Il caos è la parola che meglio riesce a definire ciò che accade nel nostro mondo, specie in conseguenza delle incertezze e delle precarietà sociali, che fanno sostenere al direttore del festivalfilosofia, Daniele Francesconi, che siamo in presenza di un cigno nero, tra concetto generativo e dissipativo. Per restare nella metafora, ci chiediamo se quel cigno possa trasformare il suo aspetto in qualcosa di diverso, ovvero in un colore più chiaro, magari bianco, più vivido, più trasparente. Ovvero, se da quel caos si possa trovare un’idea di nuovo ordine.
Nella vita caotica, disarmonica, imprevedibile in cui viviamo, si sviluppa la logica del caos, che c’è sempre stato, perché siamo messi davanti “ai limiti dell’ordine e anche a quelli del nostro sapere” (Francesconi), attraversato da dissoluzioni di vecchi ordini, eventi catastrofici e processi profondi di cambiamento sul piano politico, scientifico e climatico.
Per tanto tempo si è creduto che il caos fosse una concezione negativa, qualcosa da cui difendersi da dover necessariamente ricondurre ad un ordine, dargli una forma. E forse in tanti ancora lo pensano, se credono che la nostra vita debba essere ordinata, perché diversamente perderemo ogni senso, ogni riferimento che ci è stato insegnato e trasmesso.
Ma allora come confrontarsi con il caos, con un ordine che si dissolve?
Il festivalfilosofia 2026 ha inteso definire il caos “atto creativo”, quando ha interrogato tanti uomini e donne del pensiero umanistico e scientifico per cogliere il passaggio dal caos originario, all’ordine e alle tante possibilità di ripiombare in un nuovo caos. Quest’ultimo vede l’affermazione di un uomo aggressivo verso l’altro che determina delle relazioni distruttive; c’è poi da riflettere sui rapporti verso l’ambiente circostante e l’esaurirsi delle risorse naturali; infine, occorre chiedersi in che modo affrontare le accentuate diseguaglianze sociali.
Passo ad analizzare alcune questioni evidenziate.
Serenella Iovino indica una strada per apprendere nuove modalità di comportamento: se si pensa alle api, l’animale totemico per eccellenza delle sue ricerche, si notano qualità come l’empatia, il coraggio, la pazienza; esse antepongono la collettività all’interesse dei singoli e “sacrificano la vita quando sono minacciate”. Parto da questo esempio perché resta centrale un uomo che deve affrontare le sfide del futuro per abbandonare quel disorientamento per lo strapotere della tecnica, oppure ripiombare in uno stato di ferinità.
Questo approccio diventa centrale in Stefano Massini, che tratta la tendenza al cruor, il sangue che è fatto fluire fuori dal corpo, ovvero la propensione alla crudeltà. La tentazione quotidiana è sotto gli occhi di tutti: Massini sostiene che cinema, letteratura media premiano oggi quell’istinto ferino che fa vendere. Lo Stato si è ripreso il diritto di esibire la sofferenza e sembra che tutti noi siamo attratti dagli eventi cruenti; è la spettacolarizzazione del sangue ai fini economici e commerciali. La soluzione sarebbe di affrontare la prosopografia, tra potere, formazione delle élites, carriere politiche: oggi “vivi nella memoria collettiva solo se diventi un personaggio cruento”. C’è poi la grande piazza digitale, l’algoritmo, che valorizza soprattutto ciò che è rottura e si manifesta nella sua cruenza, quell’animalità che è in noi: più sei ferino e più interessi all’altro. Oggi lo Stato (regime) sembra essere legittimato a far scorrere il sangue e le masse lo condividono, attratte dalla crudeltà ma anche dal compiacimento. Vogliamo prendere le distanze dalla crudeltà e riscattare i nostri istinti? (Massini).
Eppure, quell’individuo cruento, in controtendenza con le credenze quotidiane, è rappresentato dalle forme sconosciute dell’umano, una mostruosità in positivo che deve poter convivere nella sua autonomia e differenza. Lo insegna Montaigne nei “Saggi”, e lo spiega Nicola Panichi quando introduce la tolleranza, lo sguardo molteplice, il diverso da intendere come colui che arricchisce. Qui il caos può trovare un nuovo verso e una nuova riorganizzazione verso l’ordine.
Si chiede Salvatore Natoli se quel caos non sia la descrizione del tutto, quel caoscosmos che si sviluppa attraverso una circolarità agitata, la composizione e scomposizione, vagare, errare, sbagliare. Sembra di imbattersi nel Vico dell’andare e tornare, del fine e dell’origine: caos è origine, l’atto stesso dell’aprirsi, l’esplosione di energia. Per i greci è l’apertura generante, la forza dell’espandersi che trasforma in forma, è la potenza che genera ordine e predispone all’ordine. Sono quei fenomeni emergenti e quella trasformazione del vivente che poi incontra la morte come rigenerazione e ricomposizione in una nuova vita. Qui si realizza il circolo caos/ordine/caos, con una pluralità di elementi che intervengono e generano complessità, in maniera tuttavia non lineare ma caotica. Prima di riprodursi in un’altra forma ci sono movimenti di inizio e fine, composizione e scomposizione: la tendenza dei sistemi viventi è l’organizzazione che presuppone azione, alla ricerca di un nuovo caos. Se le organizzazioni umane hanno bisogno di aperture e chiusure, man mano che si differenziano le società il processo è più complesso e articolato.
La sua domanda è: perché c’è il caos oggi? Si vive in un grande disequilibrio per il venir meno di un ordine politico e sociale ed ha prodotto un futuro che è indeterminato e a rischio. È un caos frutto di un’ambiguità che non consente di perseguire un fine creativo.
Ma è così o questa è la nostra percezione dei tempi che viviamo? Il caos di Natoli analizza la vita a breve, la provvisorietà esistenziale, l’insicurezza e una libertà che si fonda sull’instabilità, in cui c’è la scomposizione della famiglia e al tempo stesso del bisogno della famiglia; siamo spaesati, soli e vogliamo essere liberi, poi ci sono le questioni geopolitiche, dove si realizza un doppio gioco delle parti. Alla fine, il tavolo si chiuderà ma i costi saranno elevati, il caos realizzerà perdite (vite umane) senza ricomposizioni.
E questa sembra essere oggi la percezione che si coglie, anche se l’indicazione è quella di una scintilla per la ripartenza, per quella complessità di creazione e distruzione come momenti circolari interrelati che magari non si vedono nell’immediato.
Massimo Recalcati, avendo presente la concezione della natura umana che attraverso Freud intende il mostruoso non esterno ma interno all’intimo umano, presentando l’opera del pittore Anselm Kiefer, poeta delle catastrofi, rileva il rapporto tra trauma storico, memoria e possibilità di rigenerazione, con riferimento al nazismo e alla Shoah: eppure la catastrofe non è solo la fine dell’ordine preesistente ma lo spazio per “un’elaborazione simbolica” di un passato che produce “inattese forme di rinascita”. Del resto, anche se tutto si distrugge c’è sempre qualcosa che resta, come le relazioni sempre imprevedibili che fanno emergere dalle macerie dei semi, una rovina che tuttavia costituisce memoria che sopravvive e darà origine al nuovo.
Anche agendo tra violenza e crudeltà, Cristina Guarnieri ha illustrato come nell’Iliade, il poema della guerra e della violenza, in realtà albergano dei valori che si tramutano in istanti: vuole sostenere che anche nella distruzione ci sono istinti di amicizia, rispetto, ospitalità. L’opera classica è antidoto alla barbarie, e contro la violenza del mondo occorre attuare un metodo che vada contro la disumanizzazione. I greci sostenevano che la guerra fa parte della vita: non siamo mai fuori da questo spazio ma dobbiamo attraversarlo ed uscirne. Se la forza bruta innesca meccanismi distruttivi, la vulnerabilità crea la pratica dell’istante. L’opera di Bespaloff le definisce “tregue sacre”, quei momenti in cui anche i guerrieri si dimostrano umani e dove esplodono i valori della bellezza, amicizia, rispetto. Ci sono in quegli istanti sentimenti che mitigano l’odio e gli avversari smettono di distruggersi. È il contrario di ciò che accade nella cruenza di tante immagini che oggi sono rilanciate in rete.
L’indicazione è di muoversi cercando di trovare l’intellegibilità del disordine del mondo, che significa affidarsi ad un pensiero che vada inteso nell’ambito del cambiamento delle cose che accadono, con uno sguardo plurale che vuole indagare soprattutto la violenza e le guerre, considerando che il male è nella natura umana.
Montaigne sosteneva, lo dice Nicola Panichi, che la legge è tale perché è legge, così come la guerra è tale perché guerra. Ma occorre che la legge che dovrebbe regolamentare le relazioni umane sia intesa come una sorgente da cui poi cresce il nuovo. La consuetudine la fa crescere e le fa vedere il vero volto nelle persone e nelle cose. La guerra è una dimensione negativa: Erasmo affermava: “dolce è la guerra a chi non l’ha vista in faccia”. Se Machiavelli svalutava i fattori etici, oggi la direzione deve essere opposta: il principe non può rompere i patti, perché ciò significa andare contro natura, quella delle relazioni, del contatto con l’altro. Il caos in tal senso è inteso come il nostro conoscere, oggi da guardare con gli occhi diversi, e, come sosteneva Nietzsche, organizzare il caos è “mettere ordine nelle stelle danzanti” (Panichi).
Ci troviamo in una condizione di guerre, IA e questioni climatiche che certamente caratterizzano il nostro tempo e la cultura contemporanea, dissolvendo molte certezze ed intaccando equilibri che erano stati faticosamente raggiunti. Ci si trova di fronte ad un disordine dei sistemi complessi che mettono in crisi l’ordine internazionale e il venir meno delle regole condivise provocando grandi instabilità mondiali. La principale questione, lo dice Vittorio Emanuele Parsi, è di aver sostituito i valori democratici e civili con il mercato e il capitalismo, non realizzando condivisione di regole e solide istituzioni.
La situazione è chiarita ulteriormente da Alessandro Aresu che, indagando l’ordine cinese, di fatto sancisce la fine dello stesso ordine e una tendenza costante al caos. Gli Stati Uniti non sono da meno nel rincorrere a livello tecnologico quella potenza: la soluzione è nel capitale umano, le persone devono agire nei grandi gruppi finanziari attraverso una responsabilità etica e una formazione continua, indirizzata ai valori civili e democratici, per affrontare i cambiamenti veloci e repentini.
Il caos è esplorazione delle soglie, un tentativo di comprendere le incertezze per le possibilità di cambiamento. Per questo, molte lezioni del festivalfilosofia riguardano i classici, cui guardare per trovare nuove possibilità di riflessione: il Timeo di Platone, il Leviatano di Hobbes, e poi Montaigne, Kant, Deleuze, Guattari, per dirle alcuni, anche se i relatori dai palchi hanno cercato di trovare supporti alle loro argomentazioni sconfinando tra le discipline e tra le diversità ed attitudini. Le varie piste tematiche hanno riguardato: le scienze e le logiche del caos; la politica e le categorie del cambiamento; la geopolitica; la dimensione interiore del disordine; le cosmogonie e il passaggio dal caos all’ordine; le apocalissi e le rigenerazioni culturali.
Per un ritorno alle origini, Cacciari ha invitato a leggere il caos non come disordine ma come grande vuoto, che può inghiottire ma anche dal quale si possono generare infinite possibilità. Caos è l’inizio della teogonia di Esiodo: il caos è il non fondo, non ha alcun fondamento. Da questa apertura c’è l’idea originaria equivalente ad un abisso, una apertura in cui non è determinabile alcuna forma ma nemmeno alcun fondo. Questo è il senso del caos. C’è tuttavia bisogno di un intervento di qualcosa che ordini le forme e le figure del cosmo.
Il problema è come si inizia ad organizzare, come dall’elemento caos si arrivi alle strutture che conosciamo? C’è bisogno di una mente, una luce che è la possibilità del niente: una dimensione superiore all’essere. Il caos è la possibilità di tutti i cosmi, la mente ordinatrice, il demiurgo, il Dio creatore.
Ma nella Genesi non c’è il caos. Se la Bibbia non ama il tema del caos, sostiene il cardinale Ravasi, in tema di cosmogonie orientali esiste un’idea di vuoto assoluto che precede la creazione. Tre sono le tavole simboliche utilizzate: c’è l’assenza di forma e la confusione; le tenebre come negazione della luce; l’abisso come voragine indistinta. Su questo vuoto interviene la creazione, “la voce divina che rompe l’assenza e introduce l’ordine”. Anche se la creazione resta sempre sospesa, perché quell’ordine è sempre esposto ad un ritorno del caos, le immagini della Genesi vedono l’uomo incorrere nell’errore che porta Dio a far cadere sul mondo un granello di sabbia che nel tempo produce il deserto: metaforicamente è anche il deserto della conoscenza e del progresso, il deserto in cui siamo piombati oggi, in cui “l’uomo possiede la responsabilità e la capacità di compromettere l’equilibrio naturale” (Ravasi).
Quando interviene una crisi, la prima reazione è di voler ripristinare ciò che c’era prima, senza pensare che ciò che c’era non c’è più. Michela Marzano, ponendo l’accento sull’abitare il caos, è convinta che importante sia pensare a ciò che siamo adesso, con riferimento alla capacità di relazionarsi con gli altri: c’è una dipendenza reciproca con l’altro e la certezza che “nessuno costruisce la propria identità fuori dal mondo”.
Passando alle relazioni che sono sempre più fragili, Matteo Lancini vede la fine della coppia e l’instabilità degli affetti che si sviluppano nel mondo moderno: le nuove generazioni guardano con sospetto, paura e timore la coppia. Lo psicologo sostiene che sono soprattutto i “modelli educativi affettivi” in una società dissociata, dove si propone l’idea della dipendenza (oggi da internet). Eppure, a suo dire, l’amore potrebbe dare un senso a quella fragilità che nasce dal caos, perché la dipendenza affettiva è una evoluzione; l’altra dovrebbe essere l’assenza di controllo per continuare a produrre delle relazioni vere e significative.
Paolo Zellini introduce un tema che rimarca l’illusione di capire tutto attraverso il calcolo. Il suo ragionamento è che la computazione attuale contiene sia efficienza che incertezza: il processo di calcolo definito “finito” avrebbe dovuto portare le certezze dell’algoritmo. E di lì l’intelligenza artificiale. Esistono risultati notevoli e limiti evidenti. Se gli algoritmi sono estremamente efficienti, possono produrre “risultati incerti, distorti”. Accade che l’IA si basi su enormi quantità di dati e su modelli complessi, “il cui procedimento interno non è da noi afferrabile”. Il problema è che ci affidiamo a questi sistemi in modo totale, mostrando una fiducia irrazionale, che porta ad una sorta di “magia tecnologica”, in cui i miliardi di operazioni finiscono con lo sfuggire alla nostra comprensione. E aggiungerei che al contrario eravamo abituati a spiegare con procedimenti esatti e dimostrazioni matematiche molti fenomeni: con il calcolo computazionale si eseguivano operazioni logiche o numeriche per raggiungere un risultato.
Maurizio Ferraris è netto sulla intelligenza artificiale: dipende da chi assoggetta al suo volere, anche se è uno strumento di potere esercitato come una clava. La sua lezione è sui passaggi della speculazione filosofica considerando che la realtà tende sempre verso l’entropia, cioè il disordine. Quello che tutti vagheggiano, ovvero il bisogno di ordine, non diventi il ritorno all’ordine, perché c’è bisogno di individuare nuove strade che vadano oltre quelle di una filosofia che nel secolo scorso ha portato a tante conquiste politiche e sociali, attraverso l’azione del decostruzionismo. Distruggere non basta più, ed allora la sua proposta è affidarsi ad un concetto ereditato dalla fisica e che si chiama “isteresi”, la permanenza degli oggetti anche quando le cause sono scomparse, ovvero un sistema dipende non solo dalle sollecitazioni del presente ma anche dalla sua storia passata. La struttura profonda del reale, sostiene, consiste nel restare più che nell’accadere. C’è qualcosa piuttosto che il niente: se applico un magnete a un pezzo di ferro noto un’attrazione che si protrae anche oltre, facendo permanere una traccia residua. Ciò significa che le cose restano, così come si conservano le idee sia sbagliate che giuste. Questo agire attraverso l’“isteresi” permette di definire un nuovo trascendentale, una nuova metafisica, certamente differente da quella intesa a lungo. Se nella realtà non c’è un inizio, una traccia di ciò che è stato, non si permetterebbe ad altri di percorrere una via. All’origine di ogni vita ci sono ripetizioni di processi uguali, è l’elemento infrastrutturale che crea il mondo e produce le possibilità del conoscere. Questa conoscenza si costruisce attraverso i dati, perché “nulla si costruisce senza conservazione” di ciò che è stato: non è importante solo l’essere, ma esso va integrato con l’operare, il sapere, il volere, avendo uno sguardo diverso sulle cose. La lezione di Ferraris è di dare un senso a quella traccia del passato che poi determinerà il futuro, ovvero farà realizzare un nuovo ordine dal caos.
Questi sono alcuni spunti che emergono dal dibattito filosofico e scientifico. Ma accanto alle lezioni, una quarantina fra mostre e installazioni hanno esplorato il legame tra entropia e creazione d’arte che, insieme a spettacoli, cucina filosofica, e tante occasioni di confronto e dialogo, hanno offerto gli strumenti di interpretazione di una complessità non solo legata alle idee ma anche alle pratiche e alle azioni di vita quotidiana.
Di seguito, riporto alcune tematiche affrontate dai vari studiosi che hanno arricchito il programma filosofico.
Alessandro Aresu (equilibri geopolitici globali nell’epoca della competizione tecnologica), David Armitage (idee politiche moderne e delle grandi strutture del potere globale), Gregorio Baldin (Leviatano di Thomas Hobbes), Giuliano Boccali (studi sanscriti e analisi delle grandi tradizioni religiose e letterarie dell’India antica), Mauro Bonazzi (Dioniso, Nietzsche e la crisi della modernità), Rosi Braidotti (filosofia politica, teoria femminista e studi sul postumano), Massimo Cacciari (concetto di caos, crisi e conflitto), Barbara Carnevali (Estetica Sociale, e rapporto tra forme sociali e forme estetiche), Adriana Cavarero (vulnerabilità e singolarità dell’umano), Pierre Charbonnier (sviluppo, ambiente e organizzazione delle società), Anne Cheng (grandi tradizioni intellettuali dell’Asia, in particolare la Cina), Umberto Curi (Polemos, la politica come guerra), Mario Del Pero (le dinamiche di potere e conflitti geopolitici), Donatella Di Cesare (identità, appartenenza e convivenza fra differenze), Ivano Dionigi (la tradizione classica e le inquietudini del presente), Elena Esposito (la predizione algoritmica, il futuro generi e nuove forme di incertezza), Roberto Esposito (rapporti fra vita, comunità e ordine politico), Franco Ferrari (Timeo di Platone), Maurizio Ferraris (rapporto tra realtà, tecnica e produzione del sapere), Simona Forti (forme moderne del potere e rapporto fra libertà individuale, autorità e costruzione dell’agire collettivo), Marco Fortunato (dispositivi narrativi e immaginativi per sovvertire convenzioni e identità consolidate), Emanuela Fronza (diritto penale contemporaneo, giustizia internazionale, sovranità), Nadia Fusini (l’opera di Shakespeare tra oscure delle passioni, desiderio, potere, ambizione), Umberto Galimberti (civiltà contemporanea tra tecnica, nichilismo e progressive trasformazioni culturali), Carlo Galli (pensiero politico moderno, nei suoi rapporti con conflitto, sovranità e forme del potere), Cristina Guarnieri (sull’Iliade di Rachel Bespaloff), Serenella Iovino (rapporto tra esseri umani e mondo naturale per ripensare le responsabilità collettive), Francisco Jarauta (filosofia, estetica e grandi trasformazioni culturali del mondo contemporaneo), Luke Kemp (ascesa e collasso delle società umane tra crisi ambientali, squilibri politici e vulnerabilità sistemiche), Matteo Lancini (instabilità, affetti e rapporti di coppia nel fragile mondo odierno), Silvia Lippi (forme contemporanee del desiderio e della sofferenza tra identità e pulsioni, equilibri precari ma sempre generativi), Anna Loretoni (Per la pace perpetua di Immanuel Kant), Anna Maria Lorusso (linguaggi, mass media e sistemi di comunicazione, percezione pubblica della realtà tra consenso e riconoscimento del vero), Michela Marzano (dimensioni dell’esperienza umana tra corpo, affetti, identità, libertà del singolo e rapporto con l’altro), Stefano Massini (il racconto della crudeltà, tra sentimenti, passioni civili, diritti dimenticati e tematiche sociali di attualità), Alberto Melloni (guerre di religione, trasformazioni politiche e mutamenti culturali), Valentina Moro (la tradizione del teatro antico e la persistenza dei suoi modelli nella cultura occidentale), Salvatore Natoli (Caoscosmos tra ordine naturale, disordine umano), Gloria Origgi (reputazione, fiducia e circolazione delle informazioni per costruire la conoscenza), Carlo Ossola (linguaggio, memoria culturale, riflessione spirituale e immaginario condiviso), Gianni Paganini (Nuova scienza e scienza civile da Galileo a Hobbes), Nicola Panichi (sui Saggi di Montaigne), Vittorio Emanuele Parsi (crisi dell’ordine internazionale fondato sulle regole tra conflitti, mutamenti strategici e ridefinizione dei rapporti di forza globali), Telmo Pievani (trasformazione, adattamento, equilibri instabili, mutazioni imprevedibili e continue riconfigurazioni del vivente), Gaspare Polizzi (dialogo tra sapere razionale, immaginazione teorica e interpretazione della natura), Alfio Quarteroni (matematica applicata e modellazione computazionale tra strutture dinamiche, equilibri instabili del mondo naturale e artificiale), Gianfranco Ravasi (la Genesi tra esegesi biblica, riflessione teologica e dialogo con la cultura contemporanea), Massimo Recalcati (Catastrofe e rigenerazione. La teodicea di Anselm Kiefer), Francesca Rigotti (immagini concettuali come forme di pensiero capaci di orientare relazioni, problemi complessi e strutture profonde dell’esperienza individuale e collettiva), Rocco Ronchi (esperienza, evento, divenire e trasformazione per ripensare criticamente la realtà tra Deleuze e Guattari), Armando Savignano (esistenza, libertà e dimensione spirituale, un costante dialogo fra esperienza storica, cultura e ricerca di senso), Mariarosaria Taddeo (processi decisionali, forme di responsabilità e i delicati equilibri fra innovazione tecnologica, sicurezza e controllo), Guido Tonelli (la fisica contemporanea e il vuoto come immagine dinamica, instabile e generativa), Matteo Vegetti (spazio politico contemporaneo, a partire dal modo in cui tecnologia, dimensione territoriale e nuovi scenari geopolitici ridefiniscono le forme del potere), Paolo Zellini (pensiero matematico e storia delle idee scientifiche per confrontare l’umano con i limiti della conoscenza).
Grazie. Un grande aiuto per conrinuare ad interrogarci. La domanda è sempre più importante della risposta.
P.s. il nero non è caos ma contenitore del mondo. Ci sono tutti i coloei gli uomini come i pittori debbono tirare i fili del caos sapendo che “tutto scoorre” e l’immobilità è morte.🤗🤗🤗
Grazie Rita. Il caos come inizio è il vuoto (Cacciari). Hanno utilizzato gli organizzatori la metafora del cigno nero da cui poi costruire anche dalla distruzione. Sostiene Recalcati che anche le macerie contengono un piccolo germe che darà luogo ad un nuovo inizio. Ad ogni modo, caos, ordine e nuovo caos, il tutto è circolare (Natoli). Oggi le incertezze e i cambiamenti spesso violenti (guerre) ci danno il senso della fine che chiamiamo erroneamente caos, senza considerare che le capacità e le creatività umane, anche tra infinite difficoltà, riusciranno a trovare qualcosa per ripartire. Il messaggio comunque deve essere di speranza.
Il caos originario e’ l’utero cosmogonico che ha bisogno di una norma,chi si adombra nella notte calda e confusiva della grande madre suo malgrado e’ inscritto in un tempo ciclico in cui si trasmuta in un sembiante fallico che si sostituisce vagamente al padre evanescente.Si corre il rischio di rimanere intrappolati in un vuoto che si riempe di sostituti e riempitivi senza forma o logos.Solo il dia- logos ed il polemos consentono un nuovo orizzonte di senso ,dove cio’ che e’ simmetrico ed irrazionale o inconscio diviene fecondo e mitopoietico se incontra l’asimmetria delle relazioni e diviene pertanto realmente cosmogonico dando origine ad un nuovo mondo.
Complimenti per gli stimoli e l’analisi dettagliata di un festival della filosofia attuale e fonte di.molteplici suggestioni
La metafora del cigno nero calza perfettamente la filosofia rigeneratrice di Rudolf Steiner legata al tentativo di Jhavè, l’Elohim solare, che si sacrifica per contrastare l’azione di Lucifero ed Ahriman che predispongono le loro azioni per strappare il mondo degli uomini al destino divino. Nell’antroposofia di Rudolf Steiner, Ahriman è un arcangelo caduto e la sua attività è opposta a quella di Lucifero, anche lui decaduto. In contrasto con il creare di illusioni di Lucifero e Ahriman vogliono abbattere nell’umano lo spirito individuale. Ahriman è l’ispiratore del materialismo. Il suo scopo è quello di legare l’uomo alla terra, alla materia, come l’unica cosa che secondo la sua visione esiste. In merito si traduce nella fiducia che la scienza abbia bisogno solo di più tempo per creare una sorta di Paradiso artificiale sulla Terra: libero da malattie e disagi. Questo è lo scopo di Ahriman. Nella vita terrena, il potere di Ahriman porta a confondere l’esistenza sensoriale-fisica con il suo unico scopo, oscurando così ogni visione di un mondo spirituale. Questo potere porta l’uomo al completo isolamento, a dirigere ogni interesse verso se stesso. Le persone che sono in balia del potere di Ahriman, al momento della morte, rinascono poi come egoisti. Invece il destino di Jahweh riguarda appunto la nuova creazione per rigenerare la carne di coloro che resusciteranno.
Si capisce che questo stato di Jahvè non più solare, cioè un essere divino vivo, ma come morto, è simile allo stato, per esempio, degli alchimisti che si calano nella tomba per rigenerare la loro spiritualità.
E come morto Jahvè accellera il processo di morte degli uomini contrastando il piano di Ahriman, ma con il contributo dei suoi Elohim solari il destino di Jahweh riguarda appunto la nuova creazione per rigenerare la carne di coloro che resusciteranno.
Questa è la visione spirituale dell’uomo secondo Rudolf Steiner, ma c’è modo di capire che la metafora sulla morte concepita da lei dott. Pasquale Martucci e da altri filosofi moderni, ha la prova fisica attraverso recenti esperienze scientifiche.
Scienziati e startup innovative stanno rivoluzionando la gestione degli scarti tramite processi avanzati di conversione termica ed estrazione chimica, trasformando tonnellate di spazzatura urbana e agricola in materiali ad alto valore aggiunto come biochar, bioplastiche, olio e carta.
• Ricercatori e startup stanno trasformando rifiuti urbani e agricoli in materiali preziosi come biochar, bioplastiche, olio e carta, riducendo la dipendenza dalle discariche.
• Dalla cellulosa pura estratta dagli scarti alimentari agli impianti di conversione termica in Australia, le nuove tecnologie mostrano che la spazzatura può diventare materia prima in tempi rapidi.
• Il biochar prodotto viene già usato in agricoltura per migliorare il suolo, mentre il sostegno pubblico rafforza un modello di economia circolare capace di generare valore economico e ambientale.
Il link di riferimento: https://www.libero.it/tecnologia/rifiuti-tecnologia-riciclo-123683
Cordiali saluti,
Gaetano Barbella