I Discorsi di Pasquale Carelli, riguardanti un territorio vasto, che va dal versante e dalla vallata del Monte Bulgheria alla sponda sinistra del fiume Mingardo, ed in particolare dal vallone Grande alla zona di Panora, sono un esempio di scavo meticoloso nei documenti storici ed un approccio, diciamo così: comunitario, ovvero legato alle storie, ai racconti, al si dice. Affermo meglio: si tratta della giusta connessione di storia documentale e di narrazioni ed anche suggestioni personali, sempre però suffragate da riflessioni compiute da un attento e fine storico, anche se l’autore preferisce definirsi un narratore di storie. La sua attività di romanziere è certamente suffragata da una solida formazione scientifica, attenta alle fonti, ai documenti, alla contestualizzazione dei suoi lavori.
Potrei definire una complessità di approccio che serve a costruire la storia di una comunità. Si guarda la realtà da diverse prospettive: Carelli rileva i toponimi delle varie zone del territorio facendosi supportare da termini forse in disuso ma presenti nelle indicazioni tratte dai racconti popolari. Quelle zone sembrano vivere perché l’autore ne conosce l’anima e la proietta nelle pagine del libro. Non si tratta cioè di fredda documentazione, quanto piuttosto di una storia che deve vivere nelle menti e nella fantasia del lettore, che immagina luoghi, uomini e gesta di antiche civiltà.
Pasquale Carelli doveva un tributo al posto in cui vive. Pertanto, nel libro: “Discorsi sulla Terra delle Celle” (edito dal Comune di Celle di Bulgheria, 2025, con illustrazioni e supporto fotografico di Enzo Immediato), si occupa delle origini di Celle di Bulgheria e Poderia, delle vicende che hanno consentito l’alternarsi di civiltà, della questione dell’influenza bulgara sul monte omonimo, delle attitudini spiccatamente religiose degli abitanti del territorio, di luoghi tra passato e trasformazioni, usi e costumi.
Perché “Discorsi”?, si interroga. La sua ammirazione per l’Antonini, per la sua monumentale argomentazione storico-geografica e per lo stile elegante e formalizzato come un racconto, è dichiarata. Qui la sua capacità di narratore avvicina il lettore al suo testo per coinvolgerlo e quasi dialogare continuamente, lasciando quasi sempre un discorso aperto, affidato alle continue ipotesi e verifiche delle stesse, anche fatte da altri che potrebbero interloquire differentemente. La ricerca è appunto questa, ovvero la continua confutazione di risultati conseguiti. Egli connette tutta la documentazione d’archivio con le informazioni di prima mano (le voci ascoltate), per cercare di giungere ad attendibili risultati.
Una delle questioni che trovo di particolare interesse è il continuo rimando ai toponimi, specie quelli che “non sono stati presi inconsiderazione dagli studiosi accreditati”, ma pronti ad essere rilevati se si coniuga la storia maiuscola con la vita concreta e reale, con la geografia del territorio. Sostiene l’autore che la storia senza geografia è qualcosa di vuoto, di non contestualizzabile.
Ed allora si inizia da: “Terra delle Celle”, quel toponimo che indica una precisa area che segna il confine con Roccagloriosa e San Severino di Centola. Anche se, dall’antica delimitazione territoriale, che comprendeva questa vasta area, si passò all’aggregazione delle case che costituivano un abitato (Protocelle), per giungere poi a Poderia (Poudariae) ed infine nelle mappe aragonesi (molto consultate) a Le Celle e Poderia. C’è nel volume la disquisizione anche sul termine Riccelle (rotacismo) da di li ccelle. Poi, la definizione di Poderia: dal greco “ai piedi del monte”.
I Discorsi non potevano comunque iniziare senza due toponimi riferibili alla lingua locale: Petròse (ad oriente) e Panòria (“pan-monte”, tutto monte, ad occidente). Sono essenziali perché collocano la narrazione al latino (Petròse/Celle) e al greco (Panòria/Poderia), anche se entrambe le civiltà hanno avuto un ruolo nel territorio, così come Lucani, Goti, Bizantini, Longobardi, Bulgari, monaci Basiliani.
I XV Discorsi danno il senso della storia, dei luoghi e della società; poi riporta tante illustrazioni di cultura materiale; infine l’elenco di strutture ed edifici, persone e personaggi.
Entriamo nei contenuti del libro. Il primo Discorso riguarda Poderia, pervasa di cultura greca, risalita da Molpa-Palinuro attraverso il Mingardo. Le memorie popolari riferiscono di un porto nel territorio di Panòria. Carelli parla dei toponimi: Parapuòrto, Palermo, citando le diverse interpretazioni storiche. Poi procedendo si trova Cassolino (la corruzione medievale di Caposino), che dalle carte aragonesi (interessanti ai fini interpretativi) riportano a qualche insediamento di epoca romana. Successivamente (Discorso II), si occupa della Celle romana, con il territorio delle Castagnole e poi Petrùsia, attraversata dalla strada Buxentum-Palinuro, un ramulus della via Popilia. Per avvalorare le sue argomentazioni, si sofferma sulla romanità linguistica dei luoghi, che certamente riconduce a termini cellesi ascoltati da vecchi racconti popolari. L’autore produce una interessante argomentazione sul toponimo Vulgarìa, utilizzato per designare il monte Bulgheria (betacismo), anche se è controversa l’attribuzione del nome della montagna ad insediamenti bulgari. Vulgarìa piuttosto starebbe a significare “un luogo dove si trovano cose a beneficio del popolo” (dal latino vulgus). Altri sostengono la tesi del Vulgarìa da Bulgar, denominazione del fiume Volga, e qui di nuovo con riferimento ai Bulgari. Natella, sottolinea l’autore, sostiene che Bulgheria (monte) derivi da burg, un borgo fortificato: si riconduce ai longobardi, la cui presenza è attestata da riscontri in questi luoghi. Carelli poi riprende le pietre delle Petrose (‘a Petra ‘i l’acqua), che proseguendo per la salita di Capocasale e di Valle Merendola conduce al bivio dove c’è l’altare dedicato alla Madonna della Neve. A breve distanza c’è la grotta della Madonna. Proseguendo oltre, la pietra di forma cubica sembra essere un testimone del tempo, con una piccola vasca addossata al tronco di una grande quercia. Potrebbe essere stata originariamente un palmento rupestre (vasca per pigiare l’uva). Oltre c’è ‘u murtàle d’i briganti, forse riutilizzato per la preparazione della polvere da sparo. Sostiene l’autore che l’area sia stata un sovrapporsi di insediamenti a partire da quelli greci (VII-VI secolo a.C.).
Dopo aver definito il territorio di Poderia e Celle, si sviluppano gli altri Discorsi: dal passaggio delle civiltà: lucane e romane; la strada Buxentum-Palinuro; le vie Pedemontane. Tutte spigate con l’ausilio di tracce che riconducono ad antichi toponimi. Fontana Mercurio avrebbe una duplice direzione: romana (Mercurio/Hermes) e monastica; Chiano Policastro (forse antica fortezza o accampamento); Petrucellu e Petrùsia (pietre).
Il viaggio di Carelli prosegue verso Molpa-Palinuro, considerando l’importanza della via Buxentum-Palinuro; poi si occupa dei monaci e della religiosità, del Mercurion (luogo di rifugio dei monaci bizantini) e Fontana Mercurio, dei santi Nicodemo e Nilo. Su quest’ultimo, dedica il VII Discorso, attraverso la consultazione e i rilievi tratti da biografie accreditate. A partire da questo momento, inizia una intensa disquisizione sul fenomeno italo-greco in queste terre, con spunti sulle case dei monaci e dunque l’attitudine religiosa degli abitanti. Ad ogni modo, solo alla fine del cinquecento la documentazione relativa al clero, grazie alle visite pastorali, riesce meglio a definire i contorni delle vicende.
Lo storico Carelli, d’ora in avanti riesce a tracciare dei Discorsi affidati ad informazioni meglio formulate. Parla dei personaggi cellesi: Jacopo delle Celle e le famiglie più importanti che si sono succedute. Il X Discorso si occupa della vita di Santa Sofia, dal Pantrato alla santa di Poderia, ma anche di Roccagloriosa, di Torraca, di Pisciotta. Nei Discorsi successivi scrive di cenobi, campanili, chiese, conventi. Nel XII Discorso, si sofferma sulla mancata cristianizzazione della diocesi di Policastro, che non riuscì fino al settecento a sovrapporre il rito latino a quello greco; ciò soprattutto a Poderia dove l’influenza della famiglia Caputo avrebbe mantenuto gli antichi rituali religiosi forse fino al settecento. Carelli parla diffusamente di tre linee principali di questa famiglia che fu molto influente dalla metà del cinquecento fino all’inoltrato ottocento. Nel XIII Discorso riferisce del culto della Madonna della Neve, molto forte nei fedeli cellesi, che oltre alle chiese a lei dedicate amano in particolar modo la grotta della Madonna che emana “una formidabile vis protettrice”, l’immagine di nume tutelare. Del resto, tutto il Cilento si stringe intorno al culto delle sette sorelle, anche se a Celle si narra di tre Madonne sorelle, che sono accumunate dalle grotte site sul Bulgheria, Cervati e Gelbison. Nel penultimo Discorso, Carelli si occupa di briganti e potenti che vengono sconfitti nella cultura popolare dall’intervento della loro Madre protettrice; infine (XV Discorso) si sofferma sul campanile della prima chiesa di Celle, oggi cappella del Rosario, e sulle immagini di una campana “che oggi diffonde per la Terra delle Celle lo stesso suono che udivano i nostri conterranei due secoli addietro”.
L’opera di Pasquale Carelli ripercorre tutto ciò che esiste in questo territorio: dal passato ricostruito grazie ad una ampia documentazione ed attente riflessioni, ad un presente che è costruito grazie all’azione dell’uomo che realizza il materiale e l’immateriale e lo offre così come oggi intendiamo la vita comunitaria. Passa dai riscontri storici alle notizie frutto di testimonianze orali, con l’attenta perizia dello studioso che continuamente si confronta con la sua storia e con la sua realtà. Trovo di particolare interesse l’immersione nel territorio alla scoperta di pietre e sentieri che servono a tracciare le immagini dei luoghi: essi suggeriscono il passaggio nel territorio delle numerose genti del passato.
Carelli compie una operazione non comune che riesce a realizzare solo il ricercatore più attento e capace: nelle pagine del libro produce connessioni e riflessioni, attraverso un linguaggio comprensibile ma fondato su una ricerca capillare, che servono a realizzare l’azione di trasmissione di fatti e notizie alle future generazioni.
Ottima recensione che si presta al lettore come nota introduttiva al buon lavoro del dott. Pasquale Carelli
Ringrazio il prof. Antonio Di Rienzo. Aggiungo che mi ha colpito soprattutto la capacità di ricostruire, attraverso i toponimi, una storia che non è solo quella delle fonti, che pure mirabilmente tratta l’autore, ma quella di una cultura popolare e comunitaria che credo sia la sfida da affrontare quando non ci sono certezze in assenza di documentazione ufficiale.
Introduzione perfetta ed accurata che incuriosisce e spinge aleggere il libro di Pasquale Carelli . Grazie