Il ruolo della tecnologia, le nostre vite sempre connesse, le oligarchie digitali e l’assenza di controllo pubblico. Qualcuno crede nelle opportunità dei social media, che certamente ci sono e sono tante, altri ne evidenziano i problemi e le difficoltà.
Quando parliamo di social media, ci riferiamo certamente alla questione di come il web possa attuare una relazione con l’uomo senza ridurlo a partecipante passivo di un sistema che certamente agisce su tutti gli aspetti cognitivi ed emozionali delle persone.
Nel numero di MicroMega n.3/2025: Disconnessi. L’impatto dei social sulle nostre vite, mi pare di individuare un approccio significativo al fenomeno, che oggi interviene in maniera rilevante le nostre società. Una domanda interessante è: la rivoluzione oggi è solo un post sui social che smove emozioni e radicalizza i sentimenti? (C. Elia, MicroMega n.3/2025, pp. 28-39). La tecnologia online, tra asocialità e individualismo, non comprende aggregazioni fisiche e condivisione/scambio di relazioni, perché l’idea è di imporre rapporti e verità predeterminate da chi detiene il potere dei followers (P. Gerbaudo, MicroMega n.3/2025, pp. 36-44), facendo prevalere la disinformazione (G. Origgi, MicroMega n.3/2025, pp. 45-55) e le ambiguità (E. C. Gainsforth, MicroMega n.3/2025, pp. 56-66). Collegare disinformazione e fake news favorisce poi fenomeni di violenza ed estremizzazioni (E. Santori, MicroMega n.3/2025, pp. 87-102)
Occorre affrontare due problemi su tutti: il primo è di carattere generale e concerne le dinamiche pervasive della tecnologia; l’altro riguarda l’incidenza dei social su adolescenti e giovani, e dunque sulla loro formazione in quanto cittadini del futuro.
Ambito giovanile
Parto dalla seconda questione, per rilevare che la tecnologia può rendere migliori le nuove generazioni, in quanto rappresenta una fonte di informazioni, un miglioramento in generale del processo di apprendimento, un aumento delle capacità comunicative, oltre che divertimento e distrazione. Rende però molte limitazioni nell’acquisizione di competenze, quali la capacità di lettura e scrittura, ed in generale produce un cambiamento sostanziale nell’ambito relazionale, affettivo e cognitivo. L’uso prolungato o scorretto può essere poi controproducente per i rischi connessi alle forme di violenza contenute nel web: ricatti sessuali, cyberbullismo, dipendenze, isolamento, solitudini.
Quando si pone il fenomeno social in ambito giovanile, non si riesce a trovare le possibili correlazioni con i disturbi psichici che riguardano gli adolescenti. La psicologa americana Candice L. Odgers sostiene: “siamo sicuri che i disturbi psico-fisici imputabili allo smartphone non riguardano i ragazzi che stanno già male”? Ha scritto sulla rivista scientifica Nature un articolo critico sul libro di Jonathan Haidt (La generazione ansiosa, Rizzoli, 2024), in cui sostiene che l’accesso alla rete e ai social e la crescita di ansia e disagio mentale nei ragazzi non sono evidenti. Ci sono tanti fattori che intervengono, come la disponibilità di armi, l’esposizione alla violenza, la discriminazione e il razzismo, il sessismo e l’abuso sessuale, la crisi economica e l’isolamento sociale (Candice Odgers, Micromedia n.3/2025, pp. 189-219). Su queste questioni proporrò in seguito uno scritto più dettagliato.
È evidente però che l’impatto della tecnologia sulle nuove generazioni determina un rapporto stretto degli adolescenti con uno strumento indispensabile nella vita di soggetti che accettano i contenuti proposti, spesso senza una partecipazione attiva e “critica”, e corrono alcuni pericoli. Penso solo, per citarne uno, al fenomeno incel. Ed allora, diventa necessario regolamentare, almeno a scuola, l’utilizzo degli smartphone e degli strumenti digitali per tornare ad una didattica che sia “più convenzionale”, o quanto meno proporre iniziative di educazione digitale con il supporto di docenti e genitori, individuando nuove modalità di definizione del rapporto “adolescenti/social” (Odgers).
L’educazione, sostiene Galimberti (La Repubblica, 20 giugno 2025), è indispensabile perché a differenza degli animali gli uomini hanno pulsioni “a meta indeterminata”, che sono controllate da parole e ragionamenti, la componente emotiva, e non affidate solo a gesti violenti (componente pulsionale). Si ricorre spesso al termine istruzione, la scuola si affida al sapere e al profitto, ma è errato agire solo in tal senso perché essa interviene solo quando l’educazione (espressione dell’esistenza delle vite) è in corso: “la mente non si apre se non hai prima aperto il cuore” (Platone).
Effetti sociali
Il rapporto tra i social media e l’uomo nel suo complesso sta comportando rischi e pericoli rappresentati dall’uso che le piattaforme ne fanno per incidere sulla vita delle persone.
I social e lo sviluppo della tecnologia sono nati per affermare modalità nuove di espressione tendenti ad una maggior libertà di pensiero; sono stati poi indirizzati a logiche, sempre umane, di assoggettamento e potere, soprattutto se mancano adeguati strumenti critici e competenze, che relegano gli esseri umani a “oggetti” delle dinamiche che governano le piattaforme (C. Sciuto, Prologo, MicroMega, n.3/2025). Non si tratterebbe più di uno strumento neutro, ma di qualcosa che incide sul nostro modo di stare al mondo provocando effetti politici, sociali e culturali in una società complessa. È di rilievo il rapporto propaganda e partiti di destra, che consentono di spingere sulle paure, utilizzando la rete al servizio dell’affermazione di posizioni estreme e radicali, di critica ad un sistema che cercava di contenere nelle forme democratiche istituzionalizzate gli eccessi e le forme distruttive che pure sono presenti nelle società. Neoliberismo, globalizzazione, sviluppo dei sovranismi non sono stati adeguatamente intesti e ricondotti entro modalità critiche da parte di una informazione libera e accessibile a tutti (F. Brusa, V. Saccomandi, MicroMega n.3/2025, pp. 15-27).
Come sosteneva Manuel Castells, la tecnologia sembrava portare alla cultura della libertà (agli inizi degli anni sessanta): dispositivi personalizzati, interconnessione, interazioni. Poi c’è stato il mito del mercato come meccanismo salvifico e la retorica dell’emancipazione attraverso il consumo. Si sono poi diffuse le idee della democrazia diretta e l’utopia del governo elettronico, che oggi restano un miraggio. Sono prevalsi gli interessi commerciali che hanno inteso controllare il gioco interattivo, divenendo “i padroni del campo”. La conseguenza è l’affermazione di oligopoli che sconfiggono l’idea di bene pubblico. Negli ultimi anni, la minaccia è stata incombente sull’uomo con una “globale sorveglianza” che determina i nostri comportamenti. Il confronto è stato con l’audience e la visibilità, in cui la società della comunicazione ha imposto il potere di “dominare gli stessi comportamenti sociali, fabbricando o imponendo opinioni o rappresentazioni, scelte e decisioni” (Touraine). Il potere mediatico si salda al potere finanziario e mette sotto attacco la democrazia da parte di oligarchie che navigano tra politica e denaro (P. Pellizzetti, MicroMega n.3/2025, pp. 78-85).
Homo solitarius
L’assunto è che se c’è interazione tra uomo e macchina, la seconda produce effetti di ritorno (feedback) che modificano coloro che ne fanno uso. Si introduce l’ambito relazionale, l’interazione con gli altri e con il mondo esterno: se un individuo è fornito di logos (pensare ed avere un linguaggio), lo stesso si sviluppa con altri interlocutori, declinandolo in dia-logos (P. Ercolani, MicroMega n.3/2025, pp. 178-188).
La democrazia si fonda sulla capacità dell’opinione pubblica di valutare criticamente e autonomamente l’operato di chi governa. Eppure sul finire del novecento, Giovanni Sartori (sviluppando concetti elaborati dal sociologo Neil Postman) individua i danni provocati dal sistema mediatico: le immagini non sono la conoscenza che si realizza attraverso un sistema che travalica il mondo fenomenico, che è quello che appare ai nostri sensi senza possibilità di elaborazione: “vedere non significa conoscere, conoscere è aiutato dal vedere, conoscere per concetti va oltre il visibile”. Introduce allora il concetto di homo videns, che limita solo al campo visivo la conoscenza. Andando oltre, la nostra identità è fatta di autoriflessione ed è frutto di un lungo lavoro di una persona che compie su se stessa a contatto con altri soggetti. Lo psicologo Gardner crede che la società in rete stravolga la formazione dell’identità soprattutto nei più giovani, producendo identità preconfezionate e suggerite dal sistema stesso. Il passaggio successivo è verso l’homo insipiens, dipendente da sostanze dopanti che si trovano in rete e fanno sentire la vita offline noiosa e deprimente. È la trasformazione da animale politico in animale solitario. L’ultimo passaggio è l’homo solitarius, quella mutazione antropologica in senso narcisistico, individualistico e egoriferito. Il proprio sé vive finzione e falsità: accetta omologazione, massificazione e isolamento, frutto di una bolla virtuale che pullula di fake news. L’homo solitarius è incapace di suscitare un dialogo reale e profondo con altre persone e vivere empaticamente l’incontro con l’altro (Ercolani).
Oligarchie digitali
Diventa centrale affrontare il modello di business delle piattaforme commerciali. Occorre partire dal concetto di Van Dijck dell’albero del web per indagare la struttura formata da radici, tronco, rami. Le prime sono l’infrastruttura di base di internet per il trasporto dei dati “dai data center alle reti appartenenti a sistemi diversi”; il tronco è costituito dai servizi di intermediazione, “i motori di ricerca, i sistemi di pagamento digitale, gli app store e i social media”; i rami sono applicazioni e piattaforme settoriali, che dipendono da servizi di piattaforma generalista. Si tratta di relazioni oligopoliste che difendono i loro interessi, non producendo un vero cambiamento sociale e politico, perché i social facilitano “forme di affiliazione estemporanee” e richiedono scarso impegno e contenuti spettacolarizzabili non idonei a cambiare in maniera profonda e duratura la società (M. Deseriis, MicroMega n.3/2025, pp. 6-14).
Siamo in presenza di una umanità costantemente interattiva, con l’esclusione dell’altro come “soggetto costitutivo di un legame comunitario”, con il rifiuto di qualsiasi tipo di imposizione per un bene collettivo, isole individuali che non rendono conto a nessuno, come sosteneva Naomi Klein (La Nave di Teseo, 2023). I social determinano la scomparsa dei corpi intermedi e di una sfera pubblica: si tratta di spazi comunicativi chiusi (echo chambers), dove gli individui non fanno che confermare le loro credenze preesistenti, perché esposti a narrazioni e informazioni che rafforzano la polarizzazione, producono fake news e cristallizzano pregiudizi individuali che finiscono con il diventare realtà incontestabili. Klein parla dell’avvento del cittadino sovrano che ha sfiducia verso ogni tipo di istituzione e rifiuta la società democratica, perché i livelli comunicativi di contro-propaganda consolidano le “identità di una comunità politica preesistente”. I social determinano nuove forme di soggettivazione politica, attraverso frame emotivi che amplificano paure e risentimenti in un già in atto “svuotamento dei sistemi democratici”, indeboliti da un capitalismo “nazional-oligarchico” (F. Brusa, V. Saccomandi, MicroMega n.3/2025, pp. 15-27).
Un aspetto rilevante riguarda la costruzione delle identità digitali, oggi plasmate e costruite attraverso i social network. Serena Ciranna produce alcune osservazioni sulle identità create in rete, che non ci appartengono, differenti da quelle basate sulle costruzioni determinate dalle dinamiche relazionali. Se il modo in cui intendiamo l’identità sui social è solo utilizzare le tecnologie, la nostra identità social è solo un oggetto che ci appartiene parzialmente perché non possiamo controllarla: si tratta di affermare una identità percepita, quella che viene raccontata. Il modello imposto ricalca le celebrità, l’attività di essere sempre visibili creando contenuti che possono essere valorizzati a condizione di soddisfare le logiche delle piattaforme. È un modello che si fonda su aspetti narcisistici e di autopromozione (S. Ciranna, MicroMega n.3/2025, pp. 130-141).
Ho sostenuto J. Simon (Intelligenza Artificiale e nuove sfide per l’etica, MicroMega n.6/2024) che il rischio è proprio riformulare il nostro rapporto con identità e credenze. Le informazioni rispecchiano ciò che vogliamo credere, perché questi nuovi sistemi possono generare il rischio esistenziale di farci credere in un mondo che non c’è e di farci credere in un’identità che non è la nostra, ma è fabbricata dalle nostre emozioni e dai nostri pregiudizi.
La tiktokizzazione
È interessante la posizione del ricercatore in Scienza sociale di Madrid, Paolo Gerbaudo, che traccia la storia delle piattaforme digitali a partire dai primi anni del duemila (l’analisi riguarda Facebook, Twitter, Instagram, LinkedIn), quando si condivideva la centralità di fare rete (networking). All’epoca si sono sviluppate le pratiche di connessione con contatti (amici) e comunicazione personale di massa, si sono curati il proprio profilo (informazioni personali) e l’interazione con altre persone (messaggi, commenti). Era definita opera di socializzazione virtuale. Influencer professionisti non svelavano gli aspetti più intimi della loro vita perfetta, ma anche gli amatoriali dimostravano la propria felicità e il proprio benessere. Da lì partono le performance del sé legate al corpo e alle comparazioni con persone che hanno successo, realizzando una continua iper-esposizione. Tutti sono micro-influencer nella loro micro-cerchia. Con TikTok si ribaltano queste tendenze, che ora assumono un carattere più passivo e contemplativo, come lo scorrere dei video sullo schermo in maniera ossessiva. Il filosofo Robert Pfaller parla di inter-passività, in cui gli individui delegano agli altri “azioni, ma anche esperienze come emozioni, piaceri o doveri simbolici”. Non c’è più neanche la possibilità di scelta, perché è l’algoritmo che propone i video più interessanti; dopo aver saputo per quanto tempo siamo stati esposti ad un certo tipo di messaggi, i social si avvicinano al nostro profilo. È un risparmio sul costo della scelta e una modalità per catturare l’utente allo schermo, dopo aver praticato un “engagement rate”, quella percentuale di interazione con i contenuti offerti. La schermata “For You” mostra i contenuti che destano l’interesse e crea “un flusso unico e diverso per ogni persona”. Il processo prevede i “segnali” (le interazioni dell’utente); le “previsioni” (probabilità di interazione); la “classificazione” (ordinare i video in base ad un punteggio, con controlli per evitare ripetizioni). Questo algoritmo risolve il paradosso della scelta, influenzando i nostri interessi e i comportamenti. La tiktokizzazione dei social media trasforma la struttura dello spazio pubblico e permette di far circolare informazioni e opinioni, superando “un modello basato sulle connessioni interpersonali”. Si agisce per affinità tematiche e si generano liste di contenuti rilevanti per l’utente, attraverso il raggruppamento di interessi comuni. Si tratta di gruppi fluidi e temporanei senza dover necessariamente “assumere una identità stabile o un’etichetta riconoscibile”. Si è passati dalle persone ai contenuti, in cui si formano quartieri con affinità statistiche. La selezione statistica dei contenuti comporta “rischi di manipolazione e alienazione, perché gli utenti hanno un controllo limitato su ciò che vedono e perché queste decisioni vengono prese a priori, privando della possibilità di scelta, ma anche della possibilità di comprendere i criteri della selezione che viene offerta”. Il rischio è di costruire pubblici sempre più frammentati e incapaci di costituire uno “spazio pubblico di confronto” (P. Gerbaudo, MicroMega n.3/2025, pp. 36-44).
Oggi siamo in presenza della riduzione della sfera pubblica ad una dimensione di fattualità, su cui esercitare il giudizio di verità/falsità. Si produce disinformazione e si corre il rischio di essere inclusi nel rabbit hole, quella spirale di informazioni parziali, teorie complottiste o opinioni estreme. Si tratta di un utilizzo differente dei social, in cui non c’è “rete sociale” dove tutti discutono, utenti che non pubblicano nulla limitandosi a condividere e consumare il materiale prodotto da altri (TikTok). È un flusso ininterrotto di video che ha “una funzione di intrattenimento”. L’ambiente digitale è diventato una arena in cui si cede alle logiche algoritmiche di contenuti precisi (A.D. Signorelli, MicroMega n.3/2025, pp. 67-77).
I social sono solo negativi?
Oggi vediamo le dinamiche dell’algoritmo che manipolano gli utenti e avvantaggiano comportamenti deleteri, ma esistono anche effetti positivi che riguardano il rapporto tra gli uomini e gli strumenti tecnologici. I social media hanno anche effetti positivi: se usati bene sono luogo di confronto e scambio di vedute, possono costruire un altro mondo e scoprire nuovi orizzonti e nuove interpretazioni di senso.
L’antropologo Daniel Miller, conducendo interviste aumentate, incentrate su ciò che le persone fanno piuttosto che su quello che dicono, rileva un elemento di positività, affermando che dalle sue ricerche l’utilizzo del social, come spazio sociale, permette di “ricucire i legami tradizionali”, soprattutto quando le famiglie si dividono ed utilizzano i social per mantenere un contatto. Lo spazio è poi inteso come casa, luogo in cui viviamo. Le persone trattano lo smartphone come spazio domestico: scaricano le foto, cancellano contenuti che occupano la memoria e i video indesiderati. Tengono in ordine il telefono proprio come farebbero con il loro appartamento. Fare pulizia di casa equivale a ripulire lo schermo e la rubrica, non permettendo a tutti di entrare nella loro casa (smartphone). Nello stesso telefono ci sono spazi per l’intrattenimento, per avere informazioni, per socializzare, come accade nella vita domestica. La casa tuttavia è immobile, mentre lo smartphone permette di interagire con il mondo esterno, anche se manca la mobilità del corpo e l’incontro fisico. Si tratta per l’antropologo di una “nuova forma di casa mai esistita prima” (D. Miller, MicroMega n.3/2025, pp. 119-128).
Le sfide future
Si può affermare che la politica dei social produce un regime di visibilità, organizzabilità e soggettività, come gli influ-attivisti. Occorre trasformare l’infrastruttura e il modello di business, con data center di proprietà pubblica, una trasformazione complessiva dei rapporti sociali, un rovesciamento “della razionalità economica e dell’economia politica”, puntando ad una “ecologia relazionale e psico-affettiva”, in cui ci siano cittadini e non consumatori (Deseriis).
La possibilità di affrontare le sfide di una tecnologia sempre più invasiva, che agisce cercando di modificare lo stesso modo di pensare degli individui, basti osservare le fake news e le tendenze omologanti ai sistemi di potere vigenti, è di assumere una posizione critica, realizzando il “diritto di autodeterminarsi” e “garantire spazi di libertà alla propria sfera intima senza i quali nessuna sana vita pubblica può esistere” (Ciranna).
È oggi evidente che la tecnologica dei social crea disinformazione perché manipola la rilevanza e l’impatto dei messaggi mostrandoli a sottogruppi di persone. Abbiamo la sensazione di navigare in rete come se riuscissimo a controllare i nostri pensieri, quando invece è probabile che gli algoritmi ci portano ad adottare una opinione invece che un’altra, a preferire un prodotto o un personaggio politico piuttosto che un altro.
Si tratta di interazioni artificiali programmate dalle macchine, ed allora pensiamo di pensare ma in realtà ciò che crediamo, desideriamo, ciò che assorbiamo sono contenuti studiati a tavolino da algoritmi che trattano i nostri dati e inferiscono sulle nostre tendenze, attitudini, preferenze, paure.
Cosa fare per eliminare la prima causa di disinformazione che è il modello economico che monetizza l’attenzione e pratica tecnologie persuasive?
Le reti sono manipolatorie ed agiscono sul comportamento, sulle preferenze, sulle aspettative. Occorrerebbe creare reti nuove pubbliche costruite: a) sull’indipendenza delle opinioni, b) sull’assenza di anonimato, c) sul rendere i post cancellabili o correggibili, d) sul premiare i post di qualità, e) sull’incoraggiare lo scambio di informazioni locali dove ognuno può contribuire con competenza, f) sullo scoraggiare l’ansia di riconoscimento, l’odio, l’invidia, attuando interazioni solidali e collaborative (Origgi).
Si tratta di realizzare controlli istituzionali adeguati, attraverso norme e regolamenti che mettano le nostre vite al centro dei sistemi informativi e ci rendano soggetti attivi, critici e partecipi della democrazia, ridando all’uomo la capacità di costruire una identità relazionale e superando l’idea di delegare all’automazione ogni forma di cambiamento sociale.
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