Ricevo da Massimo Montanile uno scritto che diventa propedeutico ad una collaborazione su tematiche oggi molto rilevanti, relative al rapporto tra cultura/radici e società/prospettive future.
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C’è un passaggio, nel recente lavoro di Pasquale Martucci – Sentieri sospesi. Memoria della cultura e prospettive territoriali (2026) – che mi ha fatto riflettere.
L’idea che lo sviluppo culturale non sia mai il risultato di un singolo atto, ma di un insieme di relazioni, di percorsi, di intrecci che nel tempo costruiscono un ambiente vivo.
È forse proprio questo che possiamo chiamare oggi ecosistema culturale.
Non un insieme di opere isolate, ma uno spazio in cui esperienze, memorie e visioni si incontrano, si contaminano e generano nuovi percorsi di senso.
Se provo a guardare al mio percorso, mi accorgo che i libri che ho scritto negli anni – tra memoria autobiografica, racconti per l’infanzia e riflessione tecnologica – non sono nati separatamente.
Sono piuttosto punti di emersione di un unico processo.
Un processo che tiene insieme almeno quattro dimensioni.
La prima è quella delle radici.
Il rapporto con il territorio, con la memoria personale e collettiva, con le storie che ci precedono e che continuano a parlare dentro di noi.
La seconda è quella del dialogo tra generazioni.
La narrazione come spazio di incontro, dove nonni e nipoti, adulti e bambini, possono ritrovarsi “alla stessa altezza”, condividendo esperienze semplici ma fondamentali.
La terza è quella della cittadinanza digitale.
La necessità di abitare le tecnologie in modo consapevole, comprendendone implicazioni, rischi e responsabilità.
La quarta, infine, è quella della comprensione dell’intelligenza artificiale.
Non come qualcosa di distante o misterioso, ma come un insieme di sistemi costruiti dall’uomo, che devono essere compresi per poter essere governati.
Queste dimensioni, prese singolarmente, potrebbero apparire lontane tra loro.
In realtà, è proprio nel loro intreccio che prende forma un ecosistema.
Un ecosistema in cui la memoria dialoga con l’innovazione, l’educazione con la tecnologia, il passato con il futuro.
E forse è proprio questo uno dei nodi più rilevanti del nostro tempo.
Perché oggi il rischio non è soltanto perdere le radici.
È anche quello di non comprendere gli strumenti con cui stiamo costruendo il futuro.
In questo senso, la riflessione di Martucci sulla relazione tra territorio, identità e trasformazione apre uno spazio importante: quello in cui il territorio non è più soltanto geografico, ma anche culturale e, sempre più, immateriale.
E allora parlare di ecosistema culturale significa anche questo:
tenere insieme ciò che tende a separarsi.
Custodire la memoria, ma senza chiudersi nel passato.
Accogliere l’innovazione, ma senza subirla passivamente.
In questo senso, i libri diventano non un punto di arrivo, ma tracce di un percorso più ampio.
Un percorso che può essere condiviso, discusso, arricchito.
Per questo mi sembra interessante utilizzare anche lo spazio di confronto con i lettori: osservazioni, domande, punti di vista possono diventare parte integrante di questo cammino.
Nei prossimi contributi proverò ad attraversare, una alla volta, le diverse dimensioni di questo ecosistema, per capire se e come possano aiutarci a leggere il presente.
Perché, forse, è proprio tra radici e algoritmi che si gioca una parte importante del nostro futuro.
Massimo Montanile
Questo testo nasce come primo tentativo di dare forma a un’idea che mi accompagna da tempo.
Rileggendolo oggi, mi accorgo che più che un punto di arrivo è un punto di partenza.
L’idea di ecosistema culturale merita di essere attraversata con più calma, entrando nel dettaglio delle sue diverse dimensioni: radici, dialogo tra generazioni, cittadinanza digitale, intelligenza artificiale.
Nei prossimi contributi proverò a esplorarle una alla volta.
Intanto mi farà piacere raccogliere riflessioni, anche critiche: perché un ecosistema vive solo se è attraversato da più voci.
La teconologia ha perso la funzione estetica ed etica della techne’ greca ,a mio avviso il termine ecosistema e’ fuorviante e semmai va sostituito con l’oltrepasso ovvero il limes che come ha ben asserito Galimberti ci immette nell’etica del viandante che ha bisogno di parole piene e di immagini attive per far fronte al transumanesisimo.Non c’e’ bisogno di idolatrare la tecnologia ,ne abbiamo tanti di falsi idoli e l’intelligenza artificiale non ha nulla di umano o sovrumano.Bisogna invece incontrare il Volto dell’atro interrogarsi e riconoscersi in un registro empatico ed ermeneutico che dia senso al nostro futuro esserci.