Il rapporto tra umanesimo e Intelligenza Artificiale si rivolge, in questo scritto di Massimo Montanile, in modo più strutturato al tema del linguaggio come infrastruttura culturale dell’Intelligenza Artificiale.
L’idea di fondo è che le tecnologie linguistiche contemporanee non rappresentino una rottura rispetto alla tradizione umanistica, ma si sviluppino all’interno della memoria culturale dell’umanità, rendendo oggi ancora più necessario un approccio critico e interdisciplinare.
La riflessione sulla memoria e sulla nostalgia, recentemente proposta da Pasquale Martucci a partire dal lavoro di Mauro Bonazzi, riporta al centro una questione decisiva: il rapporto tra passato e costruzione del presente.
L’idea che l’antichità non appartenga semplicemente al passato, ma continui a vivere nel nostro modo di pensare, apre una prospettiva particolarmente interessante anche per comprendere una delle trasformazioni più rilevanti del nostro tempo: l’Intelligenza Artificiale.
Nel dibattito pubblico, l’AI viene spesso presentata come una rottura radicale rispetto alla tradizione culturale. In realtà, soprattutto nel caso dei sistemi basati sul linguaggio, essa si fonda su un elemento profondamente umano: la memoria culturale.
I modelli linguistici contemporanei vengono addestrati analizzando enormi quantità di testi prodotti dall’umanità nel corso dei secoli. In questo senso, le tecnologie più avanzate della nostra epoca si alimentano della stessa materia che ha costruito la nostra civiltà: il linguaggio.
Da questo punto di vista, l’Intelligenza Artificiale non è una tecnologia “senza passato”, ma una tecnologia che vive del passato.
E tuttavia esiste una differenza fondamentale.
Le macchine elaborano parole. Gli esseri umani attribuiscono significato.
Questa distinzione introduce una questione centrale: il ruolo dell’umanesimo nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale.
La riflessione di Maurice Halbwachs sulla memoria collettiva ci ricorda che il passato non viene semplicemente conservato, ma continuamente ricostruito all’interno di quadri sociali. La memoria non è un archivio statico, ma un processo dinamico, legato ai bisogni del presente.
Allo stesso modo, i sistemi di Intelligenza Artificiale non “comprendono” il mondo: rielaborano strutture linguistiche prodotte da comunità umane.
Senza un orizzonte interpretativo, senza un contesto culturale, senza una responsabilità etica, questa elaborazione rischia di rimanere priva di senso.
È qui che la riflessione sulla nostalgia diventa particolarmente significativa.
Se la nostalgia viene interpretata come semplice ritorno a un passato idealizzato, può trasformarsi in chiusura identitaria. La storia del Novecento mostra chiaramente come il richiamo a radici mitizzate possa degenerare in ideologie pericolose.
Ma se la nostalgia viene reinterpretata come tensione conoscitiva, come desiderio di comprendere il presente attraverso il passato, allora diventa uno strumento critico.
È in questa seconda accezione che può essere utile anche per comprendere l’Intelligenza Artificiale.
Le tecnologie contemporanee non devono essere lette come un punto di rottura, ma come una nuova fase di un lungo processo storico in cui linguaggio, conoscenza e cultura si intrecciano.
In questo scenario, l’umanesimo non rappresenta un sapere del passato, ma una componente essenziale per orientare il futuro.
La lezione che emerge dal pensiero filosofico del Novecento è che la conoscenza autentica nasce sempre dal confronto: tra passato e presente, tra identità e alterità, tra individuo e comunità.
Applicata all’Intelligenza Artificiale, questa prospettiva suggerisce che la tecnologia non può essere governata esclusivamente da logiche tecniche o quantitative.
Serve una capacità critica, interpretativa, profondamente umana.
Il vero rischio non è lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, ma la perdita della capacità di comprenderla.
Se la memoria diventa nostalgia chiusa, produce ideologia.
Se diventa interpretazione aperta, produce conoscenza.
Oggi, nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale, la sfida è proprio questa: trasformare la memoria in consapevolezza.
Perché le macchine possono elaborare il linguaggio, ma la ricerca del significato rimane una responsabilità umana.
Massimo Montanile
Sono grata a massimo montanile per la sua riflessione critica sul ruolo della memoria in rapporto all’AI perche ci aiuta a capire meglio, anche in un’ottica genetale, il ruolo creativo dei contenuti culturali quando questi si propongono nel loro dinamismo critico e non si irrigidiscono in una mera nostalgia del tempo che fu se non peggio. Grazie
Purtroppo, proprio perché l’IA non comprende il significato delle parole, ma raccoglie quello che trova scritto nella vastità della rete e, visto che la rete contiene molta spazzatura, è probabile che le sue risposte siano, appunto, spazzatura. Ho provato a fare a Monica una domanda volutamente provocatoria: “Chi era Giuseppe Garibaldi?”. La rsposta, aldilà dei dati puramente anagrafici corretti, è un estatto di tutte le stupidaggini e bugie che ci propinarono a scuola. Ve la risparmio, tanto potete ottenerla facilmente facendo la stessa domanda. Inutile dire che il suddetto soggetto viene indicato come un generale, un eroe, ecc. Non si dice che in America Latina faceva il ladro di cavalli; non si dice che i cosiddetti Mille erano soltanto un branco di avanzi di galera, abbondantemente infiltrati da truppe del regno di Sardegna. Non si dice che la spedizione dei mille riuscì soltanto per l’appoggio degli inglesi e della massoneria internazionale e per il tradimento di alcuni “gattopardi” E tutto questo, non perché l’IA si cattiva, ma semplicemente perché essa pesca nel mare magnum del web, dove è più facile trovare sterco che verità.