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Nella zona del Monte Stella, nel Cilento, sono ricche di elementi identitari le “Confraternite”, quelle rappresentazioni religiose rituali che mettono in scena nei paesi il Venerdì Santo i canti caratteristici, il “miserère in tono gregoriano melismatico”.

Rientrano nei riti della Settimana Santa, importante momento di “meditazione collettiva sul mistero della morte” e al tempo stesso di esorcismo della stessa. Questa meditazione, in accezione religiosa, è nei fatti non “una conclusione senza speranza dell’esistenza, ma un passaggio tragico verso la nuova vita”. Questa meditazione, in accezione religiosa, è nei fatti non “una conclusione senza speranza dell’esistenza, ma un passaggio tragico verso la nuova vita” (A. Cattabiani, “Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno”, Rusconi Libri, 1988).

I rituali in generale rappresentano “una connessione tra passato, presente e futuro” e rendono centrale il rapporto tra continuità e cambiamento. Sono modelli istituzionalizzati nei quali vengono attualizzate e messe in scena conoscenze e pratiche collettivamente condivise.

Come sosteneva Christoph Wulf (“Le idee dell’antropologia”, Bruno Mondadori, 2002), i riti sono legati alle azioni non alle parole:“sono processi corporei codificati simbolicamente (…) si svolgono nello spazio, vengono condotti da gruppi e sono determinati normativamente”.

I riti tradizionali, importanti nella conservazione e nella trasmissione della cultura, si manifestano soprattutto nelle occasioni festive per: a) celebrare un evento, b) in uno specifico contesto; c) che esprime il vissuto emotivo dei partecipanti; e si sviluppa attraverso azioni cerimoniali. Si tratta di “una struttura d’azioni sequenziali, di ruoli teatrali, di valori e di finalità, di mezzi reali e simbolici, di comunicazioni attraverso sistemi codificati” (C. Rivière, “I riti profani”, Armando, 1998).

I rituali sono da un lato evasione dai problemi dell’esistenza e dall’altro servono al mantenimento delle regole della comunità. Per Ernesto de Martino, sono “un’operazione collettiva di autodifesa” dell’uomo di fronte ad eventi che mettono in luce tutta la fragilità e inconsistenza del suo essere al mondo, il suo essere “presente nel mondo”. Egli, affidando la sua sofferenza alla collettività, trova riparo “nella ripetizione di gesti che inquadrano, rielaborano, superano gli eventi traumatici e permettono di affrontare le paure e le difficoltà vissute dall’individuo di cui si fa carico tutta la comunità”, superando la “crisi e il dramma della presenza” e realizzando il “riscatto” (E. de Martino, “Il mondo magico. Prolegomeni a una storia del magismo”, Bollati Boringhieri, 2007, or. 1948).

I riti religiosi sono più resistenti ai cambiamenti, in quanto ripropongono valori culturali consolidati, e richiedono azioni formalizzate, comportamenti abitudinari, che si realizzano in un particolare tempo e luogo. Predomina il linguaggio simbolico in occasione di rappresentazioni tradizionali arcaiche che si concretizzano in azioni, gesti e movimenti.

Le Confraternite nel Cilento si consolidano alla fine del XV secolo, anche se l’origine di tali forme aggregative risale al VII secolo, quando si iniziano a formare le prime comunità religiose di laici. La loro missione era legata alla preghiera per i vivi e per i morti, alle opere buone per la salvezza delle anime proprie e di quelle dei confratelli.

Tra le loro finalità sono da rilevare l’assistenza materiale e spirituale ai bisognosi, l’aiuto alle giovani spose che devono procurarsi la dote per sposarsi, ma anche forme di incentivo alle attività artigianali ed agricole.

La costituzione delle Confraternite è riconosciuta canonicamente in una parrocchia, con formale decreto dell’Autorità ecclesiastica e compiti regolati da uno Statuto.

La sua organizzazione vede al vertice: un Priore e un Consiglio degli Anziani, detto dei “mazzieri”, ovvero coloro che portano un bastone durante le solenni cerimonie. Il bastone è uno dei simboli associato al potere, ma anche alla saggezza, alla autorevolezza: chi lo porta attesta la “sua dirittura e rettitudine morale”. Il bastone è poi l’attributo del pellegrino e ne facilita la marcia, ma rappresenta anche “il contatto rigenerante con la terra madre” (C. Morel, “Dizionario dei simboli, dei miti e delle credenze”, Giunti Editore, 2006).

La Confraternita, finalizzata all’incremento del culto ed alle opere di carità, ha sempre dato importanza alla penitenza, alla catechesi e all’evangelizzazione. Diverse norme ecclesiali hanno negli anni disciplinato le regole facendo abbandonare le forme penitenziali esasperate e perseguendo un atteggiamento più religioso e spirituale.

Un tempo le Confraternite nel Cilento si incamminavano a piedi e raggiungevano i paesi limitrofi. Il campanilismo era esagerato ed esasperato, e spesso per una mancata precedenza o per un errato saluto si litigava in modo violento, soprattutto quando si era sotto l’effetto di alcolici che venivano offerti dalla popolazione.

Partendo dai paesi di appartenenza e per omaggiare i “sepolcri”, le Confraternite fanno il giro dei borghi più importanti, per sfidare le altre consorelle in una sorta di competizione canora inneggiante la vita e la passione di Cristo, della Madonna e dei Santi. Essa avviene realizzando un percorso circolare tra le navate della chiesa, intervallato dai canti, l’elemento più caratteristico della cerimonia.

Il canto è una sorta di sublimazione della voce per “elevare il corpo e metterlo al servizio della fede e della spiritualità”. Si tratta di un supporto espressivo dell’emozione, della pietà, della gioia o della tristezza, dell’estasi e della compassione che accompagna i riti e le cerimonie.

Nel Cilento, il canto è commovente e lamentoso, “un appello al perdono, all’espiazione, all’adorazione reverenziale”. I canti riprendono le antiche melodie contadine, le laudi, che meditano sulla passione di Cristo nel periodo della Settimana Santa. Sostiene Agamennone, che ha studiato i canti cilentani, che si “carica su una sola sillaba testuale un gruppo di note ad altezze diverse, modulando l’intonazione senza interrompere l’emissione vocale”, con un preciso significato liturgico che esprime la gioia eterna e divina (M. Agamennone, “Varco le soglie e vedo”, Edizioni Squilibri, 2008).

Assistendo ai canti del Venerdì Santo nel Cilento Antico, Agamennone notò una certa originalità: “i tratti di tipicità consistono soprattutto nella linea melodica prevalente e nel sostegno su note tenute di bordone eseguite da cantori che qui nella tradizione delle congreghe chiamano bassi”.

Un’altra caratteristica tipica della zona è individuabile in certe forme di emissione della voce: “una voce ingolata che produce notevoli effetti armonici nella regione acustica”.

Si può sostenere che le specificità dei canti (così come tracciate da Agamennone) possano costituire alcuni elementi identitari cilentani.

I “simboli” di queste forme rituali sono legati agli abiti indossati dai confratelli (cumpràti):

  1. un camice bianco con cappuccio, che richiama da un lato la tunica indossata da Gesù nella Via Crucis, mentre il cappuccio è inteso come protezione e conservazione dell’energia spirituale;
  2. un corto mantello (mozzetto), differente per ogni Confraternita, che si riferisce alla “cappa magna” di un dignitario non religioso e rievoca la protezione, la difesa, l’impenetrabilità;
  3. il cingolo è la corda portata ai fianchi che richiama alle funi con cui fu legato Cristo (si tratta di una corda con diversi nodi, di numero dispari, che ricordano i momenti della “Passione”);
  4. lo stemma, il “signum”, riporta l’effigie del Santo che caratterizza la confraternita;
  5. un lungo bastone un tempo, insieme al cingolo, era simbolo di umiltà e penitenza (in genere lo porta il priore, i confratelli che ricoprono cariche importanti e i più anziani).

I colori, che da soli evocano e sostituiscono le parole, come veicolo di comunicazione a livello simbolico si situano verso l’alto (l’uomo che si colloca tra la terra e Dio) e verso il basso (in rapporto al corpo).

Nel caso delle Confraternite gli abiti racchiudono particolari tratti distintivi:

  1. il bianco è il colore delle cappe indossate un tempo dai flagellanti;
  2. il rosso è il fuoco della carità che infiamma il cuore e il simbolo assoluto della divinità;
  3. il marrone richiama l’Ordine Carmelitano;
  4. l’azzurro è il colore della Madonna;
  5. il nero è il simbolo della terra che ha dato la vita e che ospita anche il ritorno con la morte. (Morel, citato)

Il rito delle Confraternite si caratterizza per un inizio (l’opera di vestizione e il raduno prima di iniziare il pellegrinaggio), uno svolgimento (l’intera giornata con tutti i momenti di canto e preghiera e i movimenti ripetuti di anno in anno) e una conclusione necessaria per chiudere con profondo trasporto la giornata di passione e penitenza.

In sintesi, gli elementi caratteristici sono rappresentati dagli abiti tipici dei confratelli, come strumento di significazione e comunicazione, rappresentano, insieme ai loro simboli religiosi, la specificità della propria comunità di appartenenza; dal pellegrinaggio/processione, inteso come ricerca religiosa e “ricordo o riproduzione del cammino spirituale verso Dio”, è da cogliere come metafora del viaggio tra comunità limitrofe, in cui avvengono scambi culturali e momenti di socializzazione; da una cerimonia ufficiale che si sviluppa in un tempo e in un luogo prefissato (chiesa), con un rituale corale per intonare i canti. La sosta al sepolcro è suggestiva: il bacio (adorazione) che i confratelli a coppia in ginocchio eseguono davanti al Sepolcro, con tre inchini di cui due simultanei verso gli altari e uno tra due confratelli; dai comportamenti dei partecipanti, legati ai gesti, ai movimenti, alle espressioni, alla preghiera, al canto. Si è mantenuto in molti casi il battito disciplinae (flagellazione) con cordicelle, : i confratelli si percuotono tre volte la schiena per espiare le colpe.

Per la Confraternita, è importante il momento della penitenza, il processo di conversione a Dio attraverso il riconoscimento del peccato e il proposito di una vita santa. Considerando che la fede senza le opere è morta, la religione popolare ha sempre dato importanza alle opere di penitenza, contrizione e riparazione per permettere di “elevarsi per sbarazzarsi dagli errori commessi”, alle attività caritative non disgiunte dal culto pubblico. Colui che non riesce a pentirsi e a chiedere perdono riceve, tramite l’uso della disciplina, la grazia da Dio di pentirsi e diventare umile: flagellandosi, realizzando un “atto mistico investito del potere di aumentare il fervore spirituale”, l’uomo libererà il suo cuore dall’orgoglio e dalle passioni.

Il rito del canto delle Confraternite nei paesi del Cilento Antico è riproposto anno dopo anno con comportamenti e funzioni che esaltano la religiosità popolare ed attirano molti turisti, interessati ad ascoltare le voci dei confratelli, ad ammirare i loro tratti distintivi, i loro costumi, i loro simboli. Sono tante le emozioni che provano le persone più sensibili osservando i quelle persone stranamente vestite che entrano ed escono dalle chiese, percorrono le strade dei paesi, sfoggiano i loro simboli, sempre preceduti dall’intonazione di un miserère.

 

6 Responses to “Le Confraternite nella tradizione identitaria cilentana”

  1. pina

    molto interessante Buona Pasqua

  2. pina

    grazie Buona Pasqua

  3. Luigi Leuzzi

    Una analisi dettagliata dei riti delle confraternite del Monte Stella con attenzione alle corrispondenze simboliche ed archetipiche.
    La dimostrazione in chave antropologica-culturale che a partire da un tempo originario in cui prevaleva un sistema matrilineare ed un tempo ciclico si sia pervenuti ad una ideologia indeuropea con un nume maschile declinato in una temporalita’ escatologica.Una lezione per coloro che semplicisticamente rifuutanto un ubi consistam identitario per le antiche Terre del Cilento.

  4. Vincenzo Di GIRONIMO

    Grazie, Prof. MARTUCCI. Il suo saggio è illuminante e chiarificatore. Anni fa, accompagnato dal compianto Amedeo La Greca avevo visitato i borghi del Monte Stella per assistere ai riti del Venerdì Santo. effettuati dalle varie Confraternite. Furono momenti emozionanti. Ancora GRAZIE e AUGURI per la PASQUA:
    Vincenzo Di Gironimo

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