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Lo scorso 27 settembre 2026, a Ceraso presso Palazzo Di Lorenzo, nell’ambito della Rassegna Letteraria “Culture Mediterranee” (Giornate del Patrimonio Culturale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni), si è svolto un incontro/dibattito per discutere sul concetto di identità cilentana.

Di seguito, produco alcune argomentazioni sul passaggio da un’identità tradizionale ad una evolutiva, quella sottoposta ai cambiamenti sociali.

 

Per identità cilentana intendo un processo storico che si è costruito con l’alternarsi delle civiltà succedutesi nel tempo, in un contesto specifico. In esso si sono consolidati valori collettivi e comportamenti sociali attraverso le azioni degli uomini nel rispetto di regole di civile convivenza.

Negli studi territoriali realizzati, insieme al prof. Antonio Di Rienzo, a partire dagli anni Novanta: il primo volume “Identità cilentana e cultura popolare”, fu pubblicato nel 1997; seguirono: “Le comunità cilentane del novecento”, 2005; “Cilentanità”, 2008, l’identità cilentana è stata definita cilentanità: riguarda un mondo tradizionale fondato sulla cultura contadina, una esistenza materiale e immateriale. Si tratta della quotidianità di vita, tra lavoro, legami relazionali e rapporto con il sacro (spiritualità, religiosità).

L’identità cilentana è riconducibile a: atteggiamenti e abitudini; adattamento all’ambiente circostante; appartenenza e attaccamento al luogo; amicizia e solidarietà; accoglienza e disponibilità. Si tratta degli stessi concetti elaborati da Ferdinand Tönnies a proposito della comunità (communitas), fondata su uno stile di vita contadino, legata ai valori collettivi, quelli lella tradizione prima dell’avvento degli interessi, dell’individuo che sceglie la libertà (societas).

In sintesi, la cilentanità riguarda: la storia territoriale, ovvero una storia millenaria, un patrimonio archeologico, artistico, architettonico, naturale, paesaggistico; la vita e la cultura materiale, come esistenza quotidiana, valori, tradizioni; il linguaggio e l’oralità, legati ad espressioni dialettali, trasmissione, comunicazione; le forme rituali, riguardanti la religiosità, gli aspetti simbolici, le feste, i riti. L’identità cilentana è comunicata e trasmessa attraverso: storie di vita; modalità narrative (specifiche); cunti, dal reale all’irrazionale; le pratiche rituali; le azioni sociali.

Il passaggio da una identità tradizionale ad una evolutiva si riferisce alle nuove dinamiche sociali che emergono dalla modernità. Nell’approccio territoriale è da considerare una logica relazionale tra locale e globale, attraverso una dimensione culturale comunitaria indirizzata alle risorse presenti in loco (L. Leuzzi, P. Martucci, “Identità Evolutive”, 2024).

Il filosofo della complessità Mauro Cerruti ha sostenuto che “l’identità è relazionale perché emerge sempre dall’alterità”. È la complessità della vita che impone uno sforzo conoscitivo basato sul confronto tra i molteplici ambiti disciplinari e le tante dinamiche di relazione con l’alterità umana. La sua azione è di comprendere la complessità non isolando l’umano, ma situandolo nei suoi ambiti cosmici, fisici, biologici, sociali, culturali. In tal senso, possiamo dire che la stessa identità non è solo legata all’azione dell’uomo ma al continuo rapporto di quest’ultimo con il contesto esterno, in uno scambio relazionale, processuale, nelle interazioni dinamiche: passato/presente/futuro.

Se la società di oggi è in continuo cambiamento, dobbiamo indicare altre modalità di ricerca territoriale, considerando: le nuove attività (prodotti tipici); i nuovi soggetti agenti (generazione giovanile); le comunità globali (superamento dei contatti di prossimità); le comunicazioni digitali (utilizzo della tecnologia); i nuovi rapporti relazionali (reti e comunità virtuali).

La società di oggi è complessa, difficile da analizzare; in essa predomina una molteplicità di modelli, che rendono più ardua l’identificazione e la costruzione di un’identità stabile.  Zygmunt Bauman parlava di un problema identitario che comporta il desembedding (sradicamento): con difficoltà l’individuo trova il proprio posto in un mondo sempre più globalizzato, multiculturale, dinamico, imprevedibile, liquido.

La tendenza da considerare è che “la modernità è cambiamento”, dove il mondo dell’azione sociale è quello della libertà, creatività e modernità. Il cambiamento però deve agisce in ambito collettivo, in cui lo sforzo dell’individuo è di diventare attore, mettersi al servizio di un universo in movimento. L’intento è di fondare un nuovo approccio comprensivo delle forme di socialità e del ruolo all’interno del vissuto quotidiano e collettivo.

Si può partire da qui per indicare una nuova cultura evolutiva o meglio culture evolutive, che servono per volgere lo sguardo alla conoscenza e alla fruizione delle risorse territoriali, producendo una riflessione sui soggetti che vivono le comunità e su come la loro azione possa contribuire a tracciare possibili sviluppi. Per fare ciò occorre conoscere quali siano gli elementi storico-antropologici che hanno costituito nel tempo la stessa identità e le hanno permesso, salvaguardandone i valori, di non snaturarsi del tutto. L’approccio per un’inversione di tendenza dovrebbe essere di rispettare e visitare i luoghi più periferici per accertarne l’esistenza, attraversarli e scoprirli; incontrare le persone, ascoltare e conoscere la loro cultura, la cultura del territorio; rilevare le risorse costruite intorno ad una storia millenaria.

Qui agisce la cultura, il “Patrimonio Materiale e Immateriale”.

Accanto ad un patrimonio materiale, costituito da ruderi e castelli, chiese e monumenti, opere d’arte, c’è una tradizione, intesa come patrimonio vivente, posseduto dai membri di una comunità, quella cultura immateriale in cui le azioni e le pratiche culturali sono parte integrante della loro vita. Si tratta di una conoscenza trasmessa dalle generazioni precedenti e riproposta a quelle future: in questo modo, si garantisce l’identità e la continuità con il passato nel rispetto della diversità e creatività umana. In tale logica i beni culturali sono costantemente ri-creati in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia in quanto senso d’identità e di continuità. Inoltre, va favorita la partecipazione delle comunità, per permettere la condivisione delle azioni e lo scambio delle conoscenze, coinvolgendo e stimolando le persone a diventare agenti di cambiamento e a sostenere i percorsi di pianificazione e sviluppo.

L’identità va dunque ripensata come affermazione della tipicità locale ma anche come scambio con altre realtà che racchiudono le loro specificità, per favorire un atteggiamento non inglobante, ma aperto e accogliente.

La nuova consapevolezza della cultura cilentana dovrebbe essere ripensata senza nostalgie del passato: intraprendere e realizzare uno sviluppo sostenibile è possibile quando l’uomo non si abbandona al fatalismo e alla rassegnazione, ma crea ed opera soprattutto per l’affermazione della sua comunità, utilizzando e valorizzando la cultura che rappresenta l’elemento decisivo per il futuro.

Chiudo sintetizzando alcuni concetti che riguardano una identità territoriale evolutiva.

Innanzi tutto, è da tener presente che la cultura è da intendere come costruzione dei saperi, con riferimento al modo di pensare e interpretare un contesto abitato condiviso, in cui si sviluppano strutture sociali e dinamiche relazionali. Si agisce entro comunità di appartenenza dove si sviluppano relazioni solidali e una organizzazione sociale coinvolgendo soggetti e comunità. È importante rivolgersi alla memoria collettiva, da intendere come ricostruzione del passato attraverso i bisogni del presente, come sosteneva Maurice Halbwachs: “la memoria trasmette una storia vivente che si perpetua nel tempo e in un quadro storico collettivo”. Per quanto riguarda la relazione individuo/mondo, ci si deve affidare al principio di risonanza (Hartmut Rosa), inteso come: a) essere toccati affettivamente dal mondo, influenzati, lasciarsi prendere da questa relazione; b) provare un’emozione, come risposta a quel contatto; c) realizzare una reciproca trasformazione tra soggetto e mondo, in cui prevalga la risonanza, ovvero attaccamento, cura, responsabilità, impegno reciproco.

Il rapporto con il territorio e le risorse in esso contenute (beni culturali), è necessario un approccio che riguardi:

1) contemplazione e ascolto (Byung-Chul Han), considerando che il silenzio permette di ascoltare il mondo, produrre esperienza e comprenderlo. Procedendo con l’inazione e la contemplazione il silenzio approfondisce la parola e la bellezza, si proietta nell’anima del mondo, nel suo genius loci;

2) creazione e azione, in cui la creatività è da considerare come la facoltà della mente di produrre azioni nuove, inventare, produrre idee e pensiero critico, immaginare, rielaborare, far agire la soggettività umana attraverso le emozioni, i sentimenti, i bisogni, le passioni, i desideri;

3) comunicare e narrare il territorio, partendo dall’assunto che il territorio è uno spazio che ha un nome e una storia, in cui si sviluppa un processo continuo costituito da elementi materiali e simbolici. In questa dimensione l’uomo deve comunicarlo per farlo conoscere, narrarlo attraverso l’incontro e immaginazione, condividerlo attraverso i legami e le molteplici visioni.

 

Pasquale Martucci

2 Responses to “Studiare l’identità cilentana”

  1. vincenzo guarracino

    Condivido ciò che sostiene Mauro Cerruti ma esenzialmente mi riconosco, da cilentano che riconosce fondato il suo ethos su ciò che sosteneva Parmenide, soprattutto in ciò che trovo affermato in un libro del filosofo Maurizio Ferraris, di imminente uscita dal Mulino, “Il mondo è tutto ciò che resta”, che è poi quello che trovo sintetizzato soprattutto nel punto 3 del documento dell’amico Martucci “comunicare e narrare il territorio, partendo dall’assunto che il territorio è uno spazio che ha un nome e una storia” (tra parentesi, è quello che fa una valorosa ancorché temeraria poetessa in un libro dal titolo emblematico “Quanno ‘ndrausca a Ceraso”, in imminente uscita da un Editore milanese RF, in una nuova collana intitolata “Gli Alunni del Sole”, diretta da Antonella Casaburi, sintetizzando fin dal titolo la coscienza del rischio di un “tramonto” da contrastare trasformandolo in lirica e al tempo stesso energetica conferma e proiezione nell’hic et nunc).

  2. Luigi

    Come condiviso durante l’incontro svoltosi a Cerasoil 27 Settembre l’ identita’ e’ nell’accezione di Remotti struttura e flusso .Per quanto concerne la struttura dell’identita’ nel Cilento e nella
    Lucania Occidentale lo scrivente ha individuato i significanti maitre nell’ etimologia derivante dall’incontro con l’alterita’ come nella derivazione proposta da Fabio Astone concernente il corononimo che ha origine dalla dea Cilens e da me insieme a Gerardo Russo declinato nella desinenza” th” come riferimento alle comunita’ del Monte Stella in antico detto Monte Cilento e da me indovato simbolicamente nella sigizia Cilens-Thinia;lo stesso Parmenide ci confronta con l’alterita’ della sua origine Anatolica,per non tacere il mistero del megalitismo nei siti d’ altura e la continuita’ cultuale nel sincretismo pagano-cristiano che attraversa culture allotrie e periodi diversi.
    Per quando concerne il flusso nella relazione con una societa’ liquida rimane il compito gravoso di trasporre i riferimenti identitari nella glocalizzazione di un mondo globale investito simbolicamente dalla surmodernita’.

    Bibliografia Luigi Leuzzi:
    1)il Cilento che resta.
    2)il Codice morfologico del Megalitismo del Cilento e della Lucania Occidentale
    3)Empatia ed empatismo nella relazione di cura
    Amazon 2024

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