Tutte le dinamiche culturali e le riflessioni sulle culture non hanno senso se non inserite in un contesto definito e da definire, in un mondo in cui c’è un interscambio relazionale, perché solo il contatto/confronto permette agli uomini di vivere le comunità nel rapporto tra passato/presente/futuro e nella dimensione materiale e immateriale.
Per costruire le culture, occorre realizzare un processo per cercare il senso della conoscenza, il “sapere”, percorrendo un sentiero e preoccupandosi della sua custodia, salvaguardia e presupponendo che esso è sempre sospeso tra la memoria di una cultura, che ha fondato l’esistenza, e le dinamiche evolutive di una società in rapido cambiamento.
Il termine cultura è di origine latina, e significa “coltivare”. Il suo uso fu esteso a tutte le attività e situazioni che richiedevano un’assidua cura: dalla “cura” verso gli dèi, quello che tuttora chiamiamo “culto”, alla coltivazione degli esseri umani, ovvero la loro educazione.
La cultura è un modo di pensare e di interpretare il mondo sociale e individuale, in un contesto “abitato” e “condiviso” da uomini che ritrovano il vivere quotidiano attraverso una struttura organizzata, di estensione limitata. Qui gli abitanti hanno caratteristiche comuni: è la “comunità”, la cui etimologia si riferisce a communitas, derivato di communis, “che compie il suo incarico (munus) insieme con (cum) altri”. Essa è formata da istituzioni sociali (famiglia, scuola), sistemi di valori (leggi, tradizioni, costumi, modi di vivere), istituzioni politiche (governi, associazioni).
Le “culture” sono da intendere come processi collettivi, che riguardano le credenze, le abitudini, i costumi, ma anche le capacità e conoscenze da ampliare per lo sviluppo delle stesse comunità di appartenenza. In esse c’è la ricerca di una dimensione identitaria, che si realizza in quelle comunità territoriali che si sviluppano nel rapporto con gli altri, attraverso il rispetto e il dialogo, ma anche con la consapevolezza che ci si trova a vivere un percorso comune, reciproco, per costruire i processi conoscitivi. Per compiere questo percorso/processo sono importanti termini quali: “con-vivere”, “con-dividere”, “con-partecipare”, ovvero la possibilità di intrecciare vite, costruire la conoscenza insieme agli altri attraverso il “principio di reciprocità”.
L’identità è “storicamente determinata”: la storia, infatti, ci insegna che “la cultura è fatta di carenza di omogeneità” e “l’identità non è mai compiuta e compatta”, non sarebbe stabilita e garantita ma riproposta e ricostruita. Le “culture” si sovrappongono e si evolvono mantenendo una costante di fondo, ovvero una identità che si arricchisce ma non si estingue. Magari è differentemente trasmessa ed accettata.
Quando si parla di cultura, ci si riferisce alle comunità che hanno origine millenaria e si affermano quando l’individuo, in contatto con altri, inizia a condividere spazi di vita organizzati. Il nucleo originario è la famiglia (dal latino familia), costituita da individui che hanno relazioni di parentela in genere basate su rapporti coniugali. Il passaggio successivo è l’unione di famiglie in un determinato territorio, con un linguaggio comune, con caratteristiche ed analoghi comportamenti, legate ad un senso di appartenenza e di condivisione.
Ferdinand Tönnies considerava importanti per la comunità quei legami che sono le relazioni familiari, di vicinato, di amicizia, tutti quei rapporti che “non perseguono uno scopo determinato”. La comunità di tale tipo si estrinseca nei luoghi di appartenenza e si basa su: riconoscimento; sicurezza; assenza di solitudine; solidarietà.
Vivere in una comunità è stare “in un posto intimo e confortevole” dove si può contare sulla benevolenza di tutti. La comunità è legata agli elementi che la caratterizzano; è piccola e riconosciuta dai suoi membri; è capace di stabilire rapporti stretti e personali, cioè di provvedere alle attività e necessità dei suoi membri. La comunità è molto simile all’idea di un’organizzazione sociale semplice dove si sviluppano forme identitarie ancorate ai valori dell’appartenenza ad un luogo.
Le comunità possono essere differentemente intese. Esistono: Comunità culturali (cultura, identità, appartenenza, condivisione); Comunità ereditate (memoria collettiva); Comunità sacre (miti, riti, divinazioni); Comunità contemplative (flâneur de rural, osservatore distaccato ma partecipe); Comunità narrative (che sono raccontate e raccontano); Comunità tipiche (prodotti autoctoni e territoriali); Comunità creative (azioni dei giovani per lo sviluppo).
La cultura di una comunità si rappresenta attraverso simboli, miti, immagini, concernenti la vita pratica e la vita immaginaria: non si tratta solo di una vita tangibile, ma anche di qualcosa che trascende oggetti, azioni, persone, circondato da codici di “norme, regole, tabù”. È l’esperienza della sacralità, che si rappresenta in un “luogo”, in un “tempo”, in “azioni” e in “testi” pronunciati, narrati o scritti. È una manifestazione collettiva su cui incidono molto quelle credenze che danno un senso comune a fenomeni e situazioni che sarebbero difficilmente spiegabili ed interpretabili.
La ritualità è riferibile a quegli eventi cerimoniali che hanno rilevanza in quanto legati ai cicli stagionali della natura e rispondono al criterio di essere vissuti nelle comunità. In tal senso, la festa è stata intesa come il periodo dedicato alla celebrazione di un rituale collettivo simbolico. Lello Mazzacane ha sostenuto che una festa popolare è la sintesi di una determinata cultura, ne riassume ed esplicita in modo esemplare tutta una serie di tratti salienti e, a partire dal folklore, continua ad essere una modalità di vivere il tempo presente.
La festa continua anche oggi ad esprimere valori, comportamenti standardizzati, pratiche collettive e azioni simbolico-rituali che appartengono a tutte le società ed epoche della storia. È il modello formale di interpretazione del significato sociologico della festa, elaborato da Durkheim, riguarda un momento rituale per rinsaldare l’unità sociale all’interno della comunità, che si manifesta attraverso comportamenti e atteggiamenti che trasportano in un mondo speciale, del tutto diverso da quello in cui si vive. Sono importanti: le azioni comuni; gli stati d’animo e le espressioni emozionali; i simboli o gli oggetti sacri, segni di appartenenza.
La festa permette alla comunità di aggregarsi e coesistere: l’occasione festiva può essere intesa come un istituto sociale caratterizzato da una data di nascita e dalla sua forma più o meno consolidata nel tempo. Dunque, si tratta di un organismo vivo che si alimenta e trae la sua ragione d’essere nel cambiamento: è un patrimonio del passato che si rinnova continuamente nel presente.
Se fino a qualche decennio fa, si è pensato che la modernità fosse anti-festiva, in quanto ritenuta funzionale al progresso e alla razionalità, relegando il tutto al folklore e alla passione dei nostalgici del passato. Eppure, ancora oggi è vivo il continuo “ritorno a Dionisio”, che esalta il corpo, attraverso la danza e la musica, facendo emergere il riscatto dell’elemento festivo, ora considerato come specifico campo di indagine inserito nella dimensione dei differenti comportamenti sociali. Per cui diventa essenziale, accanto alla funzione ritualizzata, l’elemento di una socievolezza partecipativa, collettiva, che travalica i confini del razionale, mettendo in risalto il simbolico e rituale.
È pertanto importante il concetto di “memoria” e soprattutto di memoria collettiva, che riconduce agli studi di Maurice Halbwachs. Nel 1925, nel volume: Les cadres sociaux de la mémoire, sostenne che nella società l’uomo acquisisce i suoi ricordi, li richiama alla memoria, li riconosce e li localizza, perché la memoria ricostruisce il passato attraverso il linguaggio e il punto di vista del gruppo cui appartiene.
Halbwachs non intende il “quadro sociale” come un contenitore privo di relazioni, bensì una forma avente una valenza strutturante rispetto al proprio contenuto. I gruppi umani agiscono entro cornici temporali e storiche, che conferiscono forma al mondo di ogni singolo individuo che appartiene ad una determinata comunità organizzata socialmente.
Le tesi di Halbwachs si occupano di una ricostruzione del passato in rapporto ai bisogni del presente, precisando però che “la storia non è tutto il passato, ma non è nemmeno tutto ciò che resta del passato”: a fianco di una storia scritta c’è una storia vivente, che si perpetua e si rinnova attraverso il tempo, in un quadro storico e collettivo.
La memoria si realizza attraverso le rappresentazioni collettive, ovvero quell’insieme di idee, credenze, norme, tradizioni, linguaggio che servono ad assicurare la socialità della memoria, la sua conservazione, la sua comprensione e comunicabilità, la mediazione tra passato e presente: la memoria è dunque condizionata dallo stare in società. Nello “spazio materiale e simbolico” ci sono pietre, case, strade e il loro aspetto familiare spiega come i ricordi durino. In essi anche a distanza di secoli resta una impronta, una traccia, perché le pietre sono depositarie di racconti e miti, sono luoghi carichi di ricordi.
Halbwachs sostiene che la costruzione della memoria collettiva è la riappropriazione, la ridefinizione e la risignificazione dei luoghi che accoglieranno tradizioni e racconti diversi. I rapporti umani si manifestano attraverso una dialettica, tra spazio e gruppi sociali che lo occupano, che realizza la trasformazione di uno spazio vissuto che diventa luogo antropologico. È importante prestare attenzione al processo incessante di costruzione del territorio e al “ruolo dei diversi gruppi sociali nella produzione collettiva dello spazio urbano”. Ogni attore, “appropriandosi dello spazio lo territorializza”.
Il territorio è costituito da un complesso di relazioni che si esprimono attraverso un rapporto dialettico unitario “uomo-ambiente”. È uno spazio delimitato dotato di confini; ha una dimensione riguardante le superfici; dispone di una forma dinamica, perché può essere modificato nel tempo.
Il termine deriva dal latino territorium, legato alla terra, ad un’area definita politicamente, geograficamente o amministrativamente: è quello spazio, che ha una storia e un nome, sul quale si sviluppa un processo continuo, costituito da elementi visibili, invisibili e simbolici. Esso è identificato per le sue caratteristiche fisiche, geografiche e umane su cui si organizza e si gestisce una comunità, più o meno estesa, attraverso un controllo da parte di chi esercita un potere (istituzioni).
È possibile intendere il territorio come un soggetto culturale su cui ricadono le scelte degli uomini, e di conseguenza è un sistema complesso, costituito da relazioni molteplici, e dinamico perché le stesse relazioni variano nel tempo. Nell’abitare i territori, le comunità umane producono valori provenienti dall’interazione continua dei processi sociali con i processi ambientali. Si rivolge ad una trasformazione, che parte da una condizione di stabilità, ordine, equilibrio, ma si indirizza verso una “riproduzione” che serve a organizzare la vita sociale caratterizzata da aspetti “sincroni, atemporali, statici”, ma anche “diacronici”, quelli che riguardano il cambiamento sociale.
La memoria discende da mnemosine ,madre delle muse e quindi non si propone come catalogo bensi’ come trama creativa che intesse le varie istantanee identitarie che scandiscono le coesistenze comunitarie,con attraversamenti plurimi di culture che prescindono da o meglio non coincidono necessariamente con l’ethnos.
Il territorio insiste invece nella complessita’ e predilige l’interconnessione.
Complimenti per gli stimoli che la tua analisi propone caro Pasquale