C’è un termine francese, terroir, che fa riferimento alla produzione del vino. Partendo da “terra tipica” o “luogo tipico”, è oggi diffusa l’idea che per la realizzazione di un buon prodotto siano necessari tanti elementi concatenati, naturali ma anche artificiali. Essi sono: il sottosuolo, nella cui profondità la vite affonda le sue radici; il suolo, il substrato da cui la vigna ricava il suo nutrimento; il fattore umano, rappresentato da gesti, tradizioni e approcci al lavoro; infine, il clima, venti, esposizione, altitudine, sole e piogge.
Per stare alle sue origini, cioè alla produzione del vino, la Commissione “Viticoltura” dell’OIV è giunta ad una definizione complessa, in occasione del Simposio internazionale su: “Terroir e Paesaggio”, organizzato a Bordeaux e a Montpellier nel 2006. Il 25 giugno 2010 a Tblisi, in Georgia, l’Assemblea generale dell’OIV ha adottato una risoluzione per definire il “terroir vitivinicolo”, che oltre ad interessare una zona particolarmente vocata all’agricoltura con il tempo rappresenta la sintesi perfetta tra naturale e umano, dove si sviluppa una cultura collettiva delle interazioni tra un ambiente fisico e biologico identificabile e le pratiche vitivinicole che vi sono applicate, un insieme complesso di fattori. Ad esempio, il terroir dell’Etna indica la peculiare natura vulcanica del suolo e le particolari condizioni pedoclimatiche della zona: combinando questi elementi si coltivano vitigni autoctoni che danno vita a vini unici, impossibili da replicare in altre aree.
Se il territorio si riferisce a un’area entro confini definiti, che ha una storia e un nome, dove si determinano le condizioni di vita, quello spazio circoscritto politicamente, geograficamente, amministrativamente, attraverso un controllo da parte di chi esercita un potere (istituzioni), il terroir, al contrario, assumerebbe una connotazione che mette in relazione clima, terra, tradizioni e azione dell’uomo, attraverso l’idea di un dinamismo evolutivo.
Al centro ci sarebbe quello spazio geografico dove una comunità umana ha costruito, tramandato e condiviso quelle interazioni significative a produrre una tipicità riconducibile all’identità del luogo. La scrittrice Olga Tokarczuk, “Premio Nobel” 2018 per la sua “immaginazione narrativa che, con passione enciclopedica, rappresenta l’attraversamento dei confini come forma di vita”, rilevando la differenza tra terroir e territorio, ha pubblicato: “Perché lo spazio in cui abitiamo vive e respira con noi” (La Repubblica del 7 maggio 2026), argomentando il legame con il luogo e la comunità di appartenenza. Il terroir rafforza la diversità e l’eterogeneità e costituisce un arricchimento e non una minaccia per il territorio, supera il centralismo mantenendo gli assetti locali. Si tratta di vivere all’interno delle relazioni: insegna l’umiltà, superando il falso mito che l’essere umano è centrale nel mondo. Se il territorio controlla dal centro ed agisce a livello istituzionale, intendendo le periferie come problema da risolvere ed agendo come “categoria del potere”, il terroir parte dalle istanze locali agendo attraverso la presenza.
Oggi diventa importante la questione locale/globale per i momenti che stiamo vivendo, quelli di crisi ecologica, culturale, identitaria. Quando i grandi territori smettono di avere un senso, le persone cercano forme di radicamento più piccole, dense e profonde nei luoghi. È il ritorno ai legami e a quello spazio vitale che sembrava interrotto perché estraneo e lontano, alla cultura, come “mondi di significato”, importante per esplorare il modo in cui l’umanità abita il suo contesto locale. In questa prospettiva, il locale è visto come “vita quotidiana”, attività pratiche alle quali le persone partecipano attraverso un “faccia a faccia”, rapporti duraturi e inclusivi, una specifica identità.
Ulf Hannerz (La diversità culturale, Il Mulino, 2001, or. 1996) indica la condizione dell’uomo contemporaneo che, come in passato, condivide uno spazio comune, nel quale gli elementi globali vengono recepiti e riformulati localmente. Se le comunità tradizionali hanno perso i confini abituali in cui si definivano e in cui si proteggevano, oggi si prospetta un luogo non più inteso come il contenitore di una cultura, ma come un centro di incontro e intreccio di elementi culturali.
L’epoca del centro urbano, delle megalopoli forse ha trovato un’interruzione per cercare nuove tracce di vita proprio nel terroir, nei legami con quel mondo che Hartmut Rosa definiva indisponibile, da scoprire e conoscere per renderlo disponibile. Sosteneva (nel volume: Indisponibilità. Alle origini della risonanza, Queriniana, 2024) che il mondo e il soggetto umano sono “entità distinte dalle loro relazioni dinamiche” e dipendono dalle qualità del rapporto dell’uomo con se stesso, con gli altri, con il “mondo”, inteso come totalità. La modalità individuata è la risonanza che si sviluppa in tre dimensioni: 1) essere toccati affettivamente dal mondo, in cui l’individuo “si lascia prendere dalla relazione”; 2) provare un’emozione, in cui il soggetto va verso l’esterno e spinge all’azione; 3) reciproca trasformazione tra soggetto e mondo, in cui la relazione assume modalità “strumentali” (controllo e dominio) e di “risonanza” (attaccamento, cura, responsabilità, impegno reciproco). La ricerca dell’indisponibilità significa proprio il progresso e la ricerca del nuovo, del mondo sconosciuto che riserva conoscenze e nuove sorprese produttive.
Il terroir assume dunque una dimensione molto più vitalistica, nel senso di attività dinamica che si confronta con l’indisponibile, il non conosciuto, e porta al saper trovare spazi differenti da contemplare e conoscere, rendendoli disponibili nel rispetto che si deve alle risorse della terra. Si tratta di superare i mondi antitetici tra spazi urbanizzati e aree interne, che non sono spazi vuoti ma luoghi dove si produce la biodiversità naturale e culturale, si conservano i patrimoni artistici, storici e culturali, si valorizza la “cultura attiva” fatta di mestieri e maestria. Qui si potenzia il capitale umano costituito da intelligenza, conoscenza e competenza, per generare nuove visioni del mondo. Tutto ciò si realizza attraverso una intelligenza collettiva che ha come fine il riconoscimento e l’arricchimento delle persone per produrre il “bene comune”.
Entro questo ambito, dunque, il destino del territorio è molto legato alla cultura, nel senso di coltura, “abitare, coltivare, prendersi cura, onorare”, ovvero indirizzarsi a quella realtà tangibile tra essere umano e contesto esterno. Spesso si ritiene che l’abbandono e la fuga da quei paesi più periferici possa significare “percezione del declino”, anche se potrebbe, come fa mirabilmente Vito Teti (intervento al Festival Little Lucy, in “La Repubblica” del 14.06.2026), essere soprattutto “una profezia che si autoavvera”, perché “la convinzione di vivere nel vuoto genera altro vuoto”. L’indicazione è di non essere prefiche dell’estinzione, oppure attuare quella tendenza a ridurre i borghi in “paradisi per consumatori urbani”: al mito della cartolina occorre contrapporre carne, pietre, storie di uomini, di case, di paesi, guardando il mondo per accorgersi che stiamo in “uno spazio diversamente pieno”.
E se quel vuoto e quelle solitudini evocati da Teti sono popolati di storie, anche quelle invisibili di chi è partito, la “restanza” potrebbe essere intesa come produttrice di “nuove forme culturali e sociali” perché si tratta sempre di costruzioni umane, che siano i piccoli borghi o i grandi agglomerati urbani. Rivolgersi a quell’idea di terroir significa ripopolare l’idea di vuoto, che si realizza “finché ci sarà qualcuno che coltiva un orto sul retro di una casa”, o “qualcuno che custodisce un libro in un paese di montagna” (Teti).
Quest’idea è la strada per stare insieme nel mondo, per credere che un territorio/terroir sia un paesemondo e non un luogo marginale, fatto di tante solitudini e abbandoni, ma al contrario una comunità umana che semina nuove possibilità e traiettorie di vita.
In piu’ occasioni si celebrano eventi identitari con rituali ed eventi seminariali celebrativi di un tempo passato e cosi’ intervengono celebrita’ ‘ accademiche e politiche ma si corre il rischio di alimentare una catena consumistica mentre rimane il vuoto etnoculturaleQuesto puo’ essere saturato solo dalla presenza incarnata di un abitante capace di riportare in vita le attivita’ ataviche e sottrarre alla predazione consumistica un lacerto di vita comunitaria .Concordo pienamente con la riflessione del caro Martucci .
Complimenti