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Il mondo è rumore, la nebbia che regna fuori dalle frontiere delle discipline, fuori dai contorni dell’oggetto e che si addensa sempre più fino a ingoiare gli orizzonti”. (1)


Quando ci si confronta con Edgar Morin, si devono considerare tutti gli elementi della complessità sociale: confini che sconfinano oltre le frontiere delle discipline, orizzonti che appaiono e scompaiono. Occorre fare un lavoro che consideri l’oggetto del conoscere, il soggetto conoscente e la loro relazione, con l’intervento di una molteplicità di variabili che mettono continuamente in discussione ciò che è stato erroneamente creduto una conclusione. Si tratta di affermare un’epistemologia che corrisponde a un cambiamento d’ordine del discorso, un discorso sia teorico che scientifico, meta-teorico e meta-scientifico. L’epistemologia è auto-approfondimento della conoscenza e meta-superamento della teoria. È conoscenza di teoria e scienza. La natura della conoscenza ha caratteristiche bio-antropologiche, noologiche, socioculturali di ogni conoscenza. L’epistemologia rimanda al paradigma e il paradigma alla ricerca, al metodo. (2)

Per fare tutto ciò è determinante il metodo, che va sempre confrontato con se stesso, così come la conoscenza va in relazione con altra conoscenza, e così via. È la rappresentazione del caos che non è disordine, ma l’unione intima di ordine e disordine, dal definito e finito all’indefinito e infinito, si realizza una relazione nel caos. Tradotto significa “pensare insieme in maniera complementare, concorrente e contraddittoria questi due termini”. (3)

Edgar Morin intende sempre la complessità come unità di uomo e ambiente, che il filosofo chiama “umanesimo planetario”. (4) Il suo intento è di fondare una “scienza nuova”, attraverso un metodo che, nell’ambito di una visione ampia, incontra e affronta sempre nuove alternative, perché la realtà è cangiante e mutevole. È l’uomo intero che attiva un processo di conoscenza come il risultato della collaborazione e della interazione tra razionale e immaginario, tra emozione e riflessione, tra “homo sapiens e homo demens”. Il soggetto conoscente è radicato nel suo processo storico e nella natura di cui è parte integrante. (5)

Sul metodo, Edgar Morin ha impostato il suo pensiero. (6) Nel 2021, viene pubblicato il settimo volume, che il filosofo aveva a lungo tenuto custodito in un cassetto e forse se ne era dimenticato. (7) È affrontata l’auto-eco-ri-organizzazione ed affermata l’importanza del soggetto, che si complessifica, perché “sorge dalla storia del mondo, e la sua emergenza sotto forma riflessiva cosciente fa sorgere il mondo”. Ma lo stesso soggetto “è i rumori, colui che perturba l’osservazione, introducendo l’affettività, l’irrazionalità, la contingenza”. (8)

La teoria, sostiene, è dunque il prodotto dialettico dello sviluppo della scienza, che rivolgendosi alla scienza allo stesso tempo la contraddice, si integra in essa, la apre, la disintegra, la reintegra. Il mondo così concepito è interrogato dal ricercatore, che lo coglie nella doppia presenza fisica ed eco-sistemica, familiare, intima, legata ad identità ed alterità. Il ricercatore, che è qui osservatore, fa sorgere il problema del soggetto, che emerge dall’idea di soggettività e guarda allo sviluppo della soggettività. Morin fa emergere il soggetto dalla sua descrizione oggettiva del mondo. L’io descrittore è osservatore ed al tempo stesso autore. Afferma: “Io tento di mostrare che è possibile e necessario far sorgere il soggetto da un punto di vista scientifico, oggettivo, fisico, biologico”. Ovvero farlo emergere dalla descrizione del mondo, dove l’io-descrittore è al tempo stesso autore. (9)

È proprio riflettendo su se stesso che si manifesta “l’io soggetto dell’osservatore, descrittore, ricercatore, inseparabile dal suo oggetto d’osservazione, descrizione, ricerca”. Il mondo e il soggetto sono posti l’uno e l’altro in modo reciproco e inseparabile, perché è nella relazione che nasce la conoscenza. (10)

Nel capitolo: “La conoscenza della conoscenza”, è centrale proprio la relazione tra ambiente e soggetto, in cui si manifesta il “carattere autoreferenziale antropologicamente, sociologicamente, culturalmente dello spirito che osserva, che computa, che pensa, ed è il carattere proprio dell’apparato di osservazione, di computazione, di pensiero”. (11)

Il soggetto da solo è incompiuto, insufficiente, incerto, fragile senza elaborare i suoi schemi di conoscenza oggettiva ed entrare in rapporto con il mondo oggettivo. (12) In tal modo, soggetto e oggetto si richiamano a vicenda, ma anche nella stessa relazione sono ancora insufficienti. Per Morin, è la stessa complessità che porta incertezza, anche se c’è un soggetto aperto alle istanze dell’oggetto, e viceversa. Ed allora? Sia soggetto che oggetto operano nel relativo. Partendo da ciò si realizza un “doppio riflesso”, una “doppia costruzione”, in quanto l’uomo è reintegrato nella natura, cultura, società. Non è solo il soggetto che riflette l’oggetto: “la nuova conoscenza deve conoscere l’oggetto con, attraverso il soggetto, tanto quanto il soggetto con l’aiuto dell’oggetto”. (13)

Si apre la via epistemologica, quella che chiama la conoscenza della conoscenza. Essa per auto-conoscersi ha la possibilità di appoggiarsi sul “mondo esterno oggettivo”, al fine di “auto-oggettivare se stessa”. È un livello superiore: il sistema è “meta-oggettivo, nello stesso tempo in cui l’auto-oggettivazione del soggetto permette di costruire un sistema di riferimento meta-soggettivo”. Oltre che conoscenza della conoscenza, riprende l’osservazione dell’osservazione, il metodo del metodo: tutto ciò per dire che ci troviamo sempre in presenza di azione. Per fare un esempio, a proposito di osservazione, nell’osservatore/soggetto e nell’osservazione/oggetto c’è un “anello retroattivo” i cui ogni osservazione è un “feedback positivo”. (14)

Sostiene Morin che “la conoscenza è una relazione auto-eco-organizzazionale, in cui l’Essere vivente produce e organizza informazioni e rappresentazioni a partire da ciò che sente e percepisce fenomenicamente”. La conoscenza si sviluppa attraverso il linguaggio, la logica e sarà adatta a riferirsi intro-retrospettivamente sul soggetto stesso. (15)

Molte pagine sono dedicate alla scienza, che diventa scientifica con l’introduzione dell’incertezza, oggettiva con l’introduzione del soggetto, meno metafisica con l’introduzione del mistero. Ed allora, anche lo stesso pensiero magico merita di essere ricompreso e forse assimilato nella scienza. È il riconoscimento dell’antropologico che scopre una cultura, una società. (16)

È il ritorno a temi già affrontati: la scienza nuova deve concepire l’uomo come individuale, sociale, biologico, fisico. L’uomo è pienamente vivente non solo perché ha un corpo, appartiene a una specie, ma soprattutto perché essere affettivo, intellettuale, sociale. In lui fioriscono “soggettività e esistenzialità”. (17)

Un passaggio determinante è sulla ragione. La nuova ragione deve essere derazionalizzata, perché: non esiste una ragione assoluta; è importante la realtà soggettiva; esiste anche l’irrazionale; c’è il rovesciamento della razionalità della follia. La ragione deve riorganizzarsi, salvaguardando: a) l’aspirazione organizzazionale; b) la virtù critica; c) l’aspirazione universalistica; d) l’aspirazione logica. Al tempo stesso deve rigettare la razionalizzazione e il razionalismo chiuso. (18)

La derazionalizzazione è una ragione come fenomeno evolutivo, che deve dereificare il razionalismo e riconoscere la ricchezza dell’irrazionale. Poi aprirsi ad una relazione complessa che è incerta, complementare, concorrente, antagonista. È l’incertezza profonda tra follia e saggezza, tra follia e genio. (19)

Il passaggio conclusivo non poteva che riguardare la centralità del metodo: molti credono che la complessità riguardi la conoscenza, il pensiero, ma non l’azione; il metodo apre il cammino verso l’azione. (20) Il metodo è centrale quando realizza una serie di indicazioni che pongono: il soggetto ricercante, conoscente, pensante; l’esperienza come fonte non chiara; la conoscenza non come accumulazione di dati, ordine, ma come organizzazione; la conoscenza come incertezza; la conoscenza che fa nascere ignoranza ed interrogativi; la logica non perfetta; la società e la cultura che permettono di dubitare della scienza; la teoria che è sempre aperta e incompleta. (21)

Per Edgar Morin, la conoscenza non è mai conclusa, perché la vita stessa è in continuo movimento ed acquisisce continui stimoli ed informazioni. Sta al soggetto mettersi in gioco attraverso la sua capacità di pensiero e discernimento, ma anche la consapevolezza del dubbio e della messa in discussione.

 


 

Note:

 

  1. Morin E., Il metodo VII. Il metodo del metodo, Armando Siciliano, 2021, p. 34.
  2. Ivi, pp. 10-12.
  3. Ivi, p. 38.
  4. Il riferimento è al volume: Morin E., 7 lezioni sul pensiero globale, Cortina, 2016.
  5. Morin E., Cotroneo G., Gembillo G., Un viandante della complessità. Morin filosofo a Messina, a cura di A. Anselmo, Armando Siciliano, 2003.
  6. Morin ha pubblicato i seguenti volumi: Il metodo: I. La natura della natura, (su fisica e chimica), Cortina 2001; Il metodo: II. La vita della vita, (su biologia ed ecologia), Cortina 2004; Il metodo: III. La conoscenza della conoscenza, (sull’antropologia della conoscenza), Cortina 2007; Il metodo: IV. Le idee: habitat, vita, organizzazione, usi e costumi, (sull’ecologia della conoscenza), Cortina 2008; Il metodo: V. L’identità umana, (sull’antropo-sociologia), Cortina 2002; Il metodo: VI. Etica, (sull’etica), Cortina 2005.
  7. Morin E., Il metodo VII. Il metodo del metodo, Armando Siciliano, 2021, edizione curata dall’équipe di studiosi che sono raccolti intorno al prof. Giuseppe Gembillo, studioso del filosofo e della complessità, che ha realizzato un interessante accostamento tra il neostoricismo e la complessità: Gembillo G., Neostoricismo complesso, Edizioni Scientifiche Italiane, 1999. Tra i suoi lavori, Gembillo G., Anselmo A., Filosofia della complessità, Le Lettere, 2018; Gembillo G., Temi e figure della complessità, Le Lettere, 2021.
  8. Morin E., Il metodo VII. Il metodo del metodo, cit. pp. 34-35.
  9. Ivi, pp. 41-44.
  10. Ivi, pp. 45-47.
  11. Ivi, p. 54.
  12. Ivi, p. 60.
  13. Ivi, p. 67.
  14. Ivi, pp. 68-69.
  15. Ivi, p. 71.
  16. Ivi, pp. 298-299.
  17. Ivi, pp. 304-306.
  18. Ivi, pp. 329-331.
  19. Ivi, p. 335.
  20. Ivi, p. 359.
  21. Ivi, pp. 341-342.

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