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Per offrire alcuni spunti di riflessione sulle società attuali, che risentono dell’uso massiccio dei mezzi di comunicazione come forme di dominio e controllo sulle nostre vite, è interessante considerare il pensiero del filosofo coreano Byung-Chul Han.

Un primo elemento da introdurre è che nelle attuali dinamiche sociali c’è l’assenza di alterità, molto bene rilevata nel volume: L’espulsione dell’altro, in cui il filosofo sostiene che non è più il tempo in cui c’era l’Altro: l’Altro è mistero, seduzione, Eros, desiderio, ma anche inferno, dolore. Ed allora, nelle società in cui si ricerca l’Uguale, per intenderci quelle attuali costituite dal conformismo digitale, dalla positività del non-rischio, assenza di mutamenti, eterno presente, iper-comunicazione, iperconsumo, non ci si accorge che si sviluppa una “pressione distruttiva”, una autodistruzione, proprio perché “un sistema che non conosce la negatività dell’Altro sviluppa tratti autodistruttivi”. (Byung-Chul Han, L’espulsione dell’altro, Nottetempo, 2024, p. 7)

La critica è affidata ad alcuni termini/concetti che si trovano nell’intero corpus dei suoi scritti: dalla stanchezza (disturbi provocati da una produttività intesa come valore); alla trasparenza (imposta dal mercato neoliberale, un’ossessione per la trasparenza che in realtà nasconde una pericolosa perdita della privacy); all’imitazione (quello stile che rifugge la distinzione tra originale e falso).

Ad ogni modo, sono i suoi scritti, pubblicati nell’ultimo quinquennio, che sembrano i più significativi quando si occupano di: “violenza”, come sovra-prestazione, sovrapproduzione, sovra-comunicazione, iper-attenzione e iperattività (nel volume: Topologia della violenza, Nottetempo, 2020); “angoscia” esistenziale, caratterizzata da assenza di empatia e solidarietà, con al centro ansie da prestazione e solitudine (nel libro: Contro la società dell’angoscia, Einaudi, 2025). Ne: La società della stanchezza (Nottetempo, 2020), Byung-Chul Han rileva i disturbi della sfera psicologica, causati da un eccesso di positività che ci impone di dire sempre di sì, in una società basata sulla performance. Di interesse: La Vita contemplativa o dell’inazione (Nottetempo, 2023), la proposta di una nuova visione dell’inazione, non una negazione, un rifiuto, una assenza di attività, bensì una facoltà autonoma di comprensione e contemplazione del mondo. Il rapporto con la “sofferenza” è espresso ne: La società senza dolore (Einaudi, 2022), in cui la paura del dolore si manifesta nell’evitare controversie che potrebbero condurre a un conflitto, nel disinteresse verso riforme politiche che richiederebbero sacrifici, infine in una libertà autoimposta finalizzata all’evitare il dolore e al rimandare il più possibile la morte. La crisi della narrazione (Einaudi, 2024) serve a rilevare come le narrazioni sono da tempo in crisi e sono diventate una merce. Con il capitalismo, queste si trasformano in storytelling e lo storytelling diventa mera pubblicità, o consumo di informazioni. Centrale è il libro: Infocrazia – Le nostre vite manipolate dalla rete (Einaudi, 2023), che entra nello specifico degli effetti della digitalizzazione sulla sfera quotidiana e politica. Questo accesso sempre più facile a informazioni sensibili e personali non equivalgono a un accrescimento della conoscenza; sembra la trasparenza sinonimo di libertà, ma in realtà pone le basi di una politica basata sulla sorveglianza e il controllo. Iperculturalità (Nottetempo, 2023) si occupa di cultura e globalizzazione. Nel mondo di oggi, segnato dalla globalizzazione, non esiste più una differenza tra vicino e lontano, familiare ed esotico, proprio ed estraneo, ed allora la cultura senza vincoli, freni e limiti diventa ipercultura. Il filosofo scrive poi: Perché oggi non è possibile una rivoluzione (Nottetempo, 2022), per parlare del capitalismo e dei suoi effetti devastanti, la sfrenata produttività tipica della società moderna. L’uomo è portato a sacrificare la sua vita, in una spirale crescente di autodistruzione. Ed allora, Psicopolitica (Nottetempo, 2024) delinea un mondo “iperconnesso” che tramite device digitali permette di condividere sempre più informazioni su di sé tramite i social media, creando così quantitativi di dati che costituiscono la nuova merce su cui si basa il capitalismo. La psicopolitica riesce così a far credere alle persone di “essere migliori”, mentre in realtà sono solo “lavoratori migliori”. Nello sciame (Nottetempo, 2023), la filosofia si trovava a ragionare sui poteri e sulle distorsioni delle folle: oggi il termine sciame rappresenta le singole unità umane interconnesse tramite la rete digitale. Lo sciame enfatizza il narcisismo e demolisce il senso di comunità e di cittadinanza, e quindi la possibilità di discussione democratica. Le non cose (Einaudi, 2022) sono il non-reale. Il libro si sofferma a ragionare sulla dematerializzazione della vita del mondo di oggi, in cui a influenzare le nostre esistenze non sono più gli oggetti, ma informazioni che realizzano un processo dove il non-reale prevale sul reale. Questo ha tutta una serie di implicazioni, come per esempio la perdita della temporalità e la richiesta di attenzione continua. Per comprendere il mondo contemporaneo è anche opportuno confrontare le differenti culture. Del vuoto (Nottetempo, 2024) riguarda la cultura e la filosofia dell’Estremo Oriente. Per Byung-Chul Han, l’Occidente affronta l’estraneo in modo spesso aggressivo, violento, cerca di escluderlo o assorbirlo precludendo aperture all’altro. È lo schema dicotomico che nasce dal costante bisogno di individuare un soggetto contrapposto a un oggetto, e dalla centralità di concetti quali essenza, sostanza, verità, stabilità. Le filosofie, le pratiche e le consuetudini diffuse in Asia orientale sono differenti: non è l’essere ma la via da intraprendere;  non è l’essenza ma l’assenza; fiorisce una cultura dell’immanenza volta all’apertura piuttosto che alla chiusura, all’indifferenza anziché all’analisi, all’accettazione dell’è-così e non all’agire funzionale. Dall’approccio critico emergono diverse proposte: La salvezza del bello (Nottetempo, 2025) è da intendere come esperienza di verità non sentimento di piacere; In: Elogio della terra (Nottetempo, 2022), la bellezza della terra comporta la cura di essa e del nostro pianeta, dove è fondamentale il contatto con la natura per ritrovare la tridimensionalità del tempo.

In tutti i suoi lavori, la critica alla società attuale contiene in sé gli spunti per poter ridefinire un rapporto relazionale con l’Altro, per riconoscere l’alterità e promuovere un sapere aperto, libero e volto al cambiamento. Produce continui elementi per indagare una società intrappolata nel regime dell’informazione e ormai disabituata alle narrazioni e alle verità fondate sui fatti.

È soprattutto con Infocrazia che Byung-Chul Han sostiene lo sviluppo di quella forma di dominio di algoritmi e Intelligenza Artificiale, che caratterizzano i processi sociali, economici e politici. È un regime basato sulla disciplina del mondo digitale che trasforma l’uomo in quel soggetto sottomesso che si crede libero, autentico e creativo, senza considerare che le strutture dei social media riescono ad incidere sulle sue scelte. Gli stessi influencer hanno interiorizzato la struttura pervasiva dell’infocrazia, perché essere liberi significa cliccare, mettere like e postare. È l’avvento di un sistema di governo che, coerentemente con l’impianto neoliberista, sosterrà politiche manageriali basate sui dati, con l’infocrazia che si imporrà come forma di post-democrazia digitale. Si assisterà ad una vera e propria tecnocrazia, guidata da esperti e informatici che amministreranno il mondo mossi solo da algoritmi. (Infocrazia, p. 46)

Byung-Chul Han parla dei rischi a cui sono esposti l’agire comunicativo (Habermas), la razionalità discorsiva e l’impianto democratico nell’era della tecnologia digitale. Come non ricordare un saggio, pubblicato nel 1985 da Neil Postman, che introduce una teoria sull’ecologia dei media, la risposta alla domanda sulle conseguenze sociali, culturali e politiche della tecnologia nella comunicazione. Il controllo totale sulla cultura, sulla politica e sull’economia veniva inteso da George Orwell secondo una logica coercitiva e punitiva, che si realizza attraverso una sorveglianza costante, una propaganda e una manipolazione; Aldous Huxley profetizza al contrario mille verità che proliferano in forma virale, con il risultato che la realtà e l’oggettività degli avvenimenti sfumano in un orizzonte frastagliato, mobile, caotico e confuso. (N. Postman, Divertirsi da morire, Luiss University Press, 2023)

Il rapporto delle nostre società con le nuove tecnologie comunicative risente dell’influenza di Postman, che si occupò della cultura dello spettacolo degli anni Ottanta del Novecento negli Stati Uniti: i discorsi e le tecniche utilizzate per trasmettere messaggi e le conseguenze degli stessi  sono coincidenti con le attuali dinamiche che si verificano con l’utilizzo dei media digitali. Sostenne in: Divertirsi da morire, che “quello che la gente guarda e ama guardare sono immagini in movimento. Milioni di immagini di breve durata e con rapidi cambi di inquadratura. È nella natura del mezzo il fatto di sopprimere il contenuto delle idee per far posto all’interesse visivo, cioè per far posto a valori spettacolari”. Pertanto, i media definiscono le nostre percezioni, organizzano le nostre esperienze e reazioni emotive, condizionando ogni gesto e azione sociale. In breve, un mondo possibile è quello di “realtà” ridotte a un immenso accumulo di pseudo eventi o di eventi mediali che operano una sorta di trasformazione antropologica. Postman si riferiva alla televisione in quanto medium che privilegia una forma di comunicazione basata unicamente sull’intrattenimento e sullo svago (entertainment, infotainment, amusement), introducendo un’estetica squisitamente spettacolare. Essa promuove contenuti visuali, leggeri, rapidi, vacui, frammentati, mercificati, appositamente progettati per divertire, stimolare e distrarre. Una società dominata dalla televisione è formata da individui superficiali, distratti, incapaci di sviluppare un pensiero critico. Non si tratta, sostiene, di veicolare messaggi, piuttosto di usare simboli e immagini che permettono di far sì che certe affermazioni in contesti particolari diventino universali: al di là del contesto, un mezzo di comunicazione ha il potere di proporre nuove e inattese forme di discorso. (Divertirsi da morire, cit.)

L’attuale crisi dell’agire comunicativo, sostiene Byung-Chul Han, è mossa da logiche individualistico-identitarie che portano alla completa dissoluzione del concetto di alterità. La mancanza di confronto e di relazioni con gli altri producono una crisi dell’ascolto, una comunicazione senza comunità, in cui la stessa è frammentata in tante bolle isolate, che si riempiono soltanto di informazioni che gli algoritmi elaborano appositamente per colui che usufruisce del servizio. La comunicazione degli algoritmi non è libera, perché produce consumo e non cittadini responsabili: “le communitas digitali sono una forma di merce della comunità”, non sono capaci di azione politica, perché la sfera pubblica degenera in “sciami volatili guidati dall’interesse”. (Infocrazia, p. 30) La questione riguarda certamente i social media che non inducono a fare esperienza, ed allora non producono conoscenza: “si ammassano informazioni senza giungere a un sapere”, le esperienze vissute fanno restare sempre uguali, si accumulano amici/followers ma non si incontra l’Altro. È “l’atrofizzazione della socialità”. La rete trova l’Uguale che ha la nostra opinione, lasciando da parte i diversi, quanto al contrario è la negatività dell’Altro che costituisce esperienza, perché qualcosa che accade, ci incontra, ci sopraggiunge, ci sconvolge e ci trasforma, “la cui essenza è il dolore”, è ciò che determina la vita, il maturare e il cambiamento. (L’espulsione dell’altro, pp. 8-10)

La rete è stata intesa a lungo come “esperienza di risonanza”, “simpatia e antipatia della vicinanza”, “tecnica di amore verso il prossimo”, “empatia”, eppure sostiene Byung-Chul Han essa elimina ogni alterità, ogni estraneità e dunque non produce vicinanza con l’Altro, piuttosto “la distanza dell’Uguale”, perché la comunicazione globale ammette “solo Altri uguali o Uguali altri”. Ciò perché nella forma dialettica vicinanza implica lontananza e in assenza di una delle due non c’è vitalità, né “aureo mistero” ma solo somiglianza. Quando prolifera l’Uguale non c’è il pieno ma il vuoto: “l’espulsione dell’Altro produce un adiposo vuoto di pienezza”. (L’espulsione dell’altro, pp. 13-15)

È solo la presenza dell’Altro dunque a costituire “una democrazia come prassi discorsiva”, perché tiene conto di differenti punti di vita: senza la presenza dell’altro (il riferimento è ad Arendt) “la mia opinione non è discorsiva né rappresentativa, bensì autistica, dottrinaria e dogmatica”. Il concetto di agire comunicativo, si riferisce ad Habermas, è formato da attori che come parlanti o ascoltatori si rivolgono “a qualcosa del mondo oggettivo, sociale, soggettivo e così avanzano reciprocamente pretese di validità” che possono essere accettate o contestate. Ciò significa che il confronto con altri attori permette di giungere ad una validità, perché “la voce dell’altro conferisce … una qualità discorsiva” e certamente permette anche di essere distolti dalle nostre convinzioni, pregiudizi. La crisi di questa forma di agire porta alla sparizione dell’altro, rafforzando la “costrizione auto-propagandistica a indottrinare se stessi con le proprie idee”. Isolando il sistema, e ripetendo all’infinito ciò che piace a me, si amplificano e rafforzano le idee, le credenze (echo-chambers, stanze dell’eco). Più navigo su internet e più i filtri posti ad arte mi inviano informazioni di mio gradimento e rafforzano le mie convinzioni, perché mi vengono proposte “quelle visioni del mondo che si conformano alle mie”. (Infocrazia, pp. 31-33)

Alla fine, nel regime dell’informazione si vanno a creare vere e proprio tribù digitali, che conducono a una dittatura dell’opinione e sono prive di razionalità comunicativa: al posto del discorso reciproco troviamo solo l’ascolto di noi stessi. La pretesa di verità delle tribù digitali non produce razionalità, ma un “universo post-fattuale” (Infocrazia, pp. 60-61), che permette di ricavarne un senso di appartenenza, per cui il discorso è sostituito da fede e confessione: al di fuori di quella cerchia tribale, ci sono solo altri, intesi come “nemici da combattere”. La società di dissolve in identità inconciliabili, prive di qualsiasi alterità. L’ascolto degli altri ci unisce in comunità, è una democrazia che è comunità di ascoltatori. Se c’è comunicazione senza comunità, ascoltiamo solo noi stessi. (Infocrazia, pp. 37-38)

Richiamando il mito della caverna di Platone (Infocrazia, p. 67), Han si chiede se siamo davvero consapevoli di questa caverna digitale che ha inglobato completamente ogni cosa, perché non c’è un esterno rispetto alla caverna digitale, perché la luce che vediamo è solo quella dello schermo digitale, dunque artificiale, che è privo di ogni verità. Viene introdotto il concetto di “nichilismo come crisi della verità”. (Infocrazia, pp. 53-54)

La democrazia è parresia, sostiene Han. È quel concetto inteso come coraggio da Foucault, che nell’autunno del 1983 a Berkeley tenne un ciclo di conferenze proprio per esprimere la ricchezza di quel concetto (M. Foucault, Discours Et Verite: précédé de La parrêsia, Librairie Philosophique J Vrin, 2016), che crea comunità perché permette agli individui di dire ciò in cui credono essere veramente vero. Per fare ciò occorre “prendersi cura della comunità usando un «discorso ragionevole e vero»”. Dire la verità è politico e democratico e “la democrazia è viva finché si pratica la parresia”. C’è però anche da dire che oggi la parresia degenera in una libertà di dire qualsiasi cosa, “tutto ciò che piace e fa comodo”. In tal senso, ha ragione a Platone quando la intende come “forma arbitraria dell’opinione”, non come quella coraggiosa fondata sul modello socratico. (Infocrazia, pp. 64-66)

Quando la cultura era basata sulla parola stampata, giornali e libri erano fonti di sapere e promozione di un passato coerente e utilizzabile, perché la fruizione di un testo scritto presuppone una certa capacità di astrazione e l’applicazione di un pensiero logico, richiedendo di conseguenza un coinvolgimento cognitivo intenso, dialettico, profondo. Al contrario la comunicazione digitale riduce ogni contenuto ad un flusso inarrestabile e continuo di informazioni, secondo una logica tutt’altro che trasparente. Si tratta di un dispositivo che non dirige solo la conoscenza sul mondo ma anche quella sui modi di conoscere. I social media  generano frammenti che esulano da ogni contesto, è un eterno presente dove non esiste contraddizione. In altre parole, nell’era dell’infocrazia si delinea un regime dove la contingenza e l’attualità sono sovrane a scapito delle narrazioni e delle conversazioni all’interno dello spazio pubblico. Una società di tale tipo misura e processa tutto in un presente in cui la raccolta massiccia di dati è più utile alle grandi organizzazioni che alla gente comune.

Il pericolo non è l’offuscamento della verità, come avviene in regimi autoritari, ma la moltiplicazione delle informazioni che aumentano l’individualismo e la passività: qui diventa essenziale la posizione di Byung-Chul Han quando parla di una società delle possibilità e libertà, ma anche quella della finzione, che tuttavia produce il collasso di una cultura comunitaria condivisa. La soluzione non prevede l’abbandono del mezzo, ma uno sguardo per comprendere che, anche se la tecnica è ideologia in quanto impone modelli di vita, modi di stare insieme e idee, producendo cambiamenti sociali e politici, serve riconoscere che questa rivoluzione culturale deve essere indirizzata a porre le domande giuste, invertire la rotta e liberarsi dalla tirannia del presente, perché per prevenire i pericoli occorre riconoscerli.

Ma è solo con il riconoscimento dell’Altro che si combatte la violenza del globale, che pone tutto sullo stesso piano e impone il disconoscimento delle singolarità, “nel quale la vita si presenta nella forma totalizzante della produzione e della prestazione”. (L’espulsione dell’altro, 20) È il neoliberismo che non è guidato dalla ragione e genera forme distruttive in cui la libertà è solo pubblicità: invece occorrerebbe la rivendicazione di un’ospitalità incondizionata, alta espressione della ragione universale, in cui lo straniero è l’Altro che non va trattato in maniera ostile. L’ospitalità è bellezza, promessa di riconciliazione che misura il grado di civiltà di una società. (L’espulsione dell’altro, pp. 27-29)

Dunque, la ricerca dell’alterità si sottrae a valutazioni economiche (neoliberismo) ed intende l’essere-uguale come l’essere-diverso: tutto ciò è l’autenticità dell’esistenza, che presuppone la comparabilità. Invece, se è intesa come forma neoliberista di produzione, in cui c’è la cultura del paragone, in cui l’autenticità diventa materiale, gli individui esprimono la loro autenticità solo nel consumo; egli è sopraffatto dal profitto e non coglie l’Altro, ma vive nel suo narcisismo. Tutto ciò produce mancanza di autostima, isolamento, autolesionismo, senso del vuoto, angoscia, alienazione.  È uno sguardo che non coglie lo sguardo dell’altro, dove il potere si fonda sullo “sguardo del sorvegliante”: il Panopticon di Bentham (M. Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, 2014) serve per “dissociare la coppia vedere-essere visti”, dove chi sorveglia, ed esercita il potere centrale, vede senza essere visto e, al contrario, chi è l’anello periferico non riesce mai a vedere. Scrive Byung-Chul Han  che gli abitanti del Panopticon digitale “non si sentono guardati, non sentono cioè di essere sorvegliati. Così si sentono liberi e si mettono a nudo spontaneamente. Il Panopticon digitale non mette a nudo la libertà, la sfrutta”. (L’espulsione dell’altro, pp. 67-69)

Oltre allo sguardo, nella parte finale del libro: L’espulsione dell’altro, il filosofo tratta anche gli altri aspetti che definiscono il rapporto con l’Altro e la possibilità di sviluppare il sapere/conoscenza: la voce, che proviene dall’altrove, da fuori; il pensiero, che si affida alle negatività dell’Altro per scoprire strade inesplorate; l’ascolto, che è la un atto che approva l’Altro nella sua alterità e riconcilia, guarisce, redime. Oggi la rumorosa società in cui viviamo non presta attenzione a tutti questi elementi e produce “la crisi del tempo”, la “totalizzazione del tempo del Sé” che accompagna prestazione, efficienza e accelerazione, che “travolge oggi ogni ambito della vita e conduce allo sfruttamento dell’uomo”. Il tempo dell’Altro è improduttivo, ma a ben vedere “istituisce una comunità” e proprio per questo è un “buon tempo”. (L’espulsione dell’altro, p. 108)

2 Responses to “Byung-Chul Han: l’“infocrazia” e l’espulsione dell’Altro”

  1. alessandro scanavini

    Ottimo. Un filosofo che non conosco. Interessanti la riflessione più volte ribadita del rapporto con l’altro, e il cambiamento dell’uomo attraverso l’influenza dei mezzi di comunicazione tecnologica. Grazie

  2. Luigi Leuzzi

    Una lettura esemplare di una identita’ narrativa privata dell’alterita’ con una prevalenza della ipseita’ in assenza di ogni confronto dialogico e quindi condizione apodittica destinata ad una rappresentazine solipsistica dell’essere in un mondo in cui la realta’ virtuale diviene l’unico termine di confronto essendo inoltre espressione di una esistenza condizionata da una epistemologia digitale che esclude il.volto dell’altro e nega la trascendenza dell’homo viator nell’altro da se’.

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  Categoria: Società

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