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 “Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c’è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull’ingiustizia”.



Questa frase è una delle più significative del leader e segretario del partito comunista, Enrico Berlinguer, nato a Sassari cento anni fa, il 25 maggio 1922. Si tratta di un’affermazione molto attuale e spiega il senso di attaccamento e di interesse che tanta parte della società italiana dimostra ancora nei riguardi dell’uomo, del politico e delle sue idee.

Ad ogni modo, Berlinguer fu famoso soprattutto per un’altra espressione: “La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico”. Fu esplicitata nell’intervista che rilasciò ad Eugenio Scalfari su La Repubblica, il 28 luglio 1981.

Bastano forse queste parole per parlare di un uomo che è andato oltre le vicende del partito, si è aperto alle tante istanze della società. Un personaggio che ha sempre difeso la democrazia, consapevole di essere un politico con un’elevata statura morale, un alto rappresentante dello Stato. Del resto, proprio nell’ultimo comizio, l’11 giugno del 1984 a Padova, quando incontrò la morte sul palco, parlava proprio delle istituzioni democratiche, affrontando i temi del terrorismo e la lotta che era stata intrapresa nei confronti di coloro che cercavano di sovvertire gli organismi costituzionali del Paese.

Già a quindici anni, nel 1937, era in contatto con i gruppi antifascisti; poi aderì al PCI nel 1943. Difese il fronte della gioventù ed entrò prima nel Comitato centrale del partito e, nel 1948, in direzione; dal 1949 al 1956 fu segretario del movimento giovanile comunista; nel 1968 divenne deputato; nel 1969 fu vicesegretario e nel 1972 segretario del PCI. Per lui il partito doveva essere una forza centrale della società italiana, una forza di mediazione fra le istituzioni e i cittadini, coinvolta nella formazione e nella gestione dei processi democratici della Nazione. Quando nel 1972 divenne segretario del partito, riprese la formula togliattiana della collaborazione fra le grandi forze popolari: comunista, socialista e cattolica. La sua linea fu indirizzata all’alleanza tra ceti popolari e medi; poi affermò la laicità del partito; propose il “compromesso storico”; dopo i successi elettorali della metà degli anni settanta, perseguì la politica di unità nazionale. Berlinguer portò il PCI, dopo le elezioni del 1976, al primo governo di solidarietà nazionale, un monocolore democristiano che si reggeva sulla “non sfiducia”, cioè sull’astensione dei partner di governo ai quali si aggiungevano i comunisti. A sinistra, molti furono contrari, convinti che il PCI non sarebbe riuscito ad ottenere molto dai democristiani. Quell’esperienza non produsse risultati: le elezioni del 1977 furono una sconfitta. Nel gennaio 1978, Berlinguer incontrò Aldo Moro, il leader democristiano con cui aveva costruito il governo di solidarietà nazionale, e gli chiese di agevolare l’entrata dei comunisti al governo. Ma ad opporsi furono in molti: la destra democristiana, il Vaticano, gli amici americani, la destra italiana. E intanto nel Paese il terrorismo mieteva le sue vittime; due mesi dopo le BR rapirono e poi uccisero Moro, scrivendo la parola fine su qualunque formula di solidarietà nazionale. Nel 1979, dopo la conclusione negativa di tale esperienza, riportò il partito all’opposizione e dichiarò il PCI alternativo alla Democrazia Cristiana (1980). In politica estera manifestò un distacco dall’Unione Sovietica e si impegnò a favorire l’integrazione del partito nell’ambito della sinistra europea occidentale. Berlinguer aveva in precedenza condannato l’intervento sovietico in Cecoslovacchia, realizzando uno strappo senza precedenti, tanto che nel 1969 a Mosca, alla conferenza internazionale dei partiti comunisti, dichiarò apertamente il dissenso dei comunisti italiani nei confronti della politica stalinista.

Il 28 luglio del 1981, l’intervista a Eugenio Scalfari permise a Berlinguer di accusare la classe politica italiana di corruzione, sollevando la questione morale. Denunciò l’occupazione da parte dei partiti delle strutture dello Stato, delle istituzioni, dei centri di cultura, delle Università, della Rai, e sottolineò il rischio che la rabbia dei cittadini si trasformasse in rifiuto della politica. La denuncia dei meccanismi della società basata sul profitto e di affermazione della necessità di fuoriuscita dal capitalismo rappresentò la “diversità comunista”: non un fatto antropologico, ma l’affermazione di una politica che evitasse l’interesse clientelare e lottasse per una società più giusta ed eguale. Non bastò però solo essere fedeli alle proprie radici e agli ideali della propria giovinezza, bisognava anche rinnovare la politica, aprendo il partito alla società e dialogando con i movimenti.

Negli ultimi anni della sua vita Berlinguer ricostruì il rapporto coi giovani; appoggiò il grande movimento per la pace; mostrò una sensibilità inedita per la nascente questione ecologica e per le nuove tecnologie (specie quelle informatiche), che tuttavia non potrebbero mai sostituire la politica collettiva e partecipata. Fu anche forse il primo politico a dialogare seriamente col movimento delle donne, affermando l’importanza della rivoluzione femminile.

Il leader comunista ha avuto una stima e un consenso riservato a pochi politici: ciò è dovuto alla sua immagine di uomo perbene, contraddistinto da rettitudine e onestà, capace di incarnare un’idea “alta”, nobile della politica, intesa come servizio nei confronti dei cittadini. In una fase in cui la politica perdeva il suo fascino e manifestava la sua crisi, il suo mito è diventato tale da far affermare una sinistra più aperta al nuovo, in cui hanno potuto riconoscersi intellettuali anche provenienti da culture diverse. Il PCI si allontanò con lui dal socialismo reale e si avvicinò alla sinistra europea; tuttavia molti non credono che si sia trattato di un vero cambiamento culturale, ma solo idee affidate al principio dell’autosufficienza. Come a dire, che non riuscì a perseguire una politica di alleanze per il futuro.

Lo storico Francesco Barbagallo, che ha scritto il libro: Enrico Berlinguer (Carocci 2014), parla della centralità della sua strategia internazionale, innestando le libertà e la democrazia nel comunismo. Lo stesso Gorbačëv nel riformare il sistema sovietico tenne conto del modello italiano. Il quadro tracciato da Barbagallo è quello di un leader profondamente idealista, ma al contempo capace di immergersi nei problemi della realtà italiana e di avocare a sé e al proprio partito la tradizione migliore delle forze riformatrici e progressiste del Paese. Per lo storico, Berlinguer ha saputo cogliere i problemi legati alla crescente sperequazione di ricchezza tra Nord e Sud del mondo ed indirizzato la sua battaglia per un modello di sviluppo più equo.

È stato un politico moderno e rivoluzionario, che negli ultimi anni seppe cercare temi e modi nuovi di intendere il cambiamento: forse per questo motivo ha lasciato un ricordo indelebile in milioni di italiani. Puntando alla modernità, ha cercato di costruire un comunismo democratico in grado di superare sia il modello sovietico sia quello socialdemocratico. Proprio per queste ragioni, Berlinguer è stato considerato lungimirante, quasi profetico.

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  Categoria: attualità

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