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«La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra». (Mao Zedong, “Libretto Rosso”, pp.12-13)


Il I° ottobre 1949, Mao Zedong annuncia la nascita di un nuovo stato comunista: la Repubblica Popolare Cinese, di cui diventa presidente. Viene instaurato un sistema che ebbe come punto di riferimento il marxismo-leninismo, anche se fu noto come “maoismo”, con l’obiettivo di garantire la sovranità della Cina. Collettivizzò l’agricoltura, si alleò con l’Unione Sovietica e diede impulso alla “rivoluzione culturale”. Era considerato quattro volte grande: Grande Maestro, Grande Capo, Grande Comandante Supremo, Grande Timoniere.

Già a partire dal 1925 delineò un progetto politico incentrato sulla possibile liberazione delle masse contadine. Fu sostenitore di un’insurrezione generale che coinvolgesse città e campagne, ma non riuscì a realizzare il proposito. La sua riflessione lo portò a trovare un nesso tra rivoluzione sociale (riforma agraria) e liberazione del territorio. Nel 1934 con la “Lunga Marcia” riuscì a portare molti contadini alla sua causa. Alla fine degli anni trenta, scrisse molti saggi: “Sulla pratica” e “Sulla contraddizione” (1937), in cui riprendeva i temi di Hegel, Marx e Lenin; “Il ruolo del Partito comunista cinese nella guerra nazionale” (1938); “Sulla nuova democrazia” (1940); “Sul governo di coalizione” (1945). Le sue idee consentirono al partito di radicarsi nel Paese e dare l’avvio alla fase rivoluzionaria. Il VII Congresso del partito (1945) consacrò la sua come “unica guida per l’azione”.

Il I° ottobre del 1949, con la proclamazione della Repubblica Popolare di Cina, nasceva lo Stato maoista, con la dittatura democratica popolare. Nei primi quattro anni della sua presidenza, da un lato fece riforme per lanciare l’economia pianificata dall’altro agì politicamente per eliminare coloro che non condividevano la sua linea, con la soppressione di milioni di cinesi, in prevalenza dissidenti politici ed intellettuali.

Dopo la prima fase, nel 1954 Mao accentuò la collettivizzazione agricola. La sua visione era di utilizzare i contadini come forza rivoluzionaria per affermare il comunismo, superando la visione marxista leninista che si rivolgeva ai lavoratori dei nuclei urbani. Le campagne furono divise in quattro classi: i proprietari terrieri che non lavoravano ma affittavano le terre ai lavoratori; i contadini ricchi che lavoravano una parte delle loro terre e affittavano l’altra; i contadini medi che possedevano solo le terre che lavoravano; i contadini poveri che non possedevano terre e lavoravano quelle di altri.

Si delineava una distanza dall’approccio sovietico che avrebbe in seguito caratterizzato il movimento comunista internazionale. Il Paese divenne uno Stato monopartitico: nel 1958 lanciò il “Grande balzo in avanti”; nel 1963 il “Movimento di Educazione Socialista”; nel 1966 la “Rivoluzione Culturale”. Sotto il suo regime, morirono tra i 40 e gli 80 milioni di persone, anche se la popolazione raggiunse i 900 milioni di individui. Aumentò il tasso di alfabetizzazione che si attestò ad oltre il 65%, come pure migliorò la condizione femminile. Oltre alle riforme in campo agricolo, procedette alle battaglie per l’industrializzazione, per la scolarizzazione, per la sanità.

In politica estera, inviò truppe in Vietnam, in Corea del Nord, stabilendo alla fine del suo lungo potere politico legami con gli Stati Uniti (ottenne un seggio alle Nazioni Unite).

Mao resta colui che ha contribuito con le sue idee a determinare le generazioni successive cinesi e ha avuto grande influenza nel mondo: arricchendo le tesi di Marx e Lenin, sviluppò il materialismo dialettico, la teoria empirica del conflitto, il concetto di dittatura democratica del popolo. Con la Rivoluzione Culturale (1966), periodo in cui stava perdendo potere, affidò la guida alle Guardie Rosse, gruppi di giovani, spesso adolescenti, autorizzati a formare propri tribunali. La rivoluzione portò anche alla distruzione del patrimonio culturale cinese, ivi compresi migliaia di antichi monumenti, a torto ritenuti retaggio della “borghesia”, e all’imprigionamento di un gran numero di dissidenti, oltre ad altri sconvolgimenti sociali. Temendo la degenerazione del movimento, definì chiusa questa stagione nell’aprile del 1969, durante il IX° congresso del Partito Comunista Cinese. Lin Biao tentò un colpo di Stato che fallì, e dal 1971 Mao perse fiducia in molti dei vertici del Partito Comunista Cinese, avviandosi al declino.

Negli ultimi anni, la sua salute fu precaria e molti cercarono di prendere il potere. Fu durante l’ultimo decennio della sua vita che si creò il culto della personalità, con l’esaltazione della sua immagine mostrata ovunque, dando risalto alle sue citazioni inserite in ogni tipo di pubblicazione. Mao iniziò l’avvicinamento all’occidente con l’ingresso della Cina nell’ONU (1971) e la visita di Nixon a Pechino nel 1972.

La mattina del 9 settembre del 1976, la respirazione di Mao si arrestò e i medici lo dichiararono cerebralmente morto. La sua salma fu esposta per otto giorni in piazza Tienanmen. Le lotte di successione portarono nei primi anni ottanta alla conquista del potere da parte dei riformatori di Deng Xiaoping, che volevano una revisione dell’economia cinese, basata su politiche pragmatiche, in stile capitalista, che si sono rivelate di successo, aiutando la Cina a sostenere il più alto tasso di crescita economica del mondo negli ultimi due decenni.

Dunque Mao sarebbe una figura controversa: molti credono che nei primi anni del suo governo abbia fatto cose egregie, poi abbia commesso molti errori. I detrattori parlano dei disastri della Rivoluzione Culturale e del Grande Balzo; poi di non aver contenuto il controllo delle nascite; infine di non aver controllato la carestia del 1959-1961.

Resta invece grande l’apporto ideologico del maoismo che ha condizionato i comunisti nel mondo: Khmer Rossi, Sendero Luminoso; il Partito Comunista Rivoluzionario degli Stati Uniti. Tanti considerano Mao un simbolo dell’anticorruzione che invece ha caratterizzato i dirigenti cinesi più attuali.

Ciò che resta è il maoismo, il pensiero e la strategia di Mao Zedong che ha adattato il pensiero marxista e leninista ed ha indicato la rivoluzione del proletariato, soprattutto in conseguenza delle rivoluzioni studentesche. Molti studenti italiani, ma anche intellettuali e giornalisti, si recarono, a partire dalla fine degli anni cinquanta, in Cina per sposare le posizioni maoiste, che poi abbandonarono negli anni settanta attraverso un approccio più critico. I militanti dell’estrema sinistra vedevano in Mao, in opposizione alla società sovietica, la speranza di una nuova rivoluzione terzomondista, oltre che un collegamento con la Rivoluzione cubana di Castro, la figura di Che Guevara e l’opposizione alla Guerra del Vietnam. La lezione di Mao indicò una via, anche se con grandi sacrifici di vite umane, che non vanno sottaciuti, dimostrando ai giovani, che si ribellavano alla fine degli anni sessanta al potere borghese e conformista, che la lotta democratica della cultura e delle idee potesse modificare lo status quo e affermare nuovi indirizzi politici e sociali. Questa mi sembra l’eredità del grande timoniere cinese.

2 Responses to “La rivoluzione di Mao Zedong”

  1. Graziano Beghelli

    Il seguito della storia cinese lascia l amaro in bocca. Ma è appunto il seguito. Scritto, mi pare, da dirigenti che si sono molto allontanati dalla lezione di Mao. L oggi poi, l attualità, con una Cina avamposto e simbolo dello sfruttamento dell uomo sull uomo, sembrerebbe suggerire sconforto circa la possibilità di cambiare le cose. Ma non ci si deve arrendere. Cominciando dalle piccole cose. Rifiutando il nostro apporto alle manifestazioni più vicine a noi di questo “nuovo” capitalismo. Ho ancora in mente la lezione di Carlo Sini, giorni fa, al festival della filosofia di Modena. Non voglio storpiarne il senso, ma mi è piaciuta molto l ironia con cui bollava frasi tipiche come ” facciamo squadra”, riletta nel senso di “freghiamo gli altri”. Egli stesso le citava come frasi tipiche del neocapitalismo. Ora sta crescendo una generazione che è stata convinta che quello attuale sia l unico sistema possibile. Addirittura che siano i lavoratori (non gli imprenditori, avvertiti come “vicini”e “vittime della burocrazia”; ho quasi 60 anni e non ricordo un momento in cui i datori di lavoro abbiano avuto meno contrappesi di questo, a doversi far carico delle inefficienze del sistema. Non sono molto ferrato negli aspetti teorici ma mi pare ci sia molto da fare, in termini di informazione ed in senso quasi prepolitico, per mostrare all opinione pubblica le evidenti contraddizioni, direi proprio le prese in giro, dell ideologia liberista. I contributi di Martucci, penso di poterlo affermare, vanno in questa direzione. Le mie considerazioni vogliono essere un contributo, per quanto scarno e non sufficientemente strutturato, a rinfocolare il dibattito sulle prospettive della sinistra. Graziano Beghelli

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  Categoria: storia

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