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Gli Italici vivevano nelle zone interne. Erano pastori e agricoltori e dimoravano in modeste abitazioni costruite con materiali deperibili e precari, come precaria era la loro esistenza.

Erano popoli indoeuropei che condividevano numerosi tratti sociopolitici, religiosi e culturali.

Si stanziarono in Italia a partire dal I millennio a.C. e parlavano le lingue osco-umbre, quelle che si affermarono lungo la dorsale appenninica dall’Umbria alla Calabria. In genere, si fa riferimento a diverse popolazioni della parte centro-meridionale: Umbri, Piceni, Sabini, Latini, Volsci, Sanniti, Lucani, Siculi, etc … In un’accezione più estesa, gli Italici includevano anche popoli di lingua non indoeuropea come i Liguri, i Reti e gli Etruschi.

La denominazione di Italici riguardava comunque quelle popolazioni, che subirono nella seconda metà dell’VIII sec. a.C. una colonizzazione greca proveniente dalla costa che interruppe il processo di articolazione sociale che si stava compiendo all’interno delle comunità locali in via di sviluppo. Queste popolazioni vennero forzatamente integrate oppure respinte all’interno, dove crearono una rete di insediamenti che si potenziarono soprattutto nel corso del VII sec. a.C. L’effetto della colonizzazione greca comportò forme di accelerazione culturale presso genti con organizzazioni più compatte che instaurarono contatti sistematici con i Greci.

L’archeologo Massimo Osanna, in: “Mondo Nuovo. Viaggio alle origini della Magna Grecia”, considera importante studiare i ritrovamenti archeologici ed interpretarli alla luce delle nuove conoscenze per avere riscontri sulla presenza degli elementi culturali delle popolazioni italiche nel nostro territorio.

Nell’ultimo ventennio si sta mettendo in discussione l’idea di considerare e soprattutto sopravvalutare l’apporto dei Greci sulla nostra cultura. Si sono ignorati i fenomeni di commistione e di convivenza, che al contrario sono la chiave di lettura per dare il senso di una identità territoriale certamente riconducibile ad antichi popoli.

La grande distinzione è tra la costa e l’interno. La tesi di fondo è che nelle aree interne del Mezzogiorno ci sono state convivenze miste: “le élite indigene si affincano a genti provenienti dall’esterno”, come era già accaduto nel periodo miceneo (XIII e XII sec. a.C.), con mercanti e artigiani greci portatori di saperi e tecniche nuove. Il fenomeno è di mobilità delle genti e di colonizzazione interna, come accade osservando la ceramica matt-painted (VIII e VII sec. a.C.) che dimostra una cultura distintiva. Questi sono i luoghi ideali per lo sviluppo di forme di mescolanza e di convivenza pacifica tra genti diverse. (1)

L’artigianato ci fa conoscere le relazioni e fa pensare ai contatti tra indigeni e altri: negli ultimi anni è emersa l’esigenza di ripartire da una concezione diversa dei concetti di cultura e identità. La prima è la struttura di fondo composta da “sottinsiemi dai confini permeabili” in cui le conoscenze e le acquisizioni circolano in sistemi complessi che travalicano i “confini etnici”. I fenomeni culturali sono “reti, articolati per nodi, che possono sciogliersi e riannodarsi altrove, ingranaggi che entrano in contatto tra loro lungo i margini, permettendo il passaggio d’informazioni e saperi da un ambiente all’altro”. In questi mondi nulla è duraturo, anche in uno stesso luogo, “le reti si sovrappongono, i codici culturali possono essere continuamente risignificati da gruppi, situazioni, contesti”. (2)

Le genti italiche hanno intrattenuto rapporti scostanti con la scrittura, attraverso testi frammentati, ed è giusto supporre che la tradizione orale abbia costituito la trasmissione del sapere (almeno fino a prova contraria, dovuta a possibili ritrovamenti). Degli italici abbiamo notizie dai tanti letterati di altre culture (greci e romani) che li considerano barbari e li guardano con superiorità. Ma oggi a parlare sono anche oggetti e strutture mute che necessitano di essere colte attraverso un lavoro interpretativo da parte delle scienze sociali e dell’antropologia, oltre che da confronti e idee che emergono dalla storia. È necessario costruire un percorso interpretativo e trasformare il tutto in strumenti parlanti per riorganizzare l’incontro tra popoli, affrontati e amalgamati in un processo dinamico e senza soluzione di continuità. (3)

Nel primo millennio a.C. nel territorio della Magna Grecia si nota la presenza di alcuni insediamenti fondati sulla costa ionica e tirrenica, ma anche alcuni comprensori nella zona dell’entroterra popolata da italici. C’è mobilità e incontri con maggiore o minore intensità a seconda dei luoghi e dei tempi. La rete di connessioni e di rapporti hanno determinato la vita quotidiana: scambi, doni, relazioni, tensioni di gruppi. Solo la parte costiera era occupata dai greci; quella interna era del tutto sconosciuta. L’archeologia dall’VIII al II secolo a.C. mette in discussione quello che è stato inteso come un processo di ellenizzazione del territorio. Nell’ultimo ventennio, infatti, si è parlato a proposito del Mediterraneo di uno “spazio di connettività” (mobilità di genti e oggetti). I contatti si prolungano e si parla di superamento del concetto di “acculturazione” greca e categorie quali: identità, ibridazione, meticciato. (4)

Si tratta di sovrapposizione di spazi culturali prodotti da costruzioni storiche che variano nel tempo. Il problema è di chiarire i “processi di costruzione dell’identità”, le interazioni tra indigeni e greci, gli scontri e gli incontri tra genti e culture.

Osanna parla di “non città degli italici”. Prendendo spunto dall’abitato di Torre di Satriano, riscontra la presenza di un villaggio composto di agglomerati di capanne disposti a maglie larghe tra campi e pascoli. Non c’è il centro urbano, in quanto manca il punto di riferimento di una vasta piazza pubblica (agorà greco); si tratta di un paesaggio insediativo di tipo rurale, con nuclei sparsi di abitazioni, dove le tombe sono scavate intorno alle capanne. Ci sono segmenti caratterizzati da spazi abitativi, quelli per i morti e per gli animali, ma anche aree destinate all’artigianato e alle manifestazioni festive, senza tuttavia differenziazioni tra luoghi della vita quotidiana, tombe ed aree di culto, come accade sulla costa. Questo paesaggio ricorda le aree periferiche del territorio delle città, la fascia di confine dove il paesaggio agrario si trasforma in paesaggio boschivo selvaggio. Non ci sono spazi per gli dei, ma il culto è presente nelle abitazioni dei personaggi al vertice della comunità, che hanno dimore molto diverse dalle capanne in argilla e paglia, le case dei sudditi e della gente comune. Queste ultime proprio per il fatto che sono costruite con materiali modesti sono poco resistenti e si deperiscono facilmente. Ed allora hanno avuto difficile possibilità di essere trasmesse ai posteri. Di rilievo è la dimora del signore che comanda sull’insediamento: questo abitato fa pensare a società basate sul rango, su organizzazioni tribali con un capo chiamato “big-man”, che gestisce il potere con la forza. Osanna sostiene che questi capi e le loro abitazioni non sono dissimili da quelle dei signori delle città greche e etrusche: emulano i comportamenti e si circondano degli stessi oggetti. Nel VI sec. a.C. gran parte di questi capi entrano in contatto con genti di avanzata cultura che abitano la costa. Le élite italiche si inseriscono in una rete di scambi che omologano comportamenti e costumi sociali, condizionando “la scelta degli oggetti posti al centro delle attività socio-culturali”. (5)

Dunque, i riscontri archeologici dimostrano l’importanza della dimora del capo, con simboli che riconducono alle divinità; poi monili e ceramiche. Tuttavia niente che riconduce alle città della costa, con tempi dedicati agli dei e tombe che sottolineano il prestigio e l’importanza delle civiltà greche. Le differenze sono quelle legate ad una differente maniera di celebrare i culti, all’agorà che caratterizzava le piazze dei centri costieri e le forme di esercizio del potere.

Dai rilievi importanti che riguardano l’VIII sec. a.C., si attesta la presenza di Enotri. Essi hanno un elevato livello di conoscenza ed hanno maturato una specifica identità precedente quella greca, legata a lingua, costumi, modi di vivere, attività legate ad agricoltura e pastorizia. Questi popoli scambiano prodotti entrando in contatto con le civiltà del mare, ma non ne subiscono tra il X e l’VIII sec. a.C. la superiorità, semmai acquisiscono elementi e tratti culturali che non portano subito alla conquista, almeno nelle aree interne. Si riducono certamente gli spazi di vita e i confini: i Greci restano sulla costa, sposano le donne italiche e nel passaggio generazionale perdono molto delle precedenti abitudini delle poleis greche, trovando nuovi elementi culturali che si costruiscono a contatto con l’ambiente, il territorio, le risorse disponibili.

Greci e Italici vivono la nostra realtà, prima dell’avvento di altre generazioni che entrano in contatto e scambiano culture. Giangiulio ha proposto la definizione di paesaggio dell’intreccio, ovvero le interazioni reciproche. Gli Italici dell’interno conoscono dopo l’VIII sec. a.C. un progressivo sviluppo determinato dalla rete di rapporti con le culture vicine (altre popolazioni interne e della costa). La capacità di connessione è però appannaggio delle élite soprattutto perché le tracce (i manufetti e le costruzioni) sono riconducibili a personaggi di rango. I contadini e i pastori sono allora, come anche in seguito, risospinti fuori della storia. (6)

Per fare un esempio: Sibari, Metaponto, Taranto, Paestum sono città greche, colonie che si sono allontanate dalla madrepatria: apoikia. È la separazione che produce un nuovo insediamento autonomo, ma si venerano gli dei della terra d’origine. Chi approda nel territorio porta un pezzo di patria, ma “i fenomeni culturali sono fluidi, mobili, dinamici”, soggetti a trasformazioni e continue ibridazioni. Il legame con la madrepatria si modifica e si indebolisce a causa dell’incontro con genti diverse: qualcosa resta nonostante lo scorrere del tempo, come ad esempio la lingua. Anche prima di quel periodo, nel II millennio a.C. (età del bronzo) il mare permetteva lo scambio di prodotti (metalli soprattutto), ceramiche micenee (XII sec. a.C.), ma anche armi e strumenti in bronzo. Avveniva tutto attraverso il canale di Otranto, il golfo di Taranto, le coste ioniche pugliesi, la Basilicata, la Calabria. (7)

Dai ritrovamenti si evince che molte ceramiche sono prodotte in loco da artigiani che avevano conoscenze tecniche e procedimenti di cottura. Erano produzioni locali. Gli Italici del X sec. a.C. sviluppano le ceramiche e le adattano ai loro bisogni: sono le ceramiche geometriche, con decoro regolare, tipiche di quelle popolazioni. Il patrimonio introdotto dalle genti del mar Egeo diviene patrimonio autoctono e dà vita a prodotti che le popolazioni italiche utilizzano per la conservazione e il trasporto di derrate alimentari. La circolazione dei vasi significa attivare scambi con le comunità vicine. Con il passar del tempo diventa molto importante la lavorazione del metallo e la creazione di oggetti ed utensili. I commerci porteranno sulle coste italiane le popolazioni delle città greche. Tra il IX e l’VIII secolo gli Eubei (da Ischia, Cuma, Reggio, Sicilia) si affermano. Corinto fonda Siracusa, Sparta Taranto. Ma perché avviene questo passaggio sulle coste italiche? Per necessità, per la ricerca di nuove terre, per l’oppoprtunità di trovare sbocchi commerciali, per trovare una nuova patria dato che quella d’origine è stata abbandonata per i conflitti dei gruppi sociali e delle famiglie. (8)

A proposito delle commistioni tra Greci e Italici, l’archeologia ci mostra che nei santuari greci molte ceramiche (VII sec. a.C.) sono legate ai rituali. Si tratta di offerte di acqua e altri liquidi alle divinità venerate. C’è a tratti una evidente connessione con il mondo femminile, dove le fanciulle nei rituali pre-matrimoniali frequentano santuari locali in cui i fedeli indigeni si affiancano ai nuovi arrivati greci che vivono e condividono pacificamente un culto. Alle antiche costruzioni si affiancano nuove nel segno della continuità. (9)

In questi santuari scene di rituali al maschile (guerrieri sottoposti ai riti di iniziazione) recano armi in bronzo offerte in luoghi sacri dedicati al femminile. È da dire che queste strutture sono preesistenti (è il caso di Sibari): gli scambi precedenti questi arrivi inducono gli indigeni a far nascere santuari alla greca, che si riscontrano attraverso lo studio delle ceramiche ispirate all’artigianato greco. Si suppone la presenza di artigiani al servizio delle genti locali. Se prima infatti i locali producevano (fino all’VIII sec. a.C.) vasi a mano, con la presenza dei greci si comincia ad utilizzare il tornio veloce e a decorare a cerchi concentrici con spatole a punte multiple. I Greci eubei che si erano insediati in Campania propongono la circolazione di idee e nuove pratiche. In questo VIII sec. a.C. si rinviene attraverso contatti tra Calabria e Ischia un vaso da vino askos di produzione enotra, decorato secondo lo stile sibarita. Questo fatto dimostra che gli oggetti viaggiano nei due sensi, attraverso relazioni e scambi. È il caso di ceramiche enotrio-euboiche. Le evidenze dimostrano che le tombe riportano i simboli di status e di potere greco. Ciò ci induce a pensare che pian piano i Greci abbiano affermato nuovi rapporti di forza in quelle comunità. La presenza di donne enotrie nelle tombe lasciano pensare che queste ultime siano andate in spose a personaggi importanti di Sibari. È pur vero che all’interno i manufatti legati a genti indigene continuano ad esistere anche dopo l’avvento di navigatori d’oltremare. (10)

Per Osanna, in questo periodo si riscontra il simbolo di una nuova comunità che si definisce nel segno della grecità e si soprappone al centro del potere delle generazioni e delle comunità precedenti. Le poleis si affermano con il significativo aumento della popolazione e l’accrescimento della ricchezza dovuto all’urbanizzazione dei luoghi; tutto ciò però non significa che le realtà politiche e amministrative si definiscono in senso “eticamente puro”, ma attraverso scambi culturali che determinano realtà a carattere misto (11)

Questo sfatare il mito di una polis greca che determina i tratti identitari delle nostre società è la tesi sostenuta da Massimo Osanna. Secoli di scambi culturali determinano certamente un dominio di famiglie che gestiscono il potere, anche se le stesse hanno comunque dovuto fare i conti con realtà preesistenti e con le influenze che le stesse hanno esercitato anche sui dominatori. Le culture sono miste, come miste le identità sempre frutto di scambi e commistioni per dar vita ai cambiamenti, alle evoluzioni, alle dinamiche presenti in ogni società che necessita di forme di mescolanza e di convivenza di genti diverse.

 

 

Note:

 

  1. M. Osanna, “Mondo Nuovo. Viaggio alle origini della Magna Grecia”, Rizzoli, 2024, pp. 198-199.
  2. Ivi, p. 292.
  3. Ivi, p. 18.
  4. Ivi, p. 25.
  5. Ivi, pp. 222-225.
  6. Ivi, pp. 27-29.
  7. Ivi, pp. 34-36.
  8. Ivi, pp. 38-44.
  9. Ivi, p. 79.
  10. Ivi, pp. 85-88.
  11. Ivi, p. 207.

One Response to “Le culture italiche”

  1. Pina Valente

    excellent I’m still to the Usa

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