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Nel novembre del 1962, a Trento un centinaio di studenti partecipò alla prima lezione universitaria di Sociologia. Da allora questa scienza ha fatto passi da gigante, realizzando ricerche e studi per comprendere le società.

Di seguito, propongo una riflessione sulla nascita e il consolidamento della scienza sociologica.


Devo molto alla sociologia, che credo mi abbia scelto. Mi ha subito interessato ed offerto un approccio critico, indirizzandomi alla ricerca del vivere quotidiano, alle indagini sul campo, in cui il soggetto è un ricercato lui stesso, come ha affermato uno dei più importanti sociologi italiani, Franco Ferrarotti. E su queste indicazioni è poi giunta la volontà di approfondire e connettere: sono convinto che questi termini andrebbero condivisi da tutti coloro che compiono studi sociali. Poi è essenziale allargare gli orizzonti e non fermarsi più, continuare a ricercare, a non accontentarsi dei risultati ma metterli continuamente in discussione.

Questa è la mia idea di sociologia, questo è ciò che penso di una scienza che in Italia non fu da subito intesa tale. Tutto iniziò a Trento sessanta anni fa, dove Bruno Kessler fondò l’Istituto di Scienze Sociali, poi più tardi divenne Facoltà di Sociologia, e dove si svolse quella prima lezione, il 5 novembre 1962. Da allora si sono laureati 12.821 studenti e studentesse e a oggi il Dipartimento conta ben 1.558 iscritti. L’Università ha permesso un forte investimento in ricerca e formazione puntando allo sviluppo e alla coesione sociale.

Sessant’anni fa, l’Istituto aprì le porte ai primi 226 studenti e studentesse, provenienti da diverse regioni italiane, desiderosi di studiare una scienza nuova e ambiziosa. La sociologia divenne disciplina universitaria, occupandosi dello studio della società nel suo complesso per comprendere il tempo in cui viviamo. Oggi sono tanti i cambiamenti che chiedono un adeguato approfondimento, a partire dalle implicazioni del costante invecchiamento della società, alla crisi della democrazia, dei partiti e delle istituzioni, all’importanza degli studi di genere, all’impatto delle tecnologie sull’occupazione e sulle prospettive di lavoro. Si tratta di nuove e inedite prospettive di ricerca per la comprensione dei fenomeni complessi e del loro impatto sulla società.

Quando tutto iniziò, l’Italia sembrava destinata a essere società senza sociologia, perché molti fattori avevano contribuito a tenerla fuori dal circuito universitario. Poi Kessler si assunse il rischio di creare a Trento un corso di laurea che non esisteva. Oggi Sociologia è cresciuta: gli studenti, le studentesse e gli stessi docenti sono i costruttori di una storia che ha uno sguardo aperto e multidisciplinare, che travalica i confini nazionali.

Franco Ferrarotti, che ha sempre inteso proporre una sociologia critica, demistificante e anticonformista, ha rilevato l’importanza di questa esperienza, che ha prodotto alcuni personaggi della storia del nostro Paese, come Rostagno, Bernardi o Braga. Nel 1968 si tenne in Francia il primo congresso mondiale di Sociologia; lì si incontrarono i grandi della sociologia e Trento entrò nella sociologia. Quella Facoltà ha contribuito ad affermare la sociologia in Italia, grazie anche alla formazione avanzata aperta al dialogo interdisciplinare, una funzione mantenuta e che costituisce un elemento ancora caratterizzante il panorama nazionale. Negli anni successivi a quella prima lezione, la presenza di Sociologia avrebbe inaugurato una nuova stagione di cambiamento profondo.

Sembra interessante evidenziare gli inizi della sociologia in Italia, la fase pionieristica.

La tradizione sociologica italiana si può far partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento, quando studiosi positivisti si occuparono dei fenomeni sociali, volgendo la loro attenzione all’arretratezza delle campagne, alla miseria diffusa tra i contadini. Mancò l’impegno teorico, che contrassegnò lo sviluppo della sociologia post-positivistica in altri Paesi. L’unica opera di rilievo fu il Trattato di sociologia generale di Vilfredo Pareto, pubblicato nel 1916. (1)

Agli inizi del Novecento, Benedetto Croce negava la legittimità di una sociologia come scienza empirica, in considerazione che per lui la storiografia era l’unica forma di conoscenza del reale, e che la scienza politica rappresentasse la sola disciplina qualificata a occuparsi di fenomeni sociali, insieme al diritto e all’economia. In quegli anni, Gaetano Mosca scrisse la Teorica dei governi (1884) e poi, più ampiamente, gli Elementi di scienza politica (1896-1923). Raccogliendo nel 1940 una serie di saggi sugli storicisti tedeschi tra Otto e Novecento, uno studioso di orientamento crociano, Carlo Antoni, scrisse un’opera dal titolo: Dallo storicismo alla sociologia, sottolineando come quest’ultima costituisse il punto di arrivo della parabola dello storicismo conseguente alla dissoluzione della filosofia hegeliana della storia. Gli studi di sociologia furono però coltivati da specialisti di altre discipline: filosofi del diritto, demografi, statistici, economisti. La rivista “Nuovi studi di diritto, economia e politica” diretti da Luigi Volpicelli e Ugo Spirito, pubblicò nel 1931-32 la traduzione del saggio weberiano Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus; in seguito la Soziologie di Simmel. Lo spazio concesso alla sociologia rimase però, in ogni caso, marginale. Il riferimento fu la Germania che era in una condizione avanzata: tra gli ultimi decenni dell’ottocento e la morte di Max Weber (1920), quel Paese aveva conosciuto un’epoca di grande fioritura. L’attenzione dei sociologi si era rivolta allo sviluppo industriale e alle trasformazioni dei rapporti di classe: fin dal 1887 Ferdinand Tönnies aveva offerto, con la dicotomia tra Gemeinschaft Gesellschaft, una base concettuale per interpretare questi fenomeni. Allo studio empirico della società, la sociologia tedesca affiancava uno sforzo teorico inteso a garantire la propria autonomia nei confronti delle altre discipline: basti pensare ai saggi di Georg Simmel poi raccolti nella Soziologie del 1908 o alla produzione metodologica di Weber. Con la morte di Weber e Simmel, ed in seguito all’avvento del nazismo, tante cose cambiarono. (2)

Dopo la guerra, la sociologia italiana contava, nel mondo universitario, molte ostilità soprattutto da parte dei giuristi, per non parlare dei filosofi idealisti; più aperta era la posizione di demografi e statistici. Se l’università italiana non concedeva spazio alla sociologia e non era in grado di offrire percorsi di formazione sociologica, a questa carenza supplirono alcune istituzioni extra-universitarie, come ad esempio l’Ufficio Studi dell’Olivetti di Ivrea, che favorì le indagini di sociologi americani venuti a studiare la situazione dell’Italia post-bellica, e che accolse parecchi giovani che si avviavano allo studio della sociologia. La seconda fu il Centro di Prevenzione e Difesa sociale di Milano, un’associazione che nel 1954 organizzò un congresso internazionale di studio sulle aree arretrate, al quale presero parte parecchi sociologi stranieri, e che nel decennio successivo s’impegnò nel processo di istituzionalizzazione delle scienze sociali.

Anche nel resto d’Italia cominciarono a sorgere centri di ricerca sociologica, soprattutto presso enti pubblici: da Portici, per iniziativa di un gruppo di economisti agrari facenti capo a Manlio Rossi Doria, a Roma, dove nel ’51 fu fondato l’Istituto Luigi Sturzo, destinato a diventare in seguito il centro di aggregazione dei sociologi di orientamento cattolico. Ad essi si affiancherà ben presto la Svimez, ossia l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. Da questi centri partì l’iniziativa delle prime ricerche sul campo condotte da giovani studiosi, per lo più autodidatti, interessati alla sociologia. Mancava tuttavia una formazione teorica e metodologica: gli italiani non avevano letto i testi classici, né possedevano adeguate conoscenze sui metodi e le tecniche di ricerca.

Nel corso degli anni Cinquanta la situazione si modificò, questa volta ad opera della filosofia. Nell’estate 1951, Nicola Abbagnano fondava a Torino, insieme al suo allievo Franco Ferrarotti, i Quaderni di sociologia, che cominciarono a pubblicare rapporti di ricerca ma anche articoli informativi e riflessioni critiche sulla tradizione sociologica di altri Paesi. Tre anni dopo, fu la sezione bolognese della Società filosofica italiana a promuovere una rivista come Il Mulino. In un convegno sui rapporti tra filosofia e sociologia, Abbagnano rivendicò per la sociologia il carattere di disciplina autonoma. (3)

Il problema era legato alle difficoltà metodologiche delle ricerche sul campo. Se la tradizione sociologica italiana offriva poco, occorreva rivolgersi ad altre fonti, in particolare agli Stati Uniti, dove la sociologia si era saldamente affermata. Furono letti: The Structure of Social Action di Talcott Parsons (1937), i saggi di Robert K. Merton raccolti in Social Theory and Social Structure (1948), i saggi metodologici di Paul Lazarsfeld, ma anche altri autori come G. C. Homans e R. M. MacIver. Il libro di Parsons ebbe un ruolo rilevante per la conoscenza di Durkheim e di Weber, oltre che della sociologia paretiana. Verso la metà degli anni cinquanta l’interesse per la sociologia si stava diffondendo. Nel settembre 1959, si tenne il quarto Congresso Mondiale di Sociologia, con le relazioni di Aron e di Merton; Treves parlò della ripresa della sociologia italiana, ormai non più legata alla fase pionieristica. (4)

Il problema successivo fu il riconoscimento accademico. Esso arrivò solamente nel decennio successivo. Nel 1961 si espletò il primo concorso a cattedre universitarie di sociologia: dei vincitori tutti avevano alle spalle una formazione filosofica. A questo concorso ne seguirono, nello stesso decennio, altri tre, che videro approdare alla cattedra universitaria anche studiosi di diversa formazione, soprattutto economica; alla fine del decennio gli ordinari della disciplina erano ormai una dozzina. Accanto a loro crebbero numerosi gli incarichi d’insegnamento, soprattutto nei corsi di laurea in scienze politiche o in pedagogia. La sociologia entrò nell’università sfruttando occasioni sporadiche e pagando un prezzo elevato: la dispersione degli studiosi di sociologia, il loro isolamento all’interno delle strutture universitarie, l’assenza di centri di ricerca sociologica. (5)

Non mancarono tentativi di costituire sedi che offrissero una formazione più organica, come l’Istituto superiore di Scienze Sociali di Trento (1962) o il progetto di una facoltà di Scienze sociali a Milano. La produzione sociologica migliorò il suo livello qualitativo, grazie a convegni e ricerche: sul progresso tecnologico, sugli squilibri regionali e sui centri di potere, sulla scuola, sull’amministrazione della giustizia, sulla società italiana in trasformazione. A partire dai primi anni sessanta si affermarono riviste quali: Quaderni di sociologia, Rassegna italiana di sociologia, Studi di sociologia. La sociologia cominciò a studiare il processo di trasformazione della società italiana, gli squilibri tra Nord e Sud, la crescita dell’industria, l’esodo dalle campagne e la crescita urbana, i movimenti migratori verso le regioni settentrionali e verso l’estero, il sistema politico, il funzionamento delle istituzioni. (6)

Alessandro Cavalli ha individuato tre generazioni di sociologi nella seconda metà del novecento: la prima generazione pionieristica, che arrivava alla sociologia attraverso altre discipline; la seconda generazione al contrario è stata attenta al varo delle facoltà e dei corsi di laurea in sociologia. La terza generazione, invece, si è formata in misura pressoché esclusiva nei corsi di laurea, espressamente indirizzati alle discipline sociologiche. Lo sviluppo delle facoltà/corsi di laurea ha avuto l’effetto di favorire una tendenza, presente ovunque a livello mondiale, verso la proliferazione delle “sociologie” al plurale. La terza generazione di sociologi del xx secolo è stata la generazione del pluralismo, in quanto si avverte l’insoddisfazione degli approcci mono-disciplinari ogniqualvolta le scienze sociali sono impegnate ad affrontare problemi di policy, quali la fiscalità, l’organizzazione sanitaria, la previdenza e l’assistenza, l’educazione, la gestione del territorio, l’amministrazione della giustizia. Tutti questi aspetti non possono essere affrontati sulla base di saperi presi singolarmente, ed allora le scienze sociali hanno inteso trovare terreni d’incontro, in vista di una migliore integrazione delle conoscenze. (7)

Dopo oltre mezzo secolo di sociologia, dagli anni di formazione (anni Sessanta), di trasformazioni (anni Settanta), di innovazioni tematiche e problematiche (anni Ottanta e Novanta), ci troviamo dunque in una fase definita pluralistica. È la rinascita della sociologia italiana e della sua formazione come scienza, in rapporto con la filosofia e con gli altri saperi, attraverso un processo durante il quale intervengono altri contesti culturali e contributi interpretativi. La sociologia oggi si trova in una fase di ripensamento, problematizzando la sua identità rispetto agli altri saperi e riflettendo su opportunità che possano rilanciarla verso il futuro. (8)

Per concludere, mi pare interessante ed ancora molto attuale la tesi di Franco Ferrarotti che sostiene lo stretto legame con la filosofia, anche se i concetti da trattare devono essere operativi, alimentati dalla ricerca sul campo. La sociologia, inoltre, ha bisogno della storia, della storia dal basso, rifiutando il gergo specialistico, senza incorrere in visioni solo giornalistiche, perché non tocca alla sociologia sostituirsi ai politici e dare alla società piani di riforma ed intervento. È invece di estrema importanza: “prevedere e calcolare le ricadute sociali del progresso tecnico; valutare la compatibilità fra differenti scopi sociali; collegare criticamente scopi desiderabili e risorse attuative disponibili; demistificare il funzionamento delle istituzioni mettendo a confronto la lettera degli statuti con l’effettiva prassi”. E soprattutto, “ascoltare e interpretare le domande della società, anche quelle ancora implicite, espresse indirettamente con fatti di violenza, suicidi, ecc …”. (9)

Dunque una scienza che oggi sembra volgere alla complessità di fenomeni, con ricerche di ampio respiro per valutare gli sviluppi e le contraddizioni della società italiana. Una sociologia da intendere al plurale: le sociologie.


 

Note:

  1. Rossi P., Il ritorno alla sociologia. Un confronto tra sociologia italiana e sociologia tedesca nel dopoguerra, Quaderni di Sociologia 33-2003, pp. 101-120.
  2. Ivi.
  3. Ivi.
  4. Ivi.
  5. Ivi.
  6. Ivi.
  7. Cavalli A., Passaggi generazionali: la sociologia in Italia nella seconda metà del Novecento, Quaderni di sociologia, 85-2021, pp. 27-34.
  8. Cipolla C., a cura di, L’identità sociale della sociologia italiana, FrancoAngeli, 2012.
  9. Ferrarotti F., Quaderni di Sociologia nel 70mo compleanno, Sociologia in pubblico, Quaderni di Sociologia, 85-2021, p. 23-25.

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