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Il 13 ottobre 2016, cinque anni fa, ci lasciava un grande genio, Dario Fo, che è stato: attore, autore, regista, scenografo, scrittore e pittore, ma soprattutto un artista innovativo.

È famoso per lo spettacolo Mistero Buffo, risalente al 1969 e riproposto in varie versioni successive, tradotto in tutto il mondo, che lo ha reso celebre insieme a Franca Rame, la sua compagna di vita. Nel 1997, vinse il premio Nobel per la Letteratura, con la motivazione: “seguendo la tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere restituendo dignità agli oppressi”, ed in particolare direi per essere interprete di un progetto teatrale che rende rilevante la mimica e la gestualità.

Legato a Mistero Buffo ed al suo modo di proporre interpretazioni irriverenti è il genere grammelot, un termine proveniente dal francese e probabilmente dal verbo grommeler (pronunciare qualcosa in maniera indistinta, ma anche bofonchiare, borbottare), che riproduce alcune proprietà del sistema fonetico di una determinata lingua, come l’intonazione, il ritmo, le sonorità, le cadenze, e le ricompone in un flusso continuo, che consiste in una rapida e arbitraria sequenza di suoni. Avvalendosi di una forte componente espressiva mimico-gestuale, eseguita insieme alla vocalità, Dario Fo presentava uno spettacolo recitato in una lingua che contaminava e fondeva diversi dialetti lombardo-veneto-friulani, che evocava le narrazioni dei fabulatori udite dall’autore nell’infanzia. Si trattava di una scelta orientata al recupero di una cultura popolare in via di estinzione, con la pretesa di diventare uno strumento di espressione culturale e di affermazione politica, oltre che un interessante fenomeno di sperimentazione teatrale e linguistica. Tutto ciò, partendo dalla concezione che ogni classe sociale egemone ha sempre avuto cura di imporre lessico e grammatica per gettare le fondamenta del proprio potere politico. In opposizione, i comici dell’arte sapevano utilizzare l’aspetto fonetico della lingua, facendone un’arma gentile da opporre alle costrizioni dei potenti, senza ricorrere ad attacchi diretti ed espliciti. Ancora oltre andavano gli spettacoli di Dario Fo e Franca Rame, sempre politicamente aggressivi, poiché per loro il teatro era lo strumento utile a indagare e vanificare le strategie ordite dai potenti ai danni degli ultimi.

L’originalità di Dario Fo è di aver rivitalizzato e riattualizzato la tradizione popolare con riferimenti alla realtà contemporanea. I misteri medievali, le sacre rappresentazioni, diventano occasioni per recuperare la cultura degli oppressi, delle classi subalterne, lanciando un messaggio ideologico: il riso e il comico sono l’unico strumento contro l’oppressione dei potenti. Non è casuale la scelta delle fonti che non sono quelle canoniche, bensì vangeli apocrifi e testi popolari. E poi, la scrittura è soprattutto scenicapiù che letteraria: ne viene fuori una rappresentazione irriverente, che si nutre del contatto diretto con lo spettatore e con il mondo circostante.

Riporto un esempio, tratto da Mistero Buffo: “La fame dello Zanni”.

Dario Fo racconta in una lingua inventata la fame onnivora di un contadino inurbato nella Venezia del Cinquecento: un povero che preso dalla fame si addormenta e sogna di mangiare qualsiasi cosa, immaginando di possedere tre pentoloni nei quali cucinar polenta, cinghiale e verdure; ma poi, non ancora sazio, di iniziare a mangiarsi parti del suo stesso corpo, lasciandosi alla fine solo la bocca a masticare; per poi svegliarsi e capire drammaticamente che si trattava solo di un sogno, disperandosi prima, per infine, sempre in preda ai morsi della fame, gratificarsi e saziarsi catturando e mangiando di gusto una mosca che lo stava infastidendo. Dario Fo sfrutta la potenza espressiva delviso, e la sua impressionante deformazione facciale. La sua fisicità è posta completamente al servizio dell’esecuzione: nessuna parte del corpo può non partecipare all’eterna foga del personaggio più rude del teatro, più vicino alla primitività e all’animale.

Il nome “Zanni” fa riferimento al soprannome dato ai contadini del nord Italia e significa, letteralmente, “colui che ha fame”, una fame insaziabile, eterna e violenta. L’obiettivo è quello di dar voce ad un personaggio popolare, ignorante e rozzo, sopraffatto dalla fame e dai bisogni primari e, di conseguenza, impedito nell’utilizzo di un volgare bergamasco. La lingua è, perciò, ricca di differenti allocuzioni dialettali e costituita da un registro fonico sterminato: “una vera e propria scarica di suoni gutturali con aspirate e grugniti”.

Di seguito, tratto da Mistero Buffo: “La resurrezione di Lazzaro”.

Qui Dario Fo introduce uno dei più noti episodi del Vangelo, la resurrezione di Lazzaro, narrato dal punto di vista di un popolano, che riduce l’evento soprannaturale al rango di uno spettacolo mondano. E’ la descrizione del miracolo più popolare del Nuovo Testamento, in cui la drammaticità del momento s’intreccia alla comicità delle diverse situazioni e dei molteplici personaggi, dal guardiano del camposanto al venditore di sardine, dal distributore di sedie allo scommettitore. La voce dell’attore dà vita a tutti questi spettatori curiosi, venuti per assistere all’eccezionale evento. Su queste basi è proposto uno spettacolo moderno, ma trasferito nella Palestina di duemila anni fa.

Ne propongo un ampio stralcio.

-Scusi! E’ questo il cimitero, camposanto, dove vanno a fare il resuscitamento del Lazzaro?
-Si è questo.
-Ah bene.
-Un momento, dieci soldi per entrare.
-Dieci soldi?
-Facciamo due.
-Due soldi? Boia, e perché?
-Perché io sono il guardiano del cimitero e voialtri venite dentro a schiacciarmi tutto, a rovinarmi le siepi e a schiacciarmi l’erba, e io devo essere ricompensato di tutti i fastidi e i danni che mi impiantate. Due soldi o non si vede il miracolo.
-Bene! Sei bene un bel furbacchione anche tu, va’ là!
-Due soldi anche voialtri, e non m’importa se avete i bambini, non mi importa, anche loro guardano.
Si, d’accordo: mezzo soldo. Vai giù, disgraziato dal muro. Vuol vedere il miracolo gratis, il furbastro! Si paga, no?! Due soldi… no, non hai pagato. Due soldi anche voi due soldi per venire dentro […]
-Non arriva? Non è ora per ‘sto miracolo?
-Non c’è qualcuno che conosca questo Gesù Cristo, che possa andare a chiamarlo, che noi siamo arrivati, no? Non si può aspettare sempre per i miracoli, no?
-Mettete un orario e rispettatelo, no?
-Seggiole! Chi vuole seggiole? Donne! Prendetevi una seggiola! Due soldi una sedia! Prendete una sedia per sedervi, donne! Quando c’è il miracolo e il santo fa venir fuori il Lazzaro in piedi, che parla, canta si muove, vi prendete uno spavento quando gli luccicheranno gli occhi che andrete a sbattere di dietro e a picchiare per terra su un sasso con la testa e resterete ammazzati! Morti! E il santo ne fa uno solo di miracolo in un giorno. Prendetevi una sedia! Due soldi!
Tra la gente ci sono personaggi che utilizzano l’evento a fini commerciali.

-Sardelle! Dolci le sardelle! Due soldi le sardelle!
Dolci! Abbrustolite! Buone! Buone le sardelle! Che fanno resuscitare i morti! Due soldi!
-Sardelle, le sardelle…danne un cartoccio al Lazzaro che si prepara lo stomaco!

Finalmente arriva Gesù e ci si prepara per il miracolo.
-Arriva! Arriva! E’ qui!
-Chi è qui? Qual è?
-Gesù!
-Qual è?
-Quello nero? Uh, che occhio cattivo!
-Ma no! Quello è il marco!
-Quello dietro?
-Qual è? Quello alto?
-No, quello piccolo.
-Quel ragazzino?
-Quello lì con la barbetta.
-Oh, ma sembra un ragazzino, boia!
-Guarda! Ci sono dietro tutti!
-Ohe, Giovanni! Lo conosco io il Giovanni. [chiamando] Giovanni! Gesù! Che simpatico che è Gesù!
(…)

-Silenzio! In ginocchio, ha fatto segno di mettersi in ginocchio, bisogna pregare.
-Dov’è la tomba?
-Eh… è quella là.
-Oh! Guarda! Ha detto di tirare su il tombone (la pietra tombale).
-Oh, la pietra!
-Zitto!
-In ginocchio, in ginocchio, su, giù tutti in ginocchio!
(…)

-Boia! Guarda! Hanno alzato la pietra, c’è il morto, è dentro! Boia, il Lazzaro, che puzza! Cos’è sto tanfo?
-Boia!
-Cos’è?
-Zitto!
-Lasciatemi guardare!
-E’ pieno di vermi, di tafani! Oheu! Sarà almeno un mese che è morto quello, s’è disfatto! Oh, che carognata che gli hanno fatto! Uh che scherzo! Non ce la fa’ sta volta, poveretto!
-Di sicuro non ce la fa, non ci riesce! Impossibile che sia buono di [che riesca a] tirarlo fuori [resuscitarlo]! E’ marcito! Che scherzo! Oh disgraziati!
Gli hanno detto tre giorni che era morto! E’ un mese almeno! Che figura! Povero Gesù!
-Io dico che è capace ugualmente! Quello è un santo che fa il miracolo anche dopo un mese che è marcito!
– Io vi dico che non è capace!
-Vuoi far scommessa!
-Si! Due soldi! Tre soldi! Quello che vuoi scommettere!
-Li tengo io? Ti fidi? Ci fidiamo tutti? D’accordo, li tengo io questi soldi!
– Buoni, ecco, fate attenzione! Tutti in ginocchio; silenzio!
-Cosa fa?
– E’ lì che prega.
-Zitto eh!
-Ohia! Alzati, Lazzaro!
-Oh! Glielo può dire e anche cantare, solo i vermi di cui è pieno vengono fuori!… Alzarsi?…
-Zitto! Si è montato in ginocchio!
-Chi? Gesù?
-No! Lazzaro! Boia, guarda!
-Ma và, impossibile!
-Fammi vedere!
-Oh guarda! Và, và, è in piedi, và, và, cade! Và, và, su, su! Và, và è in piedi!..,
-Miracolo! Oh! Miracolamento. Oh Gesù, dolce creatura che sei, che io non credevo!
-Bravo Gesù!
-Ho vinto la scommessa, dai qui. Uehi! Non fare il furbacchione!
-Gesù bravo!
-La mia borsa! Me l’hanno rubata! Ladro!
-Bravo Gesù!
-Ladro!
-Gesù bravo! Gesù! Bravo! … Ladro!…

Dario Fo non è stato solo questo. A partire dalla fine degli anni cinquanta, ha realizzato una grande quantità di spettacoli, con una serie di commedie brillanti: “Gli arcangeli non giocano a flipper” (1959); “Aveva due pistole dagli occhi bianchi e neri” (1960); “Chi ruba un piede è fortunato in amore” (1961), all’esperimento brechtiano di “Isabella, tre caravelle e un cacciaballe” (1963), alla satira politica di “Settimo, ruba un po’ meno” (1964) e “La signora è da buttare” (1967). Negli anni settanta giunge alle farse di ispirazione apertamente protestataria, anche nella ricerca di luoghi e circuiti di rappresentazione alternativi a quelli ufficiali: “Morte accidentale di un anarchico” (1970); “Tutti uniti, tutti insieme, ma scusa quello non è il padrone?” (1971); “Guerra di popolo in Cile” (1973); “Il Fanfani rapito” (1975); “La marijuana della mamma è sempre più bella” (1976). In seguito, ha proposto satire divertenti: “Clacson, trombette e pernacchi” (1980); “Coppia aperta” (1983); “Il papa e la strega” (1990); “Zitti, stiamo precipitando” (1990); “Johan Padan a la descoverta de le Americhe” (1991).

È stato un militante attivo ed un intellettuale alternativo al potere ufficiale, impegnandosi in campagne politiche, come quella realizzata con lo spettacolo: “Marino libero! Marino è innocente!” (1998), una sorta di monologo con mimi e pupazzi in forma di arringa, proponendo una lettura polemica del processo ad Adriano Sofri e ad altri esponenti di “Lotta Continua” per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi.

Nel 1999, con: “Lu santo jullare Francesco”, monologo sulla figura del santo di Assisi, e nel 2003 con l’opera satirica: “L’anomalo bicefalo”, si è particolarmente distinto nella presa in giro di un certo potere. La sua decennale inventività figurativa, oltre a pupazzi e bozzetti di costumi per i suoi spettacoli, ha prodotto disegni, caricature, acquerelli, ritratti, tavole e fumetti, dal segno personalissimo e di beffarda e sgargiante incisività.

Dal duemila, la sua figura è stata riconosciuta anche oltre le logiche della cultura benpensante: ha ricevuto lauree honoris causa alla Sorbona di Parigi (2005) e alla Sapienza di Roma (2006); ha continuato con un attivismo molto evidente in campo politico. Negli ultimi anni ha messo in scena spettacoli, quali: “Sant’Ambrogio e l’Invenzione di Milano” (2009) e “Monologhi di Franca Rame e Dario Fo” (2011). Molte sono le sue pubblicazioni, specie recenti; come pure è da ricordare al Palazzo Reale di Milano la mostra “Dario Fo a Milano. Lazzi, sberleffi, dipinti”, in cui l’artista fa della pittura un veicolo alternativo di satira politica. Nel 2016, l’Archivio di Stato di Verona ha aperto un museo-laboratorio, il “Musalab”, dedicato a lui e a Franca Rame.

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  Categoria: letteratura

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