe di perdersi e cadere nell’ansia e nella paura, per cui attraverso i miti egli trova il senso della realtà e costruisce un ordine in un contesto che sarebbe incomprensibile. E avvertendo il bisogno di superare e risolvere le contraddizioni di “natura”, il mito serve a rendere spiegabile un rito, un atto formale, un bisogno e corrisponde al sistema di credenze di un gruppo. Il riferimento ai classici è stato il mito dell’apertura del vaso di Pandora che inflisse all’umanità tutti i mali, ai quali rimase come rimedio ultimo quello della speranza, chiamata “Timor del futuro”. Ora, è la tesi di Gembillo, il mito andrebbe de-mitizzato, perché la società si muove dall’interno, come sosteneva Luhmann, e si sviluppa dall’interazione da cui viene fuori il prodotto. Il mito è contro la relazione e può determinare che la società diventi mito di se stessa. Vico pensava ad una parte della nostra evoluzione, ad una fase: ma è tutto il processo coinvolto, non solo una parte, e dunque l’evoluzione storica deve essere intesa come costruzione, come assenza di mito.

Il concetto di immaginario è campo di indagine privilegiato per comprendere la cultura e la società contemporanea. Abbiamo visto che in questo periodo molto immaginario e poca realtà hanno caratterizzato le nostre vite. La definizione che mutuo da Michel Maffessoli è che “esso è il substrato della vita mentale, la dimensione costitutiva dell’umanità”. Nella vita non possiamo non affidarci alla potenza del sogno, alla forza del simbolo di cui l’individuo non può fare a meno, alle credenze, miti, ricordi, sogni, finzioni che sono determinanti dell’immaginario di un individuo, ma anche di un’intera comunità (Maffessoli). Gembillo si rifà invece a Cornelius Castoriadis e alla sua opera principale: “L’istituzione immaginaria della società” (1975), in cui è rivelato il ruolo primario che riveste l’immaginario nella creazione sociale, storica e psichica di ciò che non esisteva precedentemente. L’uomo da quando è nato ha dimostrato di creare dal nulla, ovvero tutto ciò che abbiamo fatto lo abbiamo immaginato prima e poi realizzato.

Si è poi argomentato sulla “speranza di felicità”, ovvero il tema affrontato dai vari relatori che si sono succeduti nell’ambito del consesso. La felicità legata ai bisogni che porta a valutazioni e definizioni non solo psicologiche e filosofiche diverse, ma anche materiali, essendo l’uomo una unità indissolubile di psiche-corpo-spirito-mente, e così via. Ed allora non si può che asserire che essa è connessa alla relazione con gli altri, come apertura e possibilità. La speranza al contrario sarebbe il percorso per raggiungerla, come ricerca della stessa conoscenza. I classici della filosofia, da Aristotele a Hegel, hanno tracciato proprio quel confine della ricerca verso la conoscenza, cioè il tendere verso una meta. Aristotele sosteneva la speranza come “un atto della volontà che nasce da una abitudine virtuosa che in potenza tende al raggiungimento di un bene futuro difficile ma non impossibile da realizzare”. E lo stesso Hegel aveva inventato il termine, mutuato da Aristotele, di “universale concreto” (poi ripreso da Croce), e cioè che non esiste una cosa in sé, ma tutto è affidato ad una visione pluralista. La felicità è obiettivo, ma soprattutto relazione, una relazione per realizzare il concreto. La felicità è la proiezione delle aspirazioni di ognuno, ma nessuno può realizzare un progetto da solo: è il concorso di fattori e la speranza della felicità è la capacità di immaginare qualcosa da realizzare.

Individuando una possibile via d’uscita, non si può che convenire sul ripensare l’economia e la tecnologia, impostando diversamente la nostra vita. Finora abbiamo inquinato e ne vediamo i risultati, ora c’è bisogno di risorse alternative e di avere una nuova consapevolezza, in quanto il mancato rispetto della natura e lo sfruttamento delle sue risorse non è la direzione giusta. Oggi domina una economia più potente della politica, ed allora è necessario ridurre il suo potere. Per Gembillo questa è la maggiore responsabilità, il grande peso, come recita il titolo del Seminario, che non riguarda solo noi ma le nuove generazioni e l’intero pianeta.

 

 

 

 

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