Da tempo mi occupo del rapporto tra soggetti e oggetti, persone che vivono e determinano il mondo ma sono a loro volta influenzate da ciò che proviene dall’esterno, superando una visione di separazione ed approdando all’interdipendenza delle relazioni.
Per queste ragioni è importante considerare il ruolo degli individui/soggetti che agiscono nella loro esistenza materiale e nella loro cultura di riferimento.
Una possibile definizione di cultura materiale si rivolge all’ambito di studi sugli oggetti: si tratta “di quella varietà di oggetti, più o meno materiali, che possiamo denominare cose” (D. Miller, “Per un’antropologia delle cose”, Ledizioni, 2013, or. 2009, p. 1).
Daniel Miller è uno dei maggiori esperti di cultura materiale. Ha scritto nel 1987 il volume: “Cultura Materiale e Consumo di Massa”. Studiando le relazioni umane con gli oggetti, si è occupato delle conseguenze del consumo e poi di antropologia digitale. Ha avviato un progetto basato sui dati etnografici raccolti in diverse regioni del mondo: “Social Networking and Social Sciences Research Project”, per esaminare l’impatto globale dei nuovi social media su Paesi quali: Irlanda, Italia, Camerun, Uganda, Brasile, Cile, Trinidad, Gerusalemme Est, Singapore, Cina e Giappone.
Tra le sue pubblicazioni: “Teoria dello shopping” (Editori Riuniti, 1998, or. 1998); “Per un’antropologia delle cose” (Ledizioni, 2013, or. 2009); “Cose che parlano di noi. Un antropologo a casa nostra” (Il Mulino, 2014, 2008). Nel 2020, insieme a Slater, ha pubblicato: “Il cellulare: un’antropologia della comunicazione”, e con Horst: “Antropologia digitale” (entrambi con le edizioni Routledge); nel 2021 ha scritto: “The Global Smartphone” (UCL Press).
Negli ultimi lavori, ha sostenuto che lo smartphone è un luogo in cui viviamo, una “casa trasportabile”, piuttosto che un dispositivo di comunicazione.
La sua posizione è spiegata in modo chiaro: “Il mio metodo di ricerca può essere descritto come una partecipazione etnografica guidata dal desiderio di entrare in empatia con gli altri per vedere le cose dal punto di vista degli altri esseri umani. Credo però di essere diventato empatico non solo con gli esseri umani, ma anche con gli oggetti stessi” (“Per un’antropologia delle cose”, p. 145)
Un tema di grande interesse per Miller è il rapporto con i cellulari, le tecnologie, considerati cose che acquistano significato soprattutto nelle parti più povere del mondo globale, non soffermandosi sulle tesi che conducono ad approcci critici. Ne: “I social sotto la lente dell’antropologo” (MicroMega n.3/2025, pp. 119-128), parla di uno spazio domestico che permette di interagire con il mondo esterno: si tiene in ordine “il telefono proprio come farebbero con il loro appartamento”. Il metodo di trattare l’attuale rapporto con il digitale resta quello etnografico, che permette di verificare come le diverse popolazioni si differenziano nel loro utilizzo, considerando le relazioni familiari che sono ricercate vivendo e comprendendo gli usi quotidiani di cose, la vita delle persone nel loro contesto, che è rappresentato dalle case.
Il rapporto con le cose ci conduce all’argomento di questo scritto: gli oggetti si relazionano con noi, sono determinati dalle nostre storie, ma a loro volta influenzano i nostri comportamenti.
Il volume: “Per un’antropologia delle cose”, consente di rivisitare i lavori più importanti di Miller, una dozzina di libri e centinaia di articoli, realizzati attraverso la ricerca etnografica con metodi antropologici.
Si può riassumere in cinque tesi, come i cinque capitoli che lo compongono, specificando che:
1) gli oggetti veicolano i significati che ci rappresentano (i vestiti non sono superficiali);
2) gli oggetti non sono considerati in sé, né oggettificati, ma sottoposti a processo che si rivolge ad un livello di trascendenza, come connessione tra soggetti e oggetti (la teoria delle cose);
3) la relazione tra noi e le case, considerando il processo dell’abitare (teoria degli alloggi);
4) la materialità e l’ambiguità dei media e della comunicazione, con al centro la relazione con il telefonino, rapporto da “cellulare”, in cui i media diventano essenziali per il benessere delle persone che vivono in povertà, rilevando le conseguenze di questi oggetti sulle loro vite (cultura immateriale e antropologia applicata);
5) la relazione con gli oggetti ci porta dentro il mondo e ci fa uscire da esso, ovvero le modalità attraverso cui gli oggetti costruiscono i soggetti, che ci fa comprendere la quotidianità delle vite degli esseri umani (questione di vita e di morte) (“Per un’antropologia delle cose”, pp. 9-10).
Nella nostra visione “antropocentrica” non si considerano gli oggetti esterni che circondano gli esseri umani, presentando un umano separato dalla realtà materiale; al contrario, soggetto e oggetto non sono da intendere in modo separato ma in continua interazione.
L’antropologo si riferisce all’habitus di Bourdieu, ovvero a quel processo di interdipendenza che permette di “creare ed essere creati”. È la condivisione di uno spazio sociale incorporato dagli individui: “un sistema di disposizioni durature e trasmissibili, strutture strutturate predisposte a funzionare come strutture strutturanti, cioè in quanto principi generatori e organizzatori di pratiche e rappresentazioni” (P. Bourdieu, “Il senso pratico”, Armando, 2005).
In Miller non si tratta di intendere il contesto come componente psicologica, come archetipi e significati degli spazi domestici, quanto piuttosto di individuare un approccio che pone interrogativi sulla natura umana, sul rapporto io e altro, su ricordi ed oggetti (E. Coccia, “Filosofia della casa. Lo spazio domestico e la felicità”, Einaudi, 2021).
Nella casa si realizza il progetto familiare, vissuto come unità, i cui elementi sono in un’interazione ben determinata, un modello che permette di sistemarci nella casa, di utilizzarla e attuare specifiche soddisfazioni (A. Eiguer, “L’inconscio della casa”, Borla, 2007, or. 2004).
La casa è da sempre considerata contenitore e rifugio, una condizione emotiva di appartenenza, sicurezza e intimità. L’esigenza di avere un’abitazione, oltre ad essere un comportamento istintuale, è soprattutto progetto, identità e pragmatismo, sentimento e oggettualità, sogno e concretezza. Coccia si riferisce agli oggetti da abitare, che catturano i nostri corpi, spesso senza che nemmeno ce ne accorgiamo. L’uso, la routine quotidiana ripetuta e prolungata per giorni, settimane, mesi e anni lasciano tracce, trasferiscono una parte della nostra personalità e soggettività. Pertanto, in casa gli oggetti diventano soggetti (“Filosofia della casa”).
Daniel Miller è dello stesso avviso. Nel volume: “Cose che parlano di noi”, sostiene che gli uomini sono “definiti attraverso le cose che possiedono”, che raccontano di loro, ma attestano anche le relazioni con oggetti ed altri esseri umani.
Vediamo alcune tematiche affrontate.
La prima questione è: “gli oggetti parlano?”. Molte cose si possono individuare negli oggetti che non sono mai posti a caso, ma “accumulati gradatamente”, dunque sono disposti negli spazi a seconda di come gli uomini intendono farlo. Gli oggetti ci dicono molto del contesto, dello status, della psicologia di coloro che ci abitano.
Miller offre in: “Cose che parlano di noi”, dodici ritratti di case e persone che le abitano, attraverso un progetto comparativo. Sono storie di appartamenti nella stessa strada di Londra, che formano “piccole cosmologie”, in cui gli oggetti danno voce alla vita delle persone.
I capitoli/ricerche delle case incontrano il “vuoto” (alcune abitazioni sono senza decorazioni), ma anche il “pieno” (tanti oggetti decorativi), in cui c’è vivacità ma anche operosità; poi troviamo il “senso estetico” (colori, emozioni); la “musica” (oggetti che riconducono ai suoni); il “portatile”, che caratterizza l’uomo digitale. Un tipo di abitazione riconduce a “piercing e tatuaggi”, segni molto forti di tali simboli; oppure ai “fantasmi”, i ricordi, oggetti, quadri, ritratti di un passato che si riporta continuamente alla memoria.
Su questo aspetto, l’antropologo si sofferma attraverso una forte affermazione: “le persone sedimentano i propri beni materiali, li posano come fondamenta, mura materiali cementate di memoria, supporti resistenti di cui ci si impossessa quando i tempi sono difficili e si sta affrontando un’esperienza di perdita” (“Cose che parlano di noi”, p. 104). Un personaggio che abita una di queste case sostiene il “ruolo emotivo importante sulla relazione di appartenenza a un certo tempo; è come disseppellire il passato”. Se a vent’anni si è in un momento di “rottura” con la famiglia, molto più tardi si riconosce la loro importanza (“Cose che parlano di noi”, p. 143).
Miller trova poi case “canificate” (presenza importante del cane), ma anche abitazioni dove prevalgono i bambini, attestati da giocattoli ed altri segni inconfondibili. Ci sono poi abitazioni dove si respira “violenza”, “droghe”, “depressione”, in cui gli oggetti fanno da sfondo ai problemi reali. Gli oggetti poi denotano il tempo, l’essere ancorati ad un passato che non muta, come la polvere, le vecchie foto, ma anche il contrario, quella proiezione solo nel presente.
Miller si chiede: “che volto ha l’umanità del nostro tempo?”.
Partendo dal presupposto che la nostra vita si è basata su vincoli e obblighi che permettono di vivere con gli altri, si nota anche la presenza di oggetti trascendenti alternativi non del tutto spiegabili. L’approdo è a società e comunità che svolgono un ruolo ridotto nella vita delle persone, soprattutto nelle città. Se reti di comunità si trovano nelle strade, nei locali, nei luoghi di lavoro e tempo libero, nelle abitazioni occorre comprendere come le persone vivono e secondo quali modalità.
Si sviluppano le “non-comunità” di vita, di persone che superano gli stessi concetti di vivere in comune. L’individuo, allora, non va studiato secondo le categorie politico-ideologiche, ma considerando le sue scelte: sono persone che “vedono la loro esistenza individuale come un progetto” su cui basare la propria vita.
Ed allora: “cosa è importante nella loro vita?”.
Occorre, per Miller, seguire le loro preoccupazioni e non solo i rapporti con le altre persone, ma soprattutto “la relazione con gli oggetti”. Il suo approccio considera “gli oggetti materiali”, come “un aspetto integrale e inseparabile di tutte le relazioni, perché le persone esistono per noi nella loro presenza materiale attraverso di esse” (“Cose che parlano di noi”, pp. 184-185).
La “centralità delle relazioni” per la vita moderna e la “centralità della cultura materiale” per le relazioni comportano di indagare il contesto più ampio dove “le relazioni si costruiscono”, dove si trovano “gli oggetti quotidiani”. Le cose che le persone fanno in una casa rappresentano “l’ordine delle cose nel tempo e nello spazio” ed analogamente “le credenze basilari sull’ordine naturale del mondo”. Ogni rituale diventa anche estetico, qualcosa che dà ordine, armonia, equilibrio (“Cose che parlano di noi”, p. 186).
Oggi, anche se tra risultati tragici, contraddittori e insoddisfacenti, una famiglia o un individuo crea per se stesso “i principi e le pratiche cosmologiche ed economiche che un tempo rappresentavano il compito della società”. L’approdo è legato alle possibilità creative, definite “piccole istanze dell’umanità”, che attivano relazioni con altre persone e con le cose, e determinano un ordine, comunque multiforme e in continuo cambiamento. Gli oggetti accumulati permettono alle persone di considerare se “la loro vita è stata o non è stata degna di essere vissuta” (“Cose che parlano di noi”, pp. 195-197).
Se l’antropologo individua una nuova possibilità di ricerca, non necessariamente applicata a grandi numeri, si può sostenere che la precarizzazione della vita, con la consequenziale necessità di rifugiarsi nell’ambito più comodo e così ben costruito nel tempo, ci permette di avere una visione diversa rispetto alle ricerche sociali che hanno caratterizzato l’approccio conoscitivo.
La ricerca sul campo dà proprio indicazioni su come si sviluppano alcuni fenomeni, anche se lo si fa interrompendo il corso della storia per consentirci di vivere l’eterno presente.
Qui al contrario, si tratta di un intervento che opera quasi ad individuare nuove prospettive e metodi di ricerca per considerare altre visioni, probabilmente più intime ma sempre fondate sulle relazioni, questa volta prodotte nell’incontro con gli oggetti e contesti dell’abitare.
Soggetto e oggetto non possono essere pensati in maniera separata, ma all’interno di un processo di interazione durante il quale vengono “creati sia gli esseri umani, sia gli oggetti materiali”.
Questa sembra essere l’indicazione di Daniel Miller.
Un argomento intrigante e un’interessante disamina da parte del sociologo Martucci sono motivi validi per acquisire alla biblioteca di casa i libri di Daniel Miller!
Ricevo da Aldo Flammia, che ringrazio, il seguente contributo.
Buongiorno Pasquale, molto interessante questa riflessione sulla cultura materiale. Mi ha fatto pensare che, se Miller ha ragione e gli oggetti ci ‘creano’ tanto quanto noi creiamo loro, allora l’ambiente in cui vivo è lo specchio e il motore della mia quotidianità.
Voglio provare a metterlo in pratica così: invece di vedere gli oggetti come semplice ‘merce’ o ingombri, inizierò a curare il mio spazio domestico sapendo che ogni scelta materiale influenza direttamente il mio umore e le mie relazioni. In fondo, se vogliamo cambiare noi stessi, dobbiamo anche saper cambiare ciò che ci circonda. È un modo per riappropriarsi del senso profondo dell’abitare, trasformando la teoria in una gestione più consapevole della vita di tutti i giorni.
Aldo Flammia
Gli oggetti ripartiti nella spazialita’ e nella temporalita’ svolgono una funzione simbolica e rinviano alla presa del mondo in senso coesistentivo.Solo la socueta’ attuale predilige la logica del piacere fina a se stesso in assenza del desiderio l’oggetto perde la dimensione di intersoggettivta’ ed e’ semplicemente contingente ed intercambiabile senza alcun rimando simbolico.Complimenti per l’analisi dettagliata e stimolante