Il capitale umano costituisce l’insieme di conoscenze, competenze, abilità e attitudini degli individui, che rappresentano un “valore” sociale. L’etimologia del termine “capitale” rimanda a denaro, ricchezza, patrimonio, ma anche ai beni ed attività finanziarie destinati alla produzione diretta di nuovi beni economici, a tutte quelle risorse che permettono di produrre nuova ricchezza o investire in un’attività. Il capitale inteso in questa accezione è affiancato ad altri elementi come il lavoro, l’organizzazione dello stesso e le risorse naturali, passando per strumenti, impianti e infrastrutture, ma includendo anche capacità intellettuali, emotive e relazionali. Si passa cioè dal concetto di “capitale tout court” a quello “umano”, attraverso la formazione professionale e tecnica per l’accrescimento di conoscenze, capacità e abilità al fine di realizzare lo sviluppo e la crescita, collocandolo in una dimensione economicistica.
Il concetto di capitale umano, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, ha trovato notevole attenzione da parte di numerosi studiosi. Contributi di particolare rilievo sono stati inseriti in un’analisi generale del comportamento dell’uomo basata sui principi di fondo della razionalità economica. Negli ultimi due decenni del secolo scorso, la questione ha riguardato programmi di addestramento e riqualificazione dei lavoratori, mentre l’attuale dibattito individua nella conoscenza e nelle competenze individuali gli elementi principali di cui si servono le imprese per accrescere ed integrare risorse interne ed esterne.
Oggi l’idea di una crescita economica continua, indirizzata alla competitività e all’utilizzo di una tecnologia che propone soluzioni sempre più innovative, deve necessariamente investire per il miglioramento del “capitale umano concepito come un bene”, per produrre un certo rendimento. Le persone devono disporre di capacità intellettuali e tecniche indirizzate alla funzionalità e organizzazione di strutture imprenditoriali che perseguono interessi propri e crescita competitiva.
Il capitale umano, se è liberato dall’essere funzionale agli interessi economici, permette di migliorare la vita sociale degli individui: innalza la propensione a svolgere attività legali; ha effetti positivi sulla salute della popolazione; permette di aprirsi a relazioni con persone altre da sé; migliora le conoscenze e la capacità di affrontare le sfide del futuro.
Queste considerazioni sono importanti per affermare come questo capitale determina la crescita di ogni Nazione. Eppure, non sembra che questa questione sia interessante per il nostro Paese. La Fondazione Eurispes – Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali – ha pubblicato ad aprile 2026 un’analisi comparativa su 22 Paesi europei, dal titolo: “Capitale umano in movimento. Analisi comparata dei flussi migratori giovanili dall’Italia e stima dei costi demografici ed economici”. Nello studio si rileva come l’Italia detenga il primato del lavoro giovanile peggiore anche delle stesse Nazioni dell’Est Europa. C’è poi la questione demografica che ridurrà la popolazione di 1,13 milioni di persone entro il 2050.
La ricerca è basata sull’analisi di 16 indicatori armonizzati Eurostat, nel periodo 2016-2023, per classificare le economie. In Europa esistono tre raggruppamenti: il primo comprende Germania, Francia, Paesi Bassi, Svizzera, Svezia e altri sei Paesi che registra un saldo migratorio netto dei giovani tra 18 e 39 anni di +13,6 per mille; il secondo raggruppa i Paesi dell’Est e del Sud Europa, ancora periferici ma in convergenza, con un saldo positivo di +4,5 per mille. L’Italia, con +7,5 per mille, si colloca nel mezzo. Volendo fornire qualche dato, il nostro Paese ha il 22% dei NEET (15-29 anni), quasi tre volte la media del gruppo nord-europeo (8,7%); il tasso di occupazione dei neolaureati è oltre venti punti sotto i Paesi dell’Est Europa (58,9%, contro 80,4%); il part-time involontario fa registrare la percentuale più alta dell’intero campione europeo (62,9%); la percentuale di laureati (25-34 anni) si trova quattordici punti sotto la media dei Paesi in convergenza. Con un Pil pro capite di 30.594 euro, ben superiore ai 17.000 euro medi dei paesi dell’Est Europa, l’Italia riesce a offrire ai propri giovani laureati condizioni occupazionali peggiori di Bulgaria, Polonia o Croazia. L’occupazione dei neolaureati tocca il 58,9%, contro l’80% abbondante dei Paesi in convergenza. Il risultato sembra del tipo: c’è un Pil da economia avanzata ma condizioni giovanili da “periferia europea”. E non si tratta di una situazione temporanea, bensì strutturale.
Nello studio Eurispes, la proiezione demografica (stimata al 2050) prevede un crollo demografico che si concentra nelle età centrali e infantili/giovanili. L’effetto che si produrrà avrà ricadute negative sul sistema pensionistico e del welfare, oltre che sul potenziale di crescita per la scarsa presenza di forza lavoro qualificata (innovatori, imprenditori, ricercatori, medici).
Tra i confronti più significativi effettuati emerge quello con il Portogallo, Paese che condivideva con l’Italia tassi di emigrazione record durante la crisi del 2008-2013, e che da allora ha invertito la rotta: le riforme strutturali hanno ridotto gli espatri e trasformato quella Nazione in un polo di attrazione di talenti, con saldo migratorio oggi a +8,5 per mille. Altri dati riguardano Cipro (+16,5 per mille) ed Estonia (+8,2 per mille), che attraggono giovani più efficacemente dell’Italia, nonostante un Pil pro capite sensibilmente inferiore.
Quella italiana è una configurazione strutturale del sistema economico, occupazionale e istituzionale che si discosta da tutti gli altri 21 Paesi esaminati. La mobilità, si sostiene nello studio, può generare benefici individuali e collettivi se produce circolazione di conoscenze, trasferimento di competenze, collaborazione scientifica e imprenditoriale transnazionale. Il problema riguarda la “capacità” di trasformare i flussi in un processo che generi ritorni per l’economia e la società, oltre che favorire il possibile “ritorno” di quel capitale umano che serve allo sviluppo e alla crescita.
L’analisi si allinea alle precedenti tesi sostenute in tema di emigrazione. Dall’Unità d’Italia agli anni Venti del Novecento c’era “l’emigrazione della disperazione e della fame”, mentre dalla metà del Novecento agli anni Settanta l’Italia esportava braccia per la ricostruzione europea, ricevendo in cambio rimesse che alimentavano il miracolo economico. Alla fine del Novecento, il fenomeno migratorio italiano sembrava essere su livelli “fisiologici”: l’Italia era diventata essa stessa meta di immigrazione, mentre i flussi in uscita si erano drasticamente ridotti e molti emigrati delle generazioni precedenti facevano ritorno, portando con sé capitali, competenze e reti di relazioni internazionali.
La crisi finanziaria del 2008 ha segnato la “nuova emigrazione” italiana: le caratteristiche sono radicalmente diverse dalle precedenti, una vera e propria emorragia di capitale umano giovane e qualificato, quelle fasce d’età cruciali per il funzionamento del mercato del lavoro e per l’equilibrio tra generazioni. Le criticità sono tali che i processi di sviluppo economico e sociale si arrestano o addirittura si invertono, come dimostrano le esperienze di numerose aree del Mezzogiorno, dove le partenze innescano processi di desertificazione economica e sociale.
Le Aree interne sono caratterizzate da un progressivo invecchiamento e declino della popolazione che rischiano di esasperare gli elementi di fragilità già presenti in questi territori, con comunità che perdono progressivamente vitalità economica, servizi essenziali e prospettive di sviluppo.
L’analisi per tipologia di titolo di studio e settore disciplinare rivela una concentrazione preoccupante dell’emigrazione nelle aree di specializzazione strategiche per l’innovazione e la competitività: le discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics), la cui emigrazione ha registrato un’accelerazione negli ultimi anni, anche per professionisti già inseriti nel mercato del lavoro che cercano all’estero migliori prospettive di carriera e di valorizzazione delle loro competenze.
Il Mezzogiorno, pur registrando tassi di emigrazione inferiori in termini relativi, continua a perdere popolazione attraverso un doppio canale: l’emigrazione diretta all’estero e quella interna. I trasferimenti verso il Nord precedono le emigrazioni verso l’estero, anche se le regioni settentrionali possono essere solo una tappa intermedia del processo migratorio per trasformarsi successivamente in migrazione internazionale.
Diverso è il discorso delle regioni settentrionali che vivono la dinamica dei flussi interni e di conseguenza, pur in presenza di giovani che emigrano verso l’estero, ottengono un saldo migratorio positivo.
Le statistiche europee confermano che gli immigrati che l’Italia riesce ad attrarre presentano, in media, livelli di istruzione inferiori a quelli della popolazione autoctona. A ciò si aggiunge un marcato fenomeno di brain waste: i laureati stranieri che arrivano in Italia incontrano ostacoli nel riconoscimento dei titoli, nell’accesso alle professioni regolamentate e, più in generale, nella possibilità di ottenere occupazioni coerenti con le proprie competenze, risultando spesso sovra-qualificati rispetto al lavoro svolto. In questo modo, il sistema produttivo italiano non solo perde capitale umano formato in Italia, ma utilizza in modo inefficiente anche quello formato altrove.
Per ritornare al capitale umano, le ricerche dimostrano che i lavoratori più istruiti abbiano incentivi più forti alla mobilità internazionale, sia perché il differenziale di reddito tra occupazioni qualificate in Italia e in altri Paesi avanzati tende a essere più marcato, sia perché gli investimenti in istruzione e competenze incrementano la loro capacità di adattarsi a mercati del lavoro diversi. La scelta migratoria oltre al confronto economico non trascura le dimensioni legate al riconoscimento professionale, al funzionamento delle Istituzioni, alle aspettative di carriera, alla qualità dell’ambiente lavorativo. In tal senso, non si tratterebbe solo di “fuga dalla disoccupazione”, ma anche di una scelta di ottimizzazione del proprio percorso professionale e personale all’interno di vincoli istituzionali e di contesto specifici.
Una lettura adeguata dell’emigrazione italiana contemporanea richiede quindi di superare un’interpretazione basata solo su indicatori quantitativi di reddito o occupazione e di integrare nel quadro analitico variabili istituzionali, culturali e sociali. Queste dimensioni contribuiscono a chiarire perché molti giovani scelgano di emigrare pur non trovandosi in condizioni di estrema deprivazione economica.
Tanti sono dunque i fattori che determinano le scelte di emigrare: il gap salariale con l’Europa, le prospettive di carriera e la mobilità verticale, la disoccupazione giovanile come fattore di spinta, la qualità delle Istituzioni, la percezione di scarsa meritocrazia, il sistema di ricerca e innovazione, il sistema fiscale e il welfare, il sistema pensionistico e lo squilibrio intergenerazionale. Considerati nel loro insieme, questi fattori compongono un quadro istituzionale e sistemico che molti giovani qualificati giudicano scarsamente favorevole alla realizzazione dei propri progetti di vita.
L’emigrazione riflette il giudizio complessivo su come una Nazione organizza il proprio futuro: nel nostro Paese si scoraggia l’investimento in capitale umano, per cui ci si rivolge a contesti in cui esso sia meglio valorizzato e le Istituzioni appaiano più orientate al futuro.
Dalla ricerca Eurispes si possono individuare soprattutto implicazioni di “policy”: le misure di rientro devono essere accompagnate da interventi che incidano in maniera strutturale sulla qualità e stabilità delle carriere, sulla valorizzazione del capitale umano, sulle condizioni abitative e sui servizi che permettano la transizione alla vita adulta.
Il nodo critico è la capacità di trasformare i flussi in un processo che generi ritorni (diretti o indiretti) per l’economia e la società. Per l’Italia, l’obiettivo non dovrebbe essere l’azzeramento dell’emigrazione ma la costruzione di condizioni che riducano la perdita netta e permettano una partecipazione attiva ed efficace alla circolazione di persone. La strategia più credibile è quella che integra libertà di mobilità e competitività del sistema: non “trattenere a ogni costo”, ma rendere l’Italia un contesto in cui restare, rientrare o arrivare.
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