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Ricevo da BIANCA FASANO un lavoro interessante


Nella prima delle sue grandi opere intorno alla memoria, Maurice Halbwachs intese rispondere alla teoria bergsoniana della memoria utilizzando per quello il dispositivo durkheimiano.

Indipendentemente da quanto si intuisce di personale ne “I quadri”, Halbwachs pretese anche di voler trattare un tema di singolare forza nel periodo di guerra. La professoressa Lasén Díaz ha segnalato che la preoccupazione per la memoria “appare in una società europea che ha sofferto la rottura della sua continuità nella guerra del 14, a causa dei nazionalismi ostili e di una vita economica che accentua la stratificazione e la divisione”.[1] Tale preoccupazione, più in là della sua motivazione profonda, sembra evidente anche nella produzione letteraria del tempo e proprio in questo contesto possiamo ubicare opere come “A la recherche du temps perdu” di Marcel Proust (1919) o “The Waste Land” (1922) di T. S. Eliot. La tecnologia che avanza a passi da gigante, unita agli studi di fisici come Einstein, il quale aveva pubblicato nel 1905 il primo di due importanti studi sulla teoria della relatività, gli studi di psichiatria realizzati da uomini pieni di concezioni innovative come Freud ed il sottile disfarsi delle certezze temporali e spaziali, provocarono senza dubbio questo profondo desiderio di riappropriarsi della memoria.

Henri Bergson elaborò una teoria sopra la memoria che pose da manifesto nel suo “Matière et mémoire”(materia e memoria), opera pubblicata in prima istanza nel 1896 e ristampata con alcune modifiche nel 1911. In essa l’autore analizza la formazione e l’operatività della memoria individuale basandosi sui presupposti esemplificati nella sua tesi dottorale che, intitolata “Essai sur les donnés immédiates de la conscience”- Test sui dati immediati della coscienza – (1889). L’opera causò sia in prima che in seconda edizione, una grande rivoluzione tra gli intellettuali francesi ed anglosassoni.

Nell’ “Essai. . . “, in effetti, Bergson aveva introdotto un’originale concezione del tempo e dello spazio che avrebbe condizionato tutta la sua opera posteriore. Così, per il filosofo francese, gli esseri umani danno conto di due realtà d’ordine molto differenti.

Una di queste ha un carattere eterogeneo e sensibile: è la realtà della durata [ durée ]. La durata è “la forma che prende la successione dei nostri stati di coscienza quando il nostro io si lascia vivere, quando si astiene dallo stabilire una separazione tra lo stato presente e lo stato anteriore”.[2] L’altra realtà è omogenea e risulta essere lo spazio. Questa ultima realtà è concepita dalla intelligenza umana e realizza una distinzione stretta, a contare, ad astrarre, a vivere in comune ed a parlare”.[3] Comunque la durata e lo spazio vivono assieme.

Dal raffronto di queste due realtà nasce una rappresentazione simbolica della durata ispirata allo spazio, e la durata prende la forma illusoria di un mezzo omogeneo che è quello che abitualmente si intende per tempo. Così, il tempo non è, per Bergson, se non la proiezione della durata nello spazio: esprimendo la durata nella estensione, la successione prende la forma di una linea continua o di una catena di cui ciascuna parte si tocca senza però penetrarsi.

Inoltre la teoria della memoria di Bergson situa, sempre dentro l’ambito della memoria individuale, una memoria pura ed una memoria-abituale.

La memoria pura corrisponde alla durata e la memoria-abituale allo spazio e al tempo, secondo la caratterizzazione segnalata. La memoria-abituale viene ad essere come la punta di un cono che sta in contatto con un piano che sarebbe il presente, essendo il cono la memoria pura. “Per comprendere questa teoria, occorre ricordare che Bergson ha rappresentato la vita mentale con uno schema: un cono che giace sulla punta, e la punta a contatto con un piano. Il Piano rappresenta lo spazio o il presente, e il punto di contatto tra la vita mentale e lo spazio è la percezione attuale che ho del mio corpo, cioè di un mero equilibrio senso-motorio. Sulla superficie della base del cono sono disposti d’altra parte i nostri ricordi nella loro totalità. È lì che “si disegnano nei minimi dettagli tutti gli eventi della nostra vita passata”. Lì “non vi sono ricordi che non siano legati, per contiguità, alla totalità degli eventi che li precedono e che li seguono” Tra questi due limiti estremi, però, “che nei fatti non sono mai raggiunti”, la nostra vita psicologica oscilla seguendo una serie di piani intermedi, che rappresentano una moltitudine indefinita di piani possibili della memoria.”[4]

Per mezzo di questa disposizione, la memoria-abituale prenderebbe dalla memoria pura i ricordi operativi per il presente, educandolo convenientemente: ” Delle due memorie che abbiamo distinto, la seconda, che è attiva o motrice, dovrà per tanto inibire costantemente la prima, o al meno non accettarle finché non illumina utilmente la situazione presente”.[5]

Dalla teoria della memoria d Bergson è importante ritenere due aspetti. Il primo è il vincolo stabilito tra la memoria individuale e la durata e la memoria-abituale individuale e lo spazio-tempo astratto che si riferisce al sociale. Il secondo aspetto è la dimensione dinamica della memoria-abituale di fronte alla memoria pura: nella società, e nel tempo e nello spazio, soltanto possiamo attualizzare assieme i ricordi ubicati nella memoria pura con quelli che furono utili per il presente, quelli cioè che configuriamo precisamente con la memoria abituale.

Seguendo il dispositivo durkheimiano, Halbwachs riorganizza le distinzioni bergsoniane distinguendo cosa gli paresse utilizzabile e cosa invece no.

Così quello che risultò, in primo luogo, inammissibile per lui fu l’esistenza di una memoria pura individuale, ossia come qualcosa di empiricamente inaccessibile e aprioristicamente inaccettabile. Per Halbwachs, in effetti, quello che denomina memoria ha sempre un carattere sociale giacche “qualsiasi ricordo, anche se molto personale, esiste in relazione ad un’assieme di nozioni che noi dominiamo più di altre, con persone, gruppi, luoghi, fatti, parole forme di linguaggio, incluso con ragionamenti e idea, e dire, con la vita materiale e morale della società di cui abbiamo fatto parte”.[6] Non è possibile, per Halbwachs, l’esistenza della memoria, una o duale, la quale non sia la risultanza di un’articolazione sociale.

Senza dubbio la dimensione dinamica che Bergson attribuisce alla memoria-abituale parve a Halbwachs di grande interesse. In effetti, non supponendo per niente l’esistenza di una sola memoria e segnalando la sua genesi sociale, Halbwachs riscontro nell’operatività della memoria-abituale una formalizzazione molto utile per esplicare la motivazione nel recupero dei fatti accaduti nel passato. Così, accetta che la ragione dell’emergere dei ricordi “non risiede in loro stessi, ma nella relazione che hanno con le idee e percezioni del presente”.[7]

 

[1] Lasen Diaz, A. ” Nota della introduzione al testo di Maurice Halbwachs << Memoria collettiva e memoria istorica >>, in REIS, num. 69, 1995, p. 204.

[2] Bergson, H. Essai sur les donnés immédiates de la conscience, in Oeuvres, P. U. F. , Paris, 1991, p.67.

[3] BERGSON, op. cit., p. 91.

[4] Da: Halbwachs M. I quadri sociali della memoria, Napoli 1997, pag. 95.

[5] ].- Bergson, H. Matière et mémoire, in Oeuvres, op., cit., p. 230.

[6] Halbwachs, M. “I quadri sociali della memoria, Paris, 1994, p.38.

[7] Halbwachs, idem sopra, pp. 141-142.

 


Bianca Fasano

2 Responses to “La memoria: Bergson e Halbwachs”

  1. Bianca Fasano

    Grazie! Gentilissimo!

  2. Angelo Paolo Perriello

    Complimenti vivissimi. Onorato di ricevere analisi così interessanti dalla fondatrice dell’Accademia dei Parmenidei di cui, dovrei anche essere socio. Intanto preservo i distintivi accademici. Con viva cordialità Angelo Paolo Perriello

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  Categoria: filosofia

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