In questo scritto intendo evidenziare il rapporto tra presente e passato, tra miti di ieri e di oggi, tra cultura popolare con i suoi dèi e cultura popolare con i suoi divi. Anche oggi, infatti, le strutture mitiche delle immagini e dei comportamenti imposti alle collettività dai mass-media contemplano le nostalgie segrete dell’uomo moderno, che sogna di essere un personaggio eccezionale, un eroe e vivere nella dimensione mitica.
Quando ragioniamo di qualsiasi esperienza, cerchiamo di sapere come essa è venuta ad esistenza per la prima volta: è il ritorno all’indietro fino al recupero del tempo originario, forte, sacro. Qui si colloca ciò che tende a spiegare l’origine delle cose e della vita, superando la dimensione del pensiero logico e calandosi nelle cose stesse, onde rivelarne il volto nascosto ed i significati profondi, che parlano all’uomo per mezzo di simboli. (M. Eliade, Mito e realtà, Borla, 1966).
Il territorio cilentano è caratterizzato da un indissolubile legame tra uomini e natura, tra comunità e ambiente, che ha trovato nella cultura contadina i fondamenti dei suoi valori, basati sulla memoria del passato, sulla vita materiale, sulla dimensione religiosa e soprannaturale. Le comunità si sono consolidate attraverso la trasmissione orale, ovvero l’elaborazione di storie e racconti che uniscono realtà e fantasia: la narrazione ha dato senso alla vita e proiettato il divenire ed il mutamento attraverso un rapporto dialettico tra identificazione ed alterità, tra tradizione e nuovo (P. Martucci, A. Di Rienzo, Identità cilentana e cultura popolare, CI.RI. Cilento Ricerche, 1997).
Nel Cilento, quando si intendono evocare i miti si utilizza l’espressione u cuntu, il racconto, la fiaba, la storia, la leggenda, anche se già Giovan Battista Basile, definito il “Boccaccio napoletano”, aveva prodotto tra il 1634 e il 1636 il capolavoro: “Lo cunto de li cunti”, una raccolta di cinquanta fiabe raccontate nel corso di cinque giornate, da cui anche il titolo “Il Pentamerone”, per narrare in maniera fantastica e metaforica, con leggerezza e allegria, la tradizione popolare del territorio campano. E queste fiabe e racconti costituiscono l’anima del Cilento, fatta di miti e saperi che hanno fondato una cultura dell’oralità parlante e narrante, trasmessa di generazione in generazione, in cui leggende e costruzioni mitiche hanno dato vita a molti personaggi reali e immaginari, un mondo magico ma anche un mondo reale in cui emergono gli eventi delle società, la vita quotidiana e i suoi costumi.
Palinuro con il Club Méditerranée diventa il punto d’arrivo di un percorso mitico che trasporta oggi verso il turismo di consumo che trova in quel villaggio/vacanze meta di presenza e immagine che dà forma al luogo: costituisce una proiezione passata che diventa presente, una mitologia attuale che è più palpabile rispetto al solo racconto di una storia/leggenda.
Il percorso precedente è quello di Palinuro, il nocchiero di Enea; poi ci sono riferimenti al mito di Ulisse e delle sirene, ed in particolare Molpé.
Si tratta di considerare un territorio come una sorta di interrelazione di queste tre forme di racconto, che sembrano tracciare l’importanza di una cultura da valutare in maniera complessa e diversificata, quella cultura immateriale associata alle bellezze storico-artistiche e naturali di questo luogo.
Senza volermi soffermare sul territorio e sulle sue risorse culturali, non posso non riferirmi alla Molpa, riconducibile a Molpé, la musa detta “la leggiadra”, che i greci pare avessero associato al fiume Lambro. Altro elemento è quel Cenotafio, il sepolcro di Caprioli edificato per rendere eterno il nome di quel nocchiero ed espiare la colpa di averlo trucidato tragicamente disperdendone le spoglie.
Palinuro narra le circostanze della sua morte e il destino che lo ha colpito dopo il tragico naufragio. La rottura del timone e la sua caduta in mare.
Confida ad Enea nell’Ade: “Un violento Noto mi trascinò nel mare per tre notti di tempesta, su immense distese d’acqua; nasceva appena il quarto giorno quando, alzandomi in cima a un’onda lunga, vidi l’Italia. A poco a poco nuotavo verso terra, ed ero già al sicuro se una gente crudele non m’avesse assalito con le armi, accogliendomi, ignara, come una preda, mentre cercavo, impacciato dalla veste bagnata, di afferrarmi agli spigoli taglienti di una rupe con le mani protese” (Eneide, Libro VI, versi: 441-450).
Eppure, non potrà trovare conforto per la sua sorte di annegato senza sepoltura: dovrà vagare cento anni sulle rive dell’Acheronte.
La Sibilla è molto chiara: “Non sperare che i Fati si muovano a pietà, per quanto tu preghi! Ma ascolta attentamente le mie parole, ti siano conforto nella disgrazia. I popoli vicini al tuo nudo cadavere – turbati da prodigi celesti che avverranno nelle loro città, dovunque – placheranno le tue ossa, elevando una tomba e portandovi vittime sacre: il luogo si chiamerà in eterno Palinuro!” (Eneide, Libro VI, versi: 467-475).
Il suo nome sarà infatti ricordato in eterno: le popolazioni responsabili della sua morte dovranno costruire un monumento sepolcrale eretto per ricordare una persona i cui resti sono andati dispersi; a lui saranno nel trascorrere del tempo dedicate offerte.
Nell’Odissea poi (Canto XII) c’è un altro riferimento interessante che riguarda Ulisse e le Sirene, quegli esseri ibridi, con il bel viso di fanciulla e una voce divina; il resto del corpo era quello di un uccello rapace, con ali e artigli. Si appostavano su uno scoglio ed insidiavano i marinai di passaggio. Un giorno esse morirono di morte tragica: una profezia aveva stabilito che se un navigatore fosse passato indenne, esse si sarebbero uccise precipitando in mare. Licofrone avanza due ipotesi: la prima fa riferimento ad Ulisse che passa legato all’albero; la seconda è la loro sconfitta in una gara di canto con le Muse, che le strapparono le piume e intrecciarono ghirlande, oppure persero le ali e si gettarono in mare, nei pressi dell’isola di Creta, dopo essere state sconfitte.
Pare che il passaggio di Ulisse nel Cilento sia legato alla sirena Molpé, figlia di Acheloo e della musa Melpomene. Era considerata la leggiadra e con quel nome i greci designavano il fiume Lambro e per estensione la zona circostante la sua foce, ove sorgeva l’abitato. Essa è legata alla leggenda del superamento dell’idea di attrazione/morte. Infatti, se Molpa in greco significava canto/Molpé, il nome della sirena, lo Scoglio del Coniglio era la roccia dove si schiantavano le navi.
Nell’Odissea Ulisse decide di turare le orecchie ai suoi compagni con la cera. Il fatto di farsi legare all’albero della nave, senza alcuna protezione contro il canto delle sirene, dimostra la sua voglia di conoscere e di sapere, di provare cose nuove che nessun altro uomo ha mai provato. Nel XXVI° Canto dell’Inferno, Dante rileva come Ulisse si spinge ai confini del consentito e va più volte incontro alla morte. Le Sirene cercheranno di indurlo a raggiungerle e a far emergere l’elemento emozionale su quello razionale, anche se non è da quelle creature che deve difendersi, ma da se stesso, dai suoi desideri e dalle sue passioni più forti: si immerge nel canto e nella conoscenza dell’ignoto e allo stesso tempo si lega per non essere sopraffatto.
Questa leggenda diventa occasione di rappresentazione attraverso “La notte del mito”, avvenimento estivo con figuranti che producevano un’importante messa in scena. Oggi pare soprattutto rievocato il Nostos, quel ritorno a casa lungo e faticoso, l’attraversamento dell’ignoto confrontandosi con i propri limiti e fantasmi. Pare di scorgere un’invocazione ai giovani che dovrebbero ripercorrere quel processo di ritorno a casa, per ripopolare i luoghi delle loro origini.
Prima del terzo, è opportuno dare qualche altra indicazione sul concetto di mythos (parola, discorso, racconto), usato oggi sia nel senso di finzione o di illusione, sia in quello di tradizione sacra, rivelazione primordiale, modello esemplare. L’uomo che pensa miticamente vede di fronte al mondo un perpetuo divenire, mai un essere: si sente quindi insicuro. E per comprendere questo divenire ed ottenere la sicurezza che gli manca, proietta a ritroso le sue esperienze e le sue aspirazioni, ponendole in relazione con un avvenimento mitico primordiale, dove il mito diviene l’espressione della comprensione umana della realtà. Opposto sia a logos, sia più tardi a historia, il mythos ha finito per indicare tutto ciò che non può esistere realmente, che fornisce modelli per la condotta umana e conferisce uno stesso significato e valore all’esistenza. (Eliade M., Mito e realtà, Borla, 1966).
Si tratta di un labirinto di storie accadute in luoghi e tempi diversi, che hanno continuato a riprodursi: occorre però dire che essi non sono solo un modo di raccontare ma anche un modo di pensare: un pensiero che tuttavia “non analizza”, non spiega ma costruisce e mantiene salda una comunità e conferisce alla stessa una propria e specifica identità, connessa alla cultura del contesto di riferimento e alle espressioni che ne tracciano i legami.
Per Omero ogni comunicazione umana è un mito, una tradizione, un sapere tramandato che serve a determinare un agire all’interno di una società, investendo soprattutto l’ambito sacrale, quello di un racconto intorno al mistero: non occorre infatti conoscere tutto, spiegare tutto, misurare e quantificare ogni cosa. È la trasmissione di una tradizione che genera il genius loci, l’immaginario sociale che riesce ad assicurare una continuità anche nei momenti di transizione e cambiamento.
Sono quelle forme di sacralità che si sviluppano all’interno del vissuto quotidiano ripercorrendo i valori costruiti collettivamente e trasmessi attraverso l’utilizzo della memoria. Essa non può prescindere dal ricorso a quel mondo magico, individuato da de Martino, che serve a superare i momenti tragici della vita, perché l’esserci nel mondo non è garantito né nelle culture cosiddette “primitive” né in quelle attuali. Il ricorso al racconto è la riattualizzazione di una memoria e dell’anima che consente di superare la “crisi della presenza”.
Il Club Méditerranée è l’ultimo mito di Palinuro, il villaggio che diventa crocevia del passaggio dal passato al presente, anche se il periodo è collocabile negli anni cinquanta/settanta del Novecento. È la nuova dimensione dell’economia del luogo, il fenomeno di attrattività anche di tante persone dei paesi limitrofi che vogliono lavorare e trovare le risorse per il sostentamento delle loro famiglie.
È un mito che resta nella memoria collettiva, che significò il superamento di una cultura esclusivamente di impronta contadina (pescatori compresi). L’eredità di quel villaggio/vacanze continua ancora oggi a vivere nel fascino di Palinuro e della sua costa.
(Questo scritto è tratto dal saggio: Palinuro immateriale tra miti e società, in AA.VV., “Storia, Conservazione e Promozione del Patrimonio Culturale, Materiale e Immateriale, del Basso Cilento” III vol., a cura di E. Martuscelli, Edito dall’Associazione “Progetto Centola” e dal Gruppo “Mingardo/Lambro/Cultura”, 2 maggio 2026, pp. 111-151)
Il tema del mito nella modernita’ attiene ad una credenza attuale che orienta i valori ed i comportamenti della gente che insiste nella societa’ cosi’ rappresentata .
Mentre il mito di Palinuro attiene ad un tempo ciclico e all’eterno ritorno dell’alterita’ come ci indica Mircea Eliade ,e quindi ad uno spazio fluido e misterico in cui si circoscrive l’ ethnos lucano ,il Club Mediterranee’ ha confrontato gli autoctoni non solo con gli allotri ma piu’ modernamente con l’occasione di una mutazione antrologica e culturale dai risvolti anche economici che i policy-makers non hanno saputo governare.In altri termini anziche’ il mito potremmo infine concludere che si tratti del Reale che in termini Lacaniani ripropone un esito infelice ed allo stesso tempo una propettiva di crescita che non andrebbe trascurata..
Complimenti per l’analisi del caro Martucci e per i continui stimoli che ci propone.
Ho letto il tuo saggio su “Palinuro e i suoi miti”,
e davvero sono rimasta affascinata dalla tua capacità di ragionare intrecciando sociologia, antropologia, linguistica e tradizione letteraria. Il tuo excursus, giocato tra passato e presente, tra miti di ieri e di oggi, mette ben in evidenza il rapporto di affinità tra “cultura popolare con i suoi dei e cultura popolare con i suoi divi” . Molto interessante l’analisi che hai condotto sul territorio cilentano in cui è forte il legame tra uomini e natura, tra comunità e ambiente, un legame ben rappresentato dalla cultura contadina che recupera i valori del passato consolidati attraverso la narrazione di storie e racconti che danno senso alla vita e uniscono realtà e fantasia. Altrettanto bella la lettura intertestuale di questa inclinazione al racconto che ha fondato nel territorio cilentano una cultura dell’oralità parlante e narrante, trasmessa di generazione in generazione! Interessante il confronto tra i miti classici (Ulisse, Sirene, Molpé) e la mitologia moderna, rappresentata dal Club Mediterranée. Particolarmente suggestiva la rievocazione del mito di Palinuro che con il Club Mediterranée segna il punto d’arrivo di un percorso mitico che snatura il mito o meglio lo veicola verso un turismo di consumo che trova un quel villaggio/vacanze una proiezione del passato che diventa presente. Pasquale, ancora una volta, con questo saggio dimostri la tua capacità di approfondire le tue analisi aprendoti con grande disinvoltura e assoluta sapienza a discipline diverse, dalla linguistica alla letteratura alla storia della mentalità all’antropologia. Davvero complimenti vivissimi.