Note sul libro di Vincenzo Di Gironimo e Vincenzo Guarracino: “Tiberio e Felice Testa, poeti da Ceraso al Cilento” (Centro di Promozione Culturale per il Cilento, 2025).
Quando si affrontano le vicende di uomini che hanno lasciato il segno nella cultura del territorio è sempre una notizia importante, soprattutto quando si tratta di persone non molto conosciute al grande pubblico, perché spesso le loro vite e le loro opere sono conservate gelosamente negli archivi di famiglia, a lungo dimenticati, ma in questo caso molto ben custoditi dai discendenti.
Oltre alla famiglia che ha permesso la consultazione dei documenti, il merito è degli autori, Vincenzo Di Gironimo, docente di storia e Filosofia e di Etnografia (già direttore del Museo di Etno-Preistoria “A. Piciocchi” di Napoli) e Vincenzo Guarracino, poeta, critico letterario e autore di opere di poesia e saggistica, che in un volume hanno tracciato il profilo biografico e l’opera dei poeti Tiberio e Felice Testa.
I personaggi posti in rilievo sono vissuti nel Cilento, dando lustro alla zona di Ceraso, ed in particolare al paese di Santa Barbara, tra settecento e ottocento. Quel borgo è caratterizzato da un centro storico che ancora presenta antichi palazzi arricchiti da notevoli portali in pietra decorata. Di fronte al Palazzo Ferolla (XIX secolo), una delle costruzioni più interessanti, c’è proprio Palazzo Testa-Ferrara (XVIII secolo), l’abitazione di Tiberio Testa (1766-1846) e del figlio Felice (1815-1875).
Gli autori hanno ricercato notizie storiche di non facile reperimento e raccolto componimenti e manoscritti inediti sui poeti e letterati, padre e figlio, due uomini di cultura che hanno impresso una traccia importante, soprattutto se confrontata con l’incertezza della nostra epoca per la perdita dei valori umani, come è riportato dal discendente Mario Testa nella presentazione del volume.
La prima parte, curata da Di Gironimo, è dedicata a Tiberio Testa, discendente di una famiglia benestante, che si distinse fin da ragazzo per la passione per la cultura, facendosi apprezzare anche dalla Reale Accademia delle Scienze di Napoli. Da qui si dipana una vita che subisce i condizionamenti del tempo: tra la fine del Settecento e per tutta la sua vita conosce l’alternarsi delle vicende contrastanti tra ceto agrario e nuove tendenze commerciali e mercantili, di cui si notano fermenti nella Valle di Novi. Se sul piano politico-economico sulla spinta giacobina si afferma un ceto artigianale imprenditoriale che mette in discussione la borghesia terriera conservatrice (di cui fa parte la sua famiglia), sul piano letterario entra in crisi la poetica del “Neoclassicismo arcadico, montiano”, cui appartiene Tiberio. In questo contesto, contrastato sotto l’aspetto sociale e culturale, Di Gironimo traccia la vicenda di Tiberio, non senza soffermarsi su ciò che accade nel territorio, attraverso un interessante approccio che passa per la ricerca storica e la citazione di documenti d’archivio. Tra odi in onore di Ferdinando IV ed un’azione in favore della Restaurazione e il Sanfedismo, Tiberio è vittima della storia, che porta nei primi anni dell’Ottocento la sua famiglia a perdere quasi tutti gli averi. Scrive e compone, ma non può pubblicare per le ristrettezze economiche. Nel volume si riportano il poemetto: “Il viaggio a Velia di Fidalmo e di Nice”; poi nel 1832: “Rime dell’Avvocato Tiberio Testa”. Le vicende della restaurazione realizzeranno l’amalgama tra i vecchi borbonici e i murattiani (Palladino). Dal 1820, sette segrete (i Filafelfi e i Pellegrini bianchi nel Cilento), alimentano numerose congiure; Tiberio non accetta i fermenti rivoluzionari e compone, sulla vicenda dei moti cilentani: “Su la nuova sollevazione dei Capozzoli (1828/29)”.
Anche la parte dedicata a Felice Testa è curata da Vincenzo Di Gironimo. Avviato agli studi classici, il giovane dimostra passione per la poesia e la storia. L’amico del padre, Raffaele Stasi, manifesta un giudizio favorevole sul ragazzo: “Riconosco in D. Felice Testa l’allievo di suo padre. (…) Me ne congratulo si con lui che con Voi grandemente”. Da un punto di vista politico, Felice sembra prendere le distanze dal padre: se Tiberio aveva definito Napoleone “oppressore nemico della Fede” (sonetto: “Cade napoleone confuso, e vinto / Sotto l’artiche spade, e si ange, e freme / Poscia da Furie combattuto, e cinto / Giunge il mostro supremo a l’ore estreme”), il figlio davanti alla tomba dell’imperatore, scrive: “L’ombra del grande Napoleone”. Nell’ultima terzina si legge: “Ed ahi! … la Gloria che l’amò cotanto / mentre al carro di morte avvinto il vede, / sopra l’urna di Lui si scioglie il pianto”. Di Girolamo rileva il contrasto di idee tra i due, anche si tratta di personaggi appartenuti a diverse epoche che vanno dalla conservazione (Tiberio) al cambiamento (Felice). Quest’ultimo segue la spedizione dei fratelli Bandiera, si occupa delle opere di Mazzini. Le sue vicende seguono l’andamento delle difficoltà della sua famiglia; non può però che intensificare gli studi laureandosi in Lettere e Filosofia e cercando la via dell’insegnamento nel Cilento. A Monte Cicerale sposerà Marianna Correnti nel 1853: il loro primo figlio si chiamerà Tiberio: “Possa egli imitare la scienza dell’avo che porta il suo nome”, scriverà il padre. Continua a comporre sonetti e lavori; apprezza Monti ed è contro i romantici; entra nell’Arcadia di Roma come Accademico e Pastore. Di Gironimo si sofferma anche sull’intensa attività letteraria di Felice, che scrive sonetti su Paestum, Garibaldi, varie personalità dell’epoca, amici e familiari. Se l’Unità d’Italia imprimerà una svolta sostanziale, Felice continuerà a svolgere conferenze e ad insegnare nel territorio, fino al 1875, anno della morte.
Dal profilo biografico, Guarracino passa ad analizzare l’elemento più prettamente culturale e letterario dell’arte dei due poeti, non senza prescindere da una contestualizzazione storica e filosofica del territorio cilentano. L’analisi dell’autore si dipana tra Parmenide e Vico, la cultura del territorio, definito interessante sotto il profilo delle lettere e delle arti, proprio per sottolineare la distanza che si è creata tra l’insignificanza delle genti moderne con l’inarrestabile degrado culturale di oggi, che lascia non pochi rimpianti e rimorsi per il tempo andato. Nel teatro di Santa Barbara e Ceraso, si collocano Tiberio e Felice Testa, due generazioni e due epoche, che vivono in una condizione apparentemente marginale, ma si stagliano su tutto con la loro intelligenza e cultura. Certo, sostiene Guarracino, i tempi in cui vivono hanno in sé contrasti e ragioni storico-sociali complesse, eppure sembra emergere una poesia come elevazione su una massa analfabeta e un contesto non certamente favorevole, per “assolvere una missione”.
Questi sono i Testa nella loro contestualizzazione storico-culturale. Poi ci sono le considerazioni sulla loro opera, realizzata in maniera capillare, considerando la loro collocazione a contatto con gli ambienti intellettuali dell’epoca. Guarracino compie un lavoro di scavo negli stessi componimenti, del resto è avvezzo alla poesia e alla critica letteraria; dunque, può porre rilievi su odi e liriche e affidarli ai lettori. La sua penna consente di percorrere i sentimenti dei protagonisti, le difficoltà, la vita tra ristrettezze e slancio culturale. Gli scritti, diverse opere riportate e analizzate, certamente risentono di temi quali illusioni, speranze, sogno, anche se fanno emergere immagini nelle quali la descrizione e i personaggi sono centrali nelle dinamiche del pensiero dei Testa.
Se Tiberio è già importante, il lascito di Felice contiene un corpus ben più vasto. Felice Testa ha una “musa prolifica e duttile, capace di applicarsi a tematiche e stili differenti”, un ideale di letterato “cristiano” e “sociale” che consegna ai posteri una eredità significativa (Guarracino).
Sul finale del libro Vincenzo Di Gironimo cura una ricca appendice antologica, tratta dagli originali scritti conservati nell’archivio di famiglia, che conserva 220 componimenti di Tiberio Testa e 230 di Felice Testa. Tra odi, sonetti, lettere, elegie, strambotti, saggi di varia natura, il lavoro si mostra di indubbio interesse. Tiberio Testa compie un passaggio importante sulla sua epoca (odi a Ferdinando IV, scritti sulla caduta di Napoleone), ma anche un ritorno al classico (muse, dei, eroi), l’amore (“L’astro maggior benefico / Dal raggio animatore / Nel segno era di Gemini / Quando colpimmi Amore”), territorio e reminiscenze classiche (“Il viaggio a Velia di Fidalmo e di Fille”, versi anacreontici; “Il viaggio a Velia di Fidalmo e di Nice”, stanze; “Il viaggio alla Molpa e alla Grotta delle ossa”, stanze epiche; territorio e passato (“A’ P.P. Missionarii venuti in Ceraso ad aprile 1839”, sonetto). Felice Testa scrive l’ode: “L’estro poetico nato nel poeta ritrovandosi nella marina in tempo di notte”, che inizia: “O piagge in cui soggiorna / Dolce contento altero, / Atto a sbandire i rei pensieri dell’alma; / Onde, che tiene in calma / Tranquillo il Ciel di viva luce adorno …”. Poi ci sono tracce della storia a lui vicina: Napoleone, Garibaldi; sonetti sulle Comete del 1680 e del 1858; le note su Paestum. Chiudo con la morte della moglie. In “O di mia sposa il bel corporeo velo”, scrive: “Non perché sotto l’aspro e crudo impero / Star non voglio del pianto e del dolore / Ch’effetti son di maritale amore, / Pace ti chieggo, o Sommo, Eterno Vero (…) O placami del duol l’ira infinita, / O di mia sposa il bel corporeo velo / Cangiato in polve abbia novella vita”. Interessanti sono le epigrafi rinvenute a Velia (Tiberio Testa) e le note su Paestum (Felice Testa).
Il lavoro compiuto da Vincenzo Di Gironimo e Vincenzo Guarracino è meritorio per aver non solo evidenziato l’importanza dei due poeti e della loro opera, ma anche tratteggiato i loro contesti di vita, che riconducono a vicende importanti nel Cilento, tra soprusi e sopraffazioni, tra benestanti e miserie, e soprattutto il fermento rivoluzionario che determina il territorio dei “tristi”, scrivendo importanti pagine di storia.
Leggendo la biografia e la cultura di luoghi e personaggi, sembra di poter individuare anche una storia, la loro storia, che si dipana come un romanzo per immagini, un racconto su vicende del passato che costituiscono la nostra memoria e possono essere trasmesse alle più giovani generazioni.
Nella bellissima e approfondita recensione al libro su I Testa di Ceraso di De Gironimo e Guarracino il sociologo si sofferma ad analizzare anche il mondo sociale e poetico del paese al tempo in cui scrivevano. Un modo interessante di analisi di un testo interessante. (adr)