Nell’ultimo decennio del Novecento, furono avviate le prime esperienze per favorire l’integrazione dei pazienti psichiatrici nel mondo del lavoro.
Un passaggio fondamentale fu determinato dalla Legge 381/1991, che segnò una svolta decisiva permettendo di regolarizzare i pazienti come lavoratori a tutti gli effetti. Da quel momento, il sostegno alla persona nel suo nuovo ruolo di lavoratore divenne centrale, con l’intento di accompagnarla in una nuova dimensione del vivere.
Lavorare, infatti, non significa soltanto percepire un reddito, ma intraprendere un percorso di crescita umana e sociale, partendo da un piano formativo tecnico, che prevede specifici corsi di addestramento per le diverse mansioni, un percorso di apprendimento e verifica delle prestazioni individuali, considerando il profilo professionale e relazionale.
Un tempo, nelle strutture psichiatriche, si praticava l’ergoterapia, oggi definita terapia occupazionale: una disciplina riabilitativa che promuove la salute e il benessere attraverso l’occupazione, mediante lo svolgimento di attività quotidiane, manuali e ludiche. L’obiettivo era quello di migliorare le capacità di adattamento fisico, cognitivo e psicologico della persona. Tuttavia, era necessario trovare un modo per restituire ai pazienti diritti, dignità e socialità, elementi fondamentali di qualsiasi percorso terapeutico.
Questo cambiamento è stato possibile grazie allo psichiatra triestino Franco Basaglia, che con la legge 180/1978 ha avviato una profonda riforma del sistema psichiatrico italiano, permettendo progressivamente ai pazienti psichiatrici l’inclusione nel mondo del lavoro, recuperando l’orgoglio di contribuire alla propria indipendenza economica e al bene comune, anziché percepirsi come un peso per i familiari e per la comunità.
Il lavoro regolarmente retribuito rappresenta infatti uno strumento indispensabile di riabilitazione e di autonomia personale, anche se il percorso che il lavoratore disabile deve intraprendere è estremamente lungo e complesso: egli deve poter contare su accompagnatori, strumenti organizzativi, tappe calibrate sulle potenzialità di ciascuno, attivando un patto di collaborazione e confronto fra una rete multiprofessionale.
Il principio da tenere presente è l’inclusione: l’ingresso nel mercato del lavoro e il mantenimento del posto di lavoro, con la consapevolezza che la finalità ultima è il benessere del paziente. Determinante è la formazione, che deve operare con interventi individualizzati per lo sviluppo di competenze da costruire ed integrare nei vari ambiti sociali.
Le ricerche e le esperienze dimostrano che la riabilitazione psichiatrica restituisce la persona alla società, consentendole di recuperare un ruolo produttivo, ma allenta anche il carico familiare, previene le ricadute, riduce l’uso dei farmaci e il ricorso all’ospedalizzazione.
Di seguito il saggio completo.
00 lavoro pazienti psichiatrici
(Il saggio è un lavoro introduttivo ad una ricerca di prossima pubblicazione)
Un’attenta e precisa analisi, questa del sociologo Martucci,sull’inserimento lavorativo dei pazienti psichiatrici. Una riflessione sulla necessità del loro accompagnamento attraverso una formazione adeguata. Puntuale e particolareggiata la disamina spazia dalla situazione attuale, dalla Legge Quadro alla Convenzione ONU. Le tante problematiche, i benefici e le criticità affrontate, permettono al lettore di focalizzare un problema così pressante, questo del percorso che vede la Società impegnata al miglioramento di vita degli individui fragili!
Grazie, questione rilevante nelle nostre società incerte e sospese.
La riabilitazione in Psichiatria attualmente e’ sempre pou’ orientata verso l’ inclusione sociale come attestato dall’introduzione drl badget di Salute Mentale .Tuttavia esistono differenze regionali insormontabili che impediscono di rinvenire in maniera egualitaria occosioni di crescita e promozione individuale e collettiva in termini di autonomia ed indipendenza economica .Nella realta’ invece vi e’ una diffusa strumentalizzazione delle tecniche e delle funzioni cognitive alla base del recupero di una performance adeguata per il ripristino di abilita’ sociali oggetto di programmi cibernetici che a mio avviso rinforzano l’alienazione tipica di una psichiatria parcelizzante e senz’ anima che ricerca biomarkers ed algoritmi sempre piu’ distanti dall’incontro autentico con la persona sofferente a livello intrapsichico comunemente definita affetta da una malattia mentale .Appare evidente che ogni ricerca sulla riabitazione rinviene diversi elementi di criticita’