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Il nome del mese deriva da Giunone, dal latino Iūnius (mensis), derivato di Iuno ‘Giunone’, la dea cui era dedicato. È il Mese del Sole, il sesto dell’anno secondo il calendario gregoriano, la cui denominazione riporta alla corrispondenza del 21º giorno del mese, ovvero il solstizio d’estate, in cui l’asse terrestre presenta un’inclinazione tale da garantire la massima durata di luce. In contrasto con il solstizio d’estate, c’è il solstizio d’inverno, che cade il 22 dicembre e rappresenta il giorno dell’anno solare più corto, quando l’asse terrestre raggiunge un valore di declinazione negativa con l’inizio della stagione invernale nell’emisfero boreale.

La principale caratteristica è legata ai riti in onore di San Giovanni, nato secondo la sua agiografia il 24 giugno: è il santo asceta, frutto tardivo dell’unione tra Elisabetta e Zaccaria, che balzò nella pancia della madre per onorare il concepimento di Cristo. Fu lui, vestito di pelle di cammello a riconoscere Gesù come il figlio prediletto e battezzarlo nelle acque del Giordano. La sua vita mortificatissima trascorse quasi tutta nel deserto e nella predicazione del regno messianico. Alla sua morte, nel 35 d.C., i suoi discepoli portarono via il corpo per seppellirlo; durante il periodo medioevale, la sua testa giunse a Roma, dove fu posta alla pubblica venerazione nella Chiesa di “San Silvestro in Capite”. Si narra che la reliquia fu portata dai monaci greci che vivevano ai tempi di papa Paolo I, intorno all’anno 761 d.C.

Sono centinaia i riti in Italia per rievocare la notte magica di San Giovanni, a partire dai falò purificatori per scacciare le tenebre e celebrare il bene. Si bruciano le erbe vecchie, si salta il fuoco per avere fortuna, scacciare il malocchio. È importante poi la facoltà di premonizione nella notte che precede la festa del santo, il 23 giugno, che serve ad individuare il proprio futuro; oppure, è la notte di streghe e demoni, ma anche del bene che vince sul male, della luce che prevale sulle forze occulte della natura. Si narra che, la sera prima di andare a letto, la popolazione poneva dietro la porta una scopa di saggina: la strega, costretta a contarne i fili, temendo l’arrivo del giorno, fuggiva e dunque non poteva arrecare del male ad alcuno.

Si è parlato del fuoco: chi svolge rituali in tal senso si carica della positività degli effetti benefici del potere del fuoco, per combattere le malattie. Accendere un fuoco serve a sottolineare l’energia morente del sole, il passaggio dal buio alla luce, dalla morte alla vita.

In altri rituali, si raccolgono sette tipologie di erbe che si pongono sotto il guanciale la notte: l’erba di San Giovanni è detta Scacciadiavoli contro il malocchio; l’artemisia, cintura del diavolo, è per la fertilità; si usano anche la lavanda, la ruta, la malva, la mentuccia, il rosmarino, la salvia, anche il prezzemolo, l’aglio. La rugiada che copre i prati nella notte del Solstizio d’estate o di San Giovanni (il 23 giugno) ha capacità di purificazione e emendazione. Camminare o sdraiarsi nei campi la mattina presto, o meglio raccoglierla in un telo e poi strizzarla, berla, allontana il malocchio e favorisce la fecondità.

In molti paesi, quella notte permette alle donne che vogliono sposarsi di “vedere” il futuro marito, o nel riflesso di un pozzo, di uno specchio, oppure in sogno. Si usa anche rompere un uovo (di gallina bianca) e versarne l’albume in un bicchiere d’acqua, da lasciare sulla finestra perché raccolga la rugiada di San Giovanni. Il mattino, la forma composta dall’uovo svelerà informazioni sul futuro marito.

In una testimonianza raccolta, ad una ragazza che aveva sposato un vedovo un’amica chiese come avesse fatto a prendersi un vecchio. La donna disse: “È stata una fortuna, perché la Notte di San Giovanni dall’albume era apparso un nano con una grande gobba”. Nel Cilento, la forma dell’albume individuava anche il futuro: una vela indicava un viaggio in America, dunque l’aspirazione di poter mutare la triste condizione di vita. La presenza dell’uovo è interessante: esso rappresenta la vita, un simbolismo che segna la rinascita nel periodo più fecondo dell’anno. L’uovo è l’involucro materiale da cui si sviluppa la manifestazione concreta della vita, il segno della perfezione e simbolo cristiano della rinascita. (Martucci P., La festa, le credenze e i riti. I significati della Notte di San Giovanni nel Cilento, in Il Postiglione, anno XXI numero ventidue, giugno 2009, pp. 205-216)

Sulla Notte di San Giovanni, nel Cilento si rievocano rituali tradizionali. I paesi che festeggiano il santo sono numerosi. A Castel San Lorenzo, ad esempio, il rito prevede la presenza di più santi e la partecipazione di fedeli scalzi che indossano i loro abiti; ad Eredita si svolgeva il tradizionale Volo dell’Angelo con l’omaggio floreale all’icona di San Giovanni; a Roccagloriosa la statua è portata in processione con due fasce ornate di “ex voto”. (Martucci P., cit.)

Maggio è anche la festa del Solstizio, il momento in cui il Sole si trova a Nord dell’Equatore Celeste ed inizia il suo declino: per questo, quel periodo veniva chiamato “porta degli uomini”, mentre quello invernale “porta degli dei”. Il dio Giano, incontrato già a gennaio per rilevare il passaggio dall’inverno alla primavera, dalla morte alla vita, è una divinità esclusivamente italica, il custode delle porte e dell’iniziazione, il simbolo del passaggio verso l’infinito. Dunque passaggio, attraversamento, cambiamento, che comporta l’eliminazione simbolica della condizione precedente. Giano, colui che è bifronte e vede dietro e avanti, che aveva accolto il dio dell’agricoltura Saturno, ricevette da quest’ultimo il dono di vedere sia il passato che il futuro. In questo periodo il dio è il signore delle acque, soprattutto quelle della convergenza tra affluenti che stanno a destra e a sinistra dello stesso corso d’acqua: è interessante notare che il Gianicolo a Roma si affaccia su un lato del Tevere ove è presente un guado, un passaggio.

Durante il solstizio il visibile e l’invisibile si fondono. È la notte dei presagi in cui si poteva comunicare con l’ignoto. È la notte dell’impossibile, dei prodigi e delle “streghe”, che porta con sé tantissime tradizioni e riti magici che ancora oggi si intrecciano alimentando e rendendo più affascinante la cultura popolare.


Dalla tradizione popolare


GIUGNO


(con la falce, la serrecchia, ed un fiasco, la varlecchia, dal quale beve vino. Si ripromette di uccidere l’ultimo ciuffo di grano dove si è rifugiata la vecchia, ovvero la signora della mietitura)


Io so’ Giugno cu la mia serrecchia

vào a mète quanno stàje in cicerchia.

Si pe’ ‘nnanti me sconta na vecchia,

l’afferrarìa cu sta serrecchia.

Ma quanno mai aggiu visto tanta vecchie,

trentasei carrati vajie la mia varlecchia!

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