Alcuni studiosi di diversificati ambiti disciplinari hanno prodotto riflessioni sul libro:
Pasquale Martucci, “Sentieri sospesi. Memoria della cultura e prospettive territoriali”, Independently published, 1° marzo 2026, 197 pagine.
Il volume è disponibile su Amazon, anche in formato Kindle.
Riporto le principali argomentazioni del dibattito, integrato con alcune personali considerazioni.
Questo volume si occupa delle dinamiche relazionali e dei temi della complessità sociale, rivolgendo una particolare attenzione al territorio e ad “un’idea di cultura, intesa come dialogo tra i saperi”, che si confrontano con il concetto di “indisponibilità” (Milena Montanile)
Per attraversare i sentieri della conoscenza sono state affrontate le differenze centro/periferia, il contesto, il mondo materiale e immateriale; i fenomeni di marginalità, il passaggio da società forti e definite a quelle che vivono precarietà e incertezza, una modernità non ancora realizzata. Nella fase che stiamo vivendo si propongono “nuove traiettorie” che possano evolvere, considerando la “ricchezza territoriale”, le forme di “partecipazione e governance”, l’“autodeterminazione”, per progettare la propria qualità di vita ed un’esistenza libera e democratica.
Il sociologo dei processi culturali Lello Savonardo, presentando il libro a Napoli, ha inteso proporre l’idea di un lavoro di ricerca che riguarda una “sociologia militante”, quel continuo interscambio tra teoria ed applicazione pratica, quella sorta di “modello di sociologia dello sviluppo culturale” (Milena Montanile), la strada per integrare i saperi interdisciplinari che servono a rendere meno intricato il percorrere i sentieri sospesi tra passato/presente/futuro. È una militanza come partecipazione attiva ed impegnata rispetto alle vicende che caratterizzano le società/comunità; ma per fare questo c’è da trovare attraverso una ricerca continua forme epistemologiche idonee ad interpretare ed approfondire le dinamiche attuali.
Sulla stessa linea il commento di Monica Macchioni, che vede il libro come una sorta di “bussola per interpretare le fragilità contemporanee”: non si limita “alla mera analisi teorica, ma si propone come una guida per orientarsi nelle dinamiche che definiscono il presente”. Ponendo l’accento sulla frattura crescente tra centri urbani e periferie, solo la tenuta delle comunità locali, che si confrontano con le appartenenze, permette ai cittadini di sostenere che “le identità locali non rappresentino un retaggio superato, ma costituiscano il pilastro su cui costruire risposte concrete alle sfide del domani” (Monica Macchioni).
Antonella Casaburi ha rilevato che già il titolo del libro “fa lievitare nell’orizzonte della grande cultura il nostro Cilento” (la parte conclusiva del volume), individuando e delineando una tendenza che va ben al di là di velleità e immobilismo, muovendo in direzione di un “agire umano” che sa e vuole farsi “cultura” nella “intensità vitale” e nella “contemplazione”.
Nel volume, ho inteso tracciare quattro sentieri, riconducibili ad un percorso, strada, viottolo stretto e forse impervio, ma anche processo per il raggiungimento di uno scopo, una direzione, una via, la conoscenza come riflessione continua.
Massimo Montanile ha introdotto il tema del “pensiero”, che deve essere aperto, e tiene insieme radicamento territoriale e apertura al mondo; identità e trasformazione; cultura e innovazione; memoria e futuro. “Sentieri sospesi” per lui è un invito a “non considerare il territorio come un confine, ma come una soglia: tra memoria e progetto, tra locale e globale, tra mondo materiale e spazio immateriale”. Al centro c’è certamente il concetto di sospensione, da considerare come interruzione, pausa, intervallo, transizione, che guarda ad una ripresa, una prospettiva, una rinascita volta al futuro. Non c’è progresso o futuro se non si conosce un tempo sospeso, sostiene Luigi Leuzzi, “dove si possano accogliere tutti i rimandi e significati di una noità smarrita e ritrovata in un itinerario collettivo”.
Del resto, lo stesso rimando simbolico ai “sentieri interrotti” di Martin Heidegger è come rivolgersi a quel “percorso noetico ma anche immaginifico capace di trascendere orizzonti epistemici discontinui in un salto di livello semantico”. Qui la sua narrazione sociologica è capace di “mantenere un habitus multidisciplinare ed allo stesso tempo una dimensione ermeneutica mentre si confronta con un patrimonio materiale ed immateriale che viene indagato secondo un approccio trasformativo”, nonostante la presenza di un territorio ancestrale in cerca, comunque, di una “identità evolutiva” (Luigi Leuzzi).
Sentieri Sospesi, sostiene Nera D’Auto, ricorda tanto il carattere dell’autore e “il suo essere continuamente sospeso tra il presente e quel qualcosa che vorrebbe afferrare, associare e tramandare. Forse è uno dei caratteri specifici di questa terra”.
Mi è parso interessante il rilievo di Luciana Gravina, a proposito dell’“abitare la sospensione”, la condizione contemporanea senza certezze sul futuro. Il sentiero, scrive, “è una condizione di ascolto poetico” per trovare “nella pietra e nella storia” una terra di mezzo dove il paesaggio “attende di essere riconsacrato dalla parola”. Per Gravina, ci troviamo in un limbo profondo tra “ciò che è stato e ciò che non è ancora diventato”, anche se lo sviluppo di questo territorio deve passare per la valorizzazione “di legami umani, saperi antichi e una rinnovata consapevolezza intellettuale”.
Il territorio è da intendere come un complesso di relazioni che si esprimono in un rapporto dialettico unitario “uomo-ambiente”. Esso è uno spazio delimitato e dotato di confini, che ha una dimensione legata alle superfici e dispone di una forma dinamica, perché può essere modificato nel tempo. Il territorio è costituito da limes, margine, in una condizione determinata dal passaggio da aree definite a territori marginali, di confine: cum-finis, delimitare; esso è anche ciò che separa e allo stesso tempo unisce, ciò che chiude e apre, contiene e libera.
Sostengo il rapporto stretto uomo/ambiente che si manifesta nella cultura, quel “coltivare” il cui uso fu esteso a tutte le attività e situazioni che richiedevano una cura: a) la “cura” verso gli dèi, quello che tuttora chiamiamo “culto”; b) la coltivazione degli esseri umani, ovvero la loro educazione. Da quest’ultima accezione, deriva la cultura come: un complesso di conoscenze (tradizioni e saperi); un modo di pensare e di interpretare il mondo sociale e individuale, in un contesto “abitato” e “condiviso” da uomini che si ritrovano in una struttura organizzata; un universo di vita in cui si sviluppano relazioni.
Quella struttura organizzata è la comunità, che si riferisce a communitas, azione in relazione con altri. La comunità di tale tipo richiama ai luoghi di appartenenza e si basa su: riconoscimento; sicurezza; assenza di solitudine; solidarietà. La comunità locale può essere intesa come un posto intimo e confortevole, riconosciuto dai suoi membri, capace di stabilire rapporti stretti e personali, attraverso un’organizzazione sociale semplice, legata ad un territorio che sviluppa una identità. Per Milena Montanile, la disamina sul concetto di comunità è sostenuta da una riflessione sulla necessità di “salvaguardare la cultura delle comunità che si sviluppa attraverso simboli, miti, immagini, concernenti la vita pratica ma anche quella immaginaria”. Il libro rilancerebbe due principi fondamentali: da un lato “la relazione” e dall’altro “l’idea di comunità cui si collega il controverso principio di identità, intesa come risorsa, utile a caratterizzare, in virtù di codici simbolico-culturali comuni, individui appartenenti a un medesimo contesto culturale e sociale”.
Bianca Fasano, insistendo sui sentieri, equivalenti ai percorsi culturali, identitari e storici, rileva come il rapporto tra tradizione e modernità si riconduce ad “un contenitore di storie e simboli”, dove la cultura deve nascere dal dialogo tra generazioni che pure vivono attraverso motivazioni differenti.
Questo argomentare sembra portare alle comunità legate alla memoria (del passato), il cui concetto ho ricondotto alle teorizzazioni di Maurice Halbwachs. Le sue tesi riguardano: a) il passato è in rapporto ai bisogni del presente; b) la storia non è tutto il passato, ma non è nemmeno tutto ciò che resta del passato; c) c’è una storia scritta c’è una storia vivente, che si perpetua e si rinnova attraverso il tempo, in un quadro storico e collettivo.
Per affermare la memoria collettiva occorre seguire l’elemento relazionale, le interazioni tra individui che trovano il loro esito naturale nella risonanza, che Hartmut Rosa individua nella “relazione-col-mondo” (Weltbeziehung). Le dinamiche moderne sono caratterizzate dall’accelerazione sociale, basata sulla “stabilizzazione dinamica”. Ciò significa che le società “devono crescere, accelerare e innovare per mantenersi in piedi, cioè per riprodurre lo status quo nell’attuale struttura socio-economica”. L’uomo è per sua natura un essere risonante, un soggetto che sviluppa una relazione con il mondo offrendosi alla disponibilità di farsi toccare “dalle cose e dalle persone”. La relazione di risonanza si sviluppa in tre dimensioni: 1) essere toccati affettivamente dal mondo; 2) provare un’emozione; 3) realizzare quella reciproca trasformazione tra soggetto e mondo.
Centrale è il concetto di indisponibilità. Rosa sostiene che “la condizione di indisponibilità è l’antitesi di un mondo calcolabile, controllabile, prevedibile”. Il momento culturale propulsivo di ogni modo di vivere che chiamiamo moderno è l’immaginazione, il desiderio e l’aspirazione a rendere il mondo disponibile. Eppure, “la vivacità, il contatto e l’esperienza vera scaturiscono dall’incontro con l’indisponibile. Un mondo, che fosse completamente conosciuto, pianificato e dominato, sarebbe un mondo morto”.
L’epoca dell’incertezza caratterizza il mondo attuale. Le questioni su cui riflettere riguardano: la crisi della democrazia; la crisi della politica; la crisi dell’ordine mondiale; la crisi dell’idea di progresso. Infine, c’è la supremazia del web e della comunicazione digitale, che diventano pratiche di controllo sociale e distruggono l’idea e la struttura della comunità, in quanto le persone finiscono per vivere “indebolendo progressivamente ogni rapporto di interscambio umano concreto, palpabile, effettivo”.
Diventa importante il concetto di tecnica, che si sviluppa tra contraddizioni e possibilità. La società digitale comporta identità preconfezionate e suggerite dal sistema stesso: l’uomo diventa insipiens, dipendente da sostanze dopanti che si trovano in rete, e solitarius, incapace di suscitare un dialogo reale e profondo con altre persone e vivere empaticamente l’incontro con l’altro. Condividendo le idee nelle reti digitali, le intelligenze individuali collaborano sinergicamente, attivando un processo tecnologico che si traduce in processo psicologico. Il problema resta il bene comune per arginare gli impulsi egoisti e autolesionisti dell’individuo, con lo scopo di rendere la vita sulla terra più sostenibile. La soluzione è l’etica, quell’insieme di norme e di valori che regolano le condotte dell’uomo in relazione agli altri.
La relazione oggi come ieri si sviluppa attraverso la narrazione, da intendere come racconto collettivo che permette il consolidamento del legame di appartenenza con le origini in una dimensione evolutiva. Le narrazioni proprie e altrui contribuiscono quotidianamente a costruire la nostra stessa identità, perché le storie possono stimolare nuovi atteggiamenti, punti di vista e rappresentazioni della realtà. Senza il racconto non c’è nessuna intensità emotiva, in quanto solo i rituali narrativi trasformano “l’essere-nel-mondo in una essere-a-casa”. Il racconto forma la comunità, mentre l’attuale storytelling si occupa di una community di consumatori attraverso “storie che vedono”. Oggi, “si spegne il fuoco” attorno al quale gli esseri umani si raccoglievano per appartenere alla comunità. Il tema della narrazione assume una funzione che va ben oltre la comunicazione e la rappresentazione dei territori. Narrare un luogo, infatti, non significa solo descriverlo, ma interpretarlo per contribuire alla costruzione della sua identità collettiva, perché il racconto dei luoghi fa emergere diverse visioni del territorio.
Tra gli ultimi spunti di riflessione del volume, cito due conclusivi concetti.
Il primo è inazione/contemplazione, quella facoltà autonoma di osservazione e comprensione del mondo. Chi tende l’orecchio si perde nella totalità della natura, chi invece produce non è in grado di ascoltare e guardare “in preda ad una passività infantile”. Sostiene Byung-Chul Han che solo il silenzio permette di ascoltare il mondo, produrre esperienza e comprendere l’essere: in tal modo, si rende “umano l’agire”. L’inazione è una forma dell’esistere, ed invece nel mondo di oggi è diventata la “forma vuota dell’azione”. L’inazione è il vero umano, perché il silenzio approfondisce la parola, è musica, gioco, bellezza: tutto il resto rappresenta la condizione della sopravvivenza, una “macchina che deve solo funzionare”. L’azione è costitutiva della storia ma non è cultura, perché quest’ultima è esterna alla funzionalità e all’utilità, rappresenta ciò che non è consumo, merce: è una comunità che si forma anche sulla quiete contemplativa.
Infine, la creatività che serve ad uscire da un mondo consolidato e affrontare l’imprevisto, occorre formulare ipotesi inedite e procedimenti creativi, che necessitano di persone che hanno coscienza, intenzionalità, relazione con il mondo. Si tratta di scambi culturali, interazioni sociali, connessioni tra comunità, per cui un territorio non è solo uno spazio geografico ma una rete viva di rapporti e risonanze, per cui un evento, una memoria, una tradizione, non restano confinati ma risuonano, cioè si propagano, si trasformano, si reinterpretano, e in questo modo il passato continua a vivere nel presente. Così una cultura locale può avere effetti più ampi e le esperienze individuali diventano collettive, perché “pensarsi creativi, non rigidi, aperti alle incertezze e alle esplorazioni ci conduce alla creatività vista come processo che si sviluppa nel tempo, che coinvolge esperienza ed emozione per cui raccontarsi e dare significato alle proprie esperienze alimenta la creatività” (Fasano).
La creatività, che implica originalità, anticonformismo e fluidità, si inserisce nel concetto di pensiero divergente, considerando punti di vista alternativi per trovare soluzioni davvero innovative e mettere in dubbio le presunte certezze. La creatività è l’arte, la capacità e la facoltà della mente di creare e inventare: riguarda i processi cognitivi, legati a intuizione, percezione, pensiero analogico, simulazione, associazione di idee, riflessione, immaginazione, rielaborazione personale, pensiero critico; coinvolge anche l’aspetto affettivo-motivazionale della nostra soggettività, come sentimenti, emozioni, bisogni, pulsioni, interessi, passioni, desideri.
La conclusione di Milena Montanile è un accostamento alle riflessioni di Franco Arminio, poeta e paesologo che “partendo da motivazioni diverse sembra convergere su conclusioni simili, senza negare la distanza tra l’aspirazione poetica di Arminio e l’impostazione socio-antropologica della ricerca di Martucci, proiettata nella dimensione collettiva e del futuro”.
La conoscenza come ricerca continua è proprio il senso di un lavoro che suggerisce di sospendere il giudizio per cercare le tante strade nell’ambito della creazione di uno spazio vitale inserito nelle molteplici interazioni umane.
E’ sempre un piacere interloquire con il caro Martucci proprio perche’ insieme attraversiamo sentieri sospesi ,a volte interrotti dove solo un balzo epistemologico ci consente di connetterci con un pensiero originario dove la sincronicita’ si intreccia in maniera simbolica con la diacronicita’ del nostro esserci.
Stanchi di una scrittura priva di profondita’ come attiene ad una catena consumistica ,cosi’ come l’ho denominata con l’ aggettivazione” di “salumificio culturale” ,schivi da un prevalente Narcisismo da Social net-work dove molti si arrogano competenze che non hanno,diamo voce alle ” parole piene”,alle pause ,ai silenzi che tracciano il “limes” di ogni nostra indagine e coesistenza.Grazie per la sua qualita’ umana ed espererenziale di “follow man”.
Luigi