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Ricevo e pubblico due brani di Antonio Pellegrino. Nella foto c’è Gerry il pastore, chiamato anche Fiore.

 

Fiore!

Sempi u solitu futuru, Gerry tra 20 anni vede sempre il solito futuro! Io lo conosco da sempre, forse è il primo pastore che ho conosciuto, Gerardo Esposito, figlio di cumpaPietro e cummaMaria ri Mastuangilu. È stato per molti anni anche il manovale di mio nonno, minavanu cauci, ovvero intonacavano case quando lo sport popolare era fare case. Quando ero piccolo, la sera, la mia casa si riempiva di gente, Gerry era uno di loro, un vicinato che conosceva l’intrattenimento senza il telecomando, che conosceva il vino solo dopo aver conosciuto la vigna e il pane non era mai un segreto. Gerry guida il motozappa ma non ha patente, e ancora uagliuni, non ha trovato moglie e non ha mai fatto la transumanza. La sua è una pastorizia stanziale, fatta delle pietre della Costa e dei campi delle Vaddi, di Sant’Unufrio, Santu Nicola, della Carcarula e di Vutimari. Il suo centro è la Mennula, ieri un avamposto per entrare a Caselle, oggi la periferia rurale più prossima al paese. La sua stalla non è una stalla o almeno non si chiama così. Le sue mucche non si spremono, i suoi formaggi non si mangiano, Gerry non trasforma. La sua carne però l’ho mangiata, i suoi vitelli qualche chianchiere prima li comprava e forse pure oggi qualcuno li compra. Io Gerry lo chiamo anche Fiore, un qualcosa che ha poco a che vedere con i petali e i colori. Fiore, cumpaFiore, è il soprannome di un commerciante di animali, un commerciante di ciucci, qualcuno che per noi quando gli affari non vanno bene diventa nu zingaru ra chiana. Gerry lo ha adottato come cavallo di battaglia, il suo tormentone che accompagna sempre con il sorriso. Così insieme ai versi e alle bestemmie, quando la lingua si fa sedimento e inizia il gioco, Gerry chiama gli altri Fiore! È cosi che io ho imparato a chiamarlo Fiore, per riflesso, per scambio, senza che questo diventi nu paranome e ho imparato pure che Fiore viene subito dopo compà! Gerry sa tutto di me ed io tutto di lui, mi ha visto crescere e fare tante cose. Lui è sempre là e da quando la calce non si impasta più con la sabbia e l’acqua con euforia non ha più lavorato. Ha combattuto anche contro il male, qualcuno a Rionero ha fatto bene il suo lavoro e Gerry è contento di essere tornato nel suo futuro. Gerry è un buono, un buon pastore, uno che non fa il formaggio, che chiama gli altri Fiore e che tra 20 anni sarà sempre presente, nel senso del tempo, del futuro che non cambia, di quel dolce profumo del c’era una volta un futuro.

 

 

Catuozzo Vs bagnarola

L’Appennino è un’unità territoriale d’insieme fatto di memorie, di paesi e di boschi diffusi. Le montagne e le colline che si snodano in mezzo al mediterraneo, sono come una madia per impastare il pane, e le persone che le abitano, il lievito che le ha fatte fermentare, arginare, confinare. I luoghi sono così, un insieme di vite e di culture che si animano per riconoscersi, per replicarsi, per relazionarsi. A Calvanico c’è un mio compare che conosce il bosco, la montagna, la madia, e che replica memorie mettendole a lucido come si fa con i bimbi il giorno della festa. Mi ricordo il bagno che mia madre faceva a me e mio fratello nella bagnarola la mattina di San Rocco. L’acqua si scaldava sui fornelli, e la plastica allora era solo una comodità estetica e funzionale. Ebbene, quelle mattine uscivamo con i vestiti nuovi e ci presentavamo al paese lindi e pinti. Pure noi eravamo memorie, era scritto nelle nostre facce e nei nostri temperamenti. Oggi la festa di San Rocco è in mezzo a un marasma di dimenticanza e nessuno ripudia le lebbrosità di questa modernità . Ma la memoria, che non é la storia, gioca partite strane, come le micorrize scambia ruoli e posizioni negli alberi genealogici dei nostri paesi. La quercia, il castagno, il carpino, l’acero, il leccio, si scambiano cibo e informazioni attraverso i filamenti sotterranei della più grande forma di vita del pianeta. Così Bosconauta e Baffone, Gherardo e Michele, si scambiano allo stesso modo cibo e informazioni. Il bosco é cibo e informazioni. La memoria torna vivida, linda e pinta, e il catuozzo prende forma come il forno per cuocere il pane. Baffone lo anima con la metafora: le spalle, le costole, il petto, la bocca! Il catuozzo è antropomorfismo prima di essere carbone. Il bosco, prima spogliato e poi rivestito, riassume una forma che sarà energia nera, poi rossa, poi cenere. In questi colori forse l’anima segreta del bosco! L’ energia e la tecnologia sono le vere proprietà indigene, e la memoria e la volontà, sono l’unica possibilità per attivarle. La memoria va lucidata, la volontà praticata. La bagnarola di quando ero piccolo, oggi é diventata un megamiliardo di particelle nel mare, nell’aria, e di certo respiriamo più plastica che fumo di catuozzo. La memoria lucida, viva, linda e pinta é una verità sia per il catuozzo che per la bagnarola, sono entrambi questioni per il futuro. San Rocco intanto arriverà tra un paio di settimane. Arriverà un’ altra festa senza festa in un marasma di feste. Avrei voluto accendere il catuozzo e immaginare che il sole che brucia senza bruciare, fosse qualcosa in più della pirolisi. Forse lo é. Il fuoco senza fuoco del catuozzo è qualcosa in più della scienza e del mercato. La bagnarola è stata una comodità di sola scienza e solo mercato. Perciò Viva il bosco di Calvanico, viva CompaMichele e Baffone, viva Emanuele, viva zipeppe e Italo, viva l’Appennino e la memoria che continua a vivere. Viva, viva, viva ogni memoria che ci ricorda che il bosco si muove sempre e che l’albero, per muoversi, mette le radici. Il catuozzo è la bagnarola sono solo due tecnologie. Una é fatta di uomini e bosco, l’altra di uomini e plastica.

 

Antonio Pellegrino

 

 

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