Mauro Bonazzi, filosofo dell’antichità, ha sostenuto nel libro: “Il demone della nostalgia” (Einaudi, 2025) che l’antichità non appartiene al passato, ma è un elemento che costituisce il presente, perché la modernità ha bisogno del mondo antico per poter comprendere se stessa.
Il passato fonte d’ispirazione è rappresentato dalla civiltà greca, una sorta di invenzione per legittimare il “demone della storia”, che caratterizzò la cultura tedesca a partire dalla fine dell’Ottocento e nei decenni infausti successivi.
In opposizione all’Illuminismo e allo sviluppo della tecnica, fu introdotto l’ideale platonico, ed in seguito l’associazione alla Grecia, a quegli eroi omerici che servivano soprattutto a trovare connessioni tra le gesta antiche con le tendenze della società nazista: un trait d’union tra Achille e Sigfrido.
In questo periodo, si sviluppa il pensiero di filosofi che si occupano dei tempi in cui vivono, facendo connessioni con la memoria del passato greco che non presuppongono certamente le tendenze che poi caratterizzeranno i disastri della storia, fondati sul mito della forza e della violenza, che “cancella la condizione umana” (Simone Weil).
Eppure, Bonazzi non può non considerare la “nostalgia”, quella patria mancata, fatta di identità chiusa e da riattualizzare, un parallelismo come fil rouge tra ebraismo, grecità e nazismo, che poi evolverà verso quel capitalismo quale esito successivo di una ideologia ancora oggi molto pervasiva. La nostalgia come memoria da riattualizzare? Ma quale nostalgia se si approda ai totalitarismi (Theodor W. Adorno)? Quale deriva porta a quel demone che ha travalicato la stessa ragione, vagheggiata da Edmund Husserl?
Il concetto di “nostalgia” è l’unione dei termini: nostos, ritorno e algos, dolore. Si tratta di una parola introdotta verso la fine del Seicento, per descrivere il dolore dei “soldati mercenari svizzeri” che si allontanavano dalle loro valli. In termini filosofici, per Bonazzi, si tratta di una nostalgia per la Grecia antica, la passione della società moderna che si rivolge al passato e alla civiltà di quel passato, come “sentimento di mancanza”. Tornare all’antico, serve a fare chiarezza per comprendere “l’enigma del mondo frammentato e disordinato”.
Il filosofo percorre il mondo greco, attraverso autori che hanno determinato la tradizione tedesca: Nietzsche, soprattutto con: “La nascita della tragedia” (Ia ed. 1872); la Prima guerra mondiale e gli anni dei primi decenni del Novecento sono spiegati attraverso la filosofia di Platone; poi i riferimenti a quella civiltà sono affrontati con Heidegger e Husserl, Adorno e Weil, Arendt e Strauss. Certo l’approccio è legato ad una ricostruzione che fa i conti con il passato, attraverso un viaggio i cui riferimenti diventano i versi: “Itaca”, scritti da Costantinos Kavafis: “Itaca ti ha dato il bel viaggio / senza di lei mai ti saresti messo / in viaggio: che cos’altro ti aspetti? / E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. / Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso / già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare”. Il viaggio verso la conoscenza si risolve ponendo al centro la bellezza del ritorno alle origini, alla memoria che ha fondato la nostra esistenza. È il rapporto nostalgico con la memoria, che non si limita al rivolgersi alla sola civiltà greca, che pure ha riguardato le nostre origini, ma anche alle tante culture che partono dalle popolazioni che con la Grecia si sono confrontate ed hanno scambiato conoscenza.
I gruppi umani agiscono entro cornici temporali e storiche, che conferiscono forma all’universo di ogni singolo individuo appartenente ad una determinata comunità umana organizzata socialmente. Halbwachs (La memoria collettiva, 1950) come Bonazzi intende la ricostruzione del passato in rapporto ai bisogni del presente, precisando però che “la storia non è tutto il passato, ma non è nemmeno tutto ciò che resta del passato”: accanto ad una storia scritta c’è una storia vivente, che si perpetua e si rinnova attraverso il tempo, in un quadro storico e collettivo. Come dire, che quella nostalgia di un mondo che ha fondato le nostre origini non può essere riproposta parimenti, bensì riattualizzata, rivisitata e ripensata.
La memoria ha a che fare con le rappresentazioni collettive, ovvero possedere in comune con gli altri un insieme di idee, credenze, norme, tradizioni, linguaggio. Questi punti di riferimento offerti dalla società sono da Maurice Halbwachs chiamati “quadri sociali della memoria”, all’interno del concetto di memoria collettiva che assicura la socialità della memoria, la sua conservazione, la sua comprensione e comunicabilità, la mediazione tra passato e presente: la memoria è dunque condizionata dallo stare in società. I quadri sociali sono ricondotti al volume: “Les cadres sociaux de la mémoire” (1925), in cui sostenne che nella società l’uomo acquisisce i suoi ricordi, li richiama alla memoria, li riconosce e li localizza, formulando la tesi che la memoria non fa rivivere il passato ma lo ricostruisce.
Per Halbwachs la costruzione della memoria collettiva è la riappropriazione, la ridefinizione e la risignificazione di luoghi che accoglieranno tradizioni e racconti diversi, anche se sottoposti a resistenze che si oppongono al cambiamento. È importante prestare attenzione al processo di costruzione della conoscenza che si sviluppa nell’incessante collegamento tra passato e presente in proiezione futura, attraverso esperienza e senso comune, nel rapporto tra sociale e individuo, inquadrando l’azione di quest’ultimo in uno spazio temporale e in una dimensione etica, critica e responsabile.
La principale chiave di lettura, dunque, può essere individuata nel rapporto tra memoria e identità, specie se la memoria condivisa attraverso il tempo e lo spazio assolva a una funzione di identità culturale, perché l’eredità culturale di una comunità è rappresentata da una serie di elementi che certamente vanno connessi anche alla cultura della nostalgia e della memoria. Riferendosi al mondo greco, Bonazzi crede ad una sorta di “invenzione” che si è sviluppata nel dibattito tra ottocento e novecento per cercare di acquisire un’eredità storica e concettuale.
L’autore, nel primo capitolo del volume, si riferisce a Nietzsche che permette di sostenere nuove intuizioni e idee, non certamente definitorie da un punto di vista filologico, ovvero rispetto a quella scienza esemplare e rigorosa, ma attente alle esigenze di natura. “La nascita della tragedia” rappresentava proprio l’attenzione ai momenti rituali in cui si estrinsecava la tragedia della vita, un parallelismo con la cultura popolare attuale che significa esprimere un mondo altro. È quella definita l’arte totale, che andava molto al di là della rigorosità di un mondo prestabilito e ideale, un metodo legato alla tradizione scientifica. Quell’opera fu descritta come un testo “mistagogico”, volto ai misteri e lontano dagli orizzonti consolidati. Si trattava di una rottura rispetto agli schemi utilizzati.
Prima e dopo Nietzsche si era sviluppato uno studio rigoroso del mondo greco-romano, che porterà i greci ad essere un modello cui riferirsi. Si trattava di porre l’attenzione al logos, alla perfezione cui guardare: “forma-ordine-armonia”. Con Platone, vero riferimento, i greci facevano sentire i tedeschi nella loro heimat, intesa come patria, luogo in cui in cui ci si sente a casa propria. Sembra un Platone assoggettato alle esigenze politiche, anche se come sostiene Hanna Arendt quella filosofia, almeno nella Germania della prima metà del Novecento, ha comportato certamente conseguenze politiche. Ma all’inizio il riferimento è alla società ideale greca pervasa di impulsi platonici.
Quando giunge Nietzsche tutto è messo in discussione, soprattutto il filellelismo che stava alla base degli studi classici. La nascita della tragedia scopre l’antitesi apollineo/dionisiaco: la negazione del lato oscuro, caotico, irrazionale, che pure fa parte di una cultura. È un “contro-classicismo”, che afferma come non esista una superficie bella senza l’oscurità degli abissi, ovvero la coesistenza dei due spiriti che formano la suprema forma d’arte.
È il contrario di Platone: un pensiero in movimento che intuisce scorci diversi e una nuova luce. Nietzsche non ha paura di correggersi o di cambiare strada, con un progetto iniziale che rimane. In: Ciò che io devo agli antichi (“Il crepuscolo degli idoli”, 1889), ritorna da dove tutto è iniziato, che gli ha permesso l’accesso al mondo antico. Il suo avversario resta Platone con il suo mondo ideale, il principio di bene come concetto supremo.
“Dove è il mondo reale?”, si chiede.
L’approdo alla nostalgia è il principio del contro-ideale, dove occorre stedeschizzarsi, andare oltre. “Zaratustra” riconquista la libertà perduta e apre a nuove possibilità. La vita è fatta di “mischiare, trasformare, aprire, scoprire”, rivolgersi al mondo nuovo. È una contro-nostalgia, quella che Bonazzi descrive a proposito di Nietzsche, per dire che il cambiamento è certamente legarsi alla memoria per discutere dei greci e dunque del passato, che significa anche discutere di noi, della nostra identità di europei e occidentali in un mondo che cambia velocemente.
Tuttavia, è da dire che quei cambiamenti non possono solo essere affidati ad un viaggio a ritroso nel nostos e nell’algos, che comporterebbe una limitazione per gli intenti conclusivi e definitivi, ma aperti al confronto con le nuove modalità che partono dalla storia per superare barriere e steccati e indirizzarsi alle nuove costruzioni e creazioni umane. Queste ultime si risolvono nel concetto dialettico di vicinanza/lontananza, che produce vitalità: è solo la presenza dell’Altro da sé, che tiene conto di differenti punti di vita, si realizza una conoscenza autentica. È l’autentico di Martin Heidegger, che presuppone di meditare con forza e determinazione su noi stessi, trovando l’autonomia dell’autentico di sé confrontandosi con l’altro da sé (la comunità). Per fare ciò, è necessario tendere verso la scienza (filosofia), partendo da ciò da dove tutto è iniziato (Grecia), sostenendo che l’inizio è ancora, ciò che ci sta di fronte. È da privilegiare la “theoria”, quel sapere che conduce all’azione (praxis), perché la conoscenza prospera con l’azione. Si tratta non di sviluppare la conoscenza ma di interrogare, perché “tutto ciò che è grande è nella tempesta (sturm)”. Questo era il programma del 27 maggio 1933 del rettore dell’Università di Friburgo Martin Heidegger, ripreso in: “L’autoaffermazione dell’università tedesca” (Il Melangolo, 1988). Anche se quello sturm poi porterà a tempi nefasti.
La tradizione occidentale, dunque, sarà influenzata da un modello greco che produrrà conseguenze, trascurando il fatto che la Grecia è un mondo composito, fatto soprattutto di Atene e politica e di Platone e filosofia. Nell’accezione di Arendt si tratta di azione e contemplazione, vita pratica (activa) e vita legata all’inazione (Byung-Chul Han). La possibilità dell’azione porta alla libertà che si esercita nel confronto con gli altri, il mondo plurale, perché occorre aspirare ad un senso esistenziale: l’approdo è all’immortalità, alla memoria che dimostri ciò che ha valore dentro di noi.
L’indicazione è il superamento della morte, la grandezza della memoria. Ci sono tuttavia ostacoli da affrontare continuamente. Sembra di ripercorrere l’immagine dell’ “angelo della storia” di Walter Benjamin: “è un angelo con il viso rivolto al passato, che vede una catena di eventi catastrofici che non si riescono a ricomporre. Una tempesta soffia dal Paradiso e si è impigliata nelle sue ali con tale violenza che l’angelo non riesce più a chiuderle. La tempesta lo spinge irresistibilmente verso il futuro a cui volge le spalle, mentre il cumulo di detriti davanti a lui cresce verso il cielo. Questa tempesta è ciò che chiamiamo progresso”.
Si tratterebbe di una visione malinconica del processo storico come l’attesa insoddisfatta che trascina l’uomo e lo vede in balia del tempo e del nuovo da venire. L’unica redenzione possibile, per Benjamin, è offerta dalla memoria, dal ricordo: è l’inversione del tradizionale rapporto tra passato e presente, in cui quest’ultimo non è il risultato di un flusso di eventi che proviene dal passato, quanto pittosto come l’altra faccia del presente, derivante e prodotto da esso.
L’ultimo passaggio è affidato a Husserl, che nel 1935 ia Vienna in una Conferenza discusse della storicità dell’esistenza umana. Il suo intervento ebbe quale titolo: “La crisi dell’umanità europea e la filosofia” (in: “La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale”, Il Saggiatore, 1961). Il suo appello fu alla ragione che serve a fare ordine nella realtà, per ripensare il proprio tempo e indagare il rapporto tra filosofia e scienza. Al centro la critica all’Europa che dovrebbe rivolgersi alla filosofia, che è theoria, sapere disinteressato. La filosofia greca produce la trasformazione dell’intera prassi dell’esistenza umana, ma è anche sviluppo della libertà critica: la crisi europea è il prodotto di un atteggiamento scientista che pretende di affrontare i problemi della realtà in modo quantitativo e oggettivo, perdendo di vista la specificità dell’essere umano.
L’undicazione conclusiva e ancora attuale è che la Grecia, la memoria, ha mostrato la via. Tocca ora a noi proseguire ritrovando la capacità critica che porta fuori da un passato fermo e immobile: la missione è una nuova interiorità e spiritualità che guardi al futuro dell’umanità, perché soltanto “lo spirito è immortale” (Husserl).
Attraverso un’interessante disamina del contenuto dell’opera il sociologo Martucci ci fa conoscere ed apprezzate “Iil dramma della nostalgia “ del filosofo contemporaneo Mauro Bonazzi.
Grazie, sempre gentile
Interessante disamina,Bonazzi tuttavia ha attribuito al pensiero greco una scansione escatologica che si attestera’ invece solo con l’avvento del Cristianesimo.
Le Parche e le Erinni determinano il destino mentre ppchi uomini decideranno di essere eroi ,e tuttavia a loro non sara’ destinata la condizione di immortalita’ semmai ai Dei.Demoni semmai saranno un tramite tra l’Ade e l’Olimpo mentre la psiche evitera’ il miasma della putrefazione del soma.Pierre Hadot rispetta appieno il concetto di Sacro dei Greci mentre Michel Foucalt lo modernizzera’ in questa ultima accezione si colloca di Bonazzi con una posizione non propriamente storica ma di libera interpretazione.
Indubbiamente ci sono posizioni che danno luogo a differenziate interpretazioni. L’aver ripreso il filosofo è una lettura che mi conduce alla memoria, che spesso è nostalgia di un demone che pervade le nostre società. Nel suo caso, il riferimento è allo stretto rapporto tra cultura tedesca dalla fine dell’ottocento alla fine della seconda guerra mondiale. Diciamo un periodo buio, pervaso dai demoni della storia. Il rivolgersi alla civiltà greca, attraverso la filosofia, era tipica di quella società, che passa dal mondo ideale platonico all’approccio di Nietzsche, tra apollineo e dionisiaco. Ho trovato interessante questa posizione.