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«Pace, concordia, fratellanza: c’è da chiedersi come sia potuto accadere che la Commedia, un poema di ben 100 canti, e di 14.233 versi, non abbia mai trovato in tanti secoli chi ne individuasse il più forte elemento che li aggrega, e chi giungesse a captare il segnale che con tanta forza erompe dalla coincidenza del suo apice numerico con quello narrativo della più profonda aspirazione del suo autore, l’empatia della Pace». (M. Aversano, “Dante poeta della pace”, Genesi, 2019, p. 20)

Il dantista Mario Aversano, di cui sono da apprezzare l’originalità degli scritti e le tesi veramente innovative, ha impiegato 50 anni, attraverso un lavoro durissimo, nella decodifica di Dante, dal primo all’ultimo verso. È oggi disponibile il libro: M. Aversano, “Dante poeta della pace. Il canto I dell’«Inferno»: come leggere la «Commedia»” (Genesi, 2019), che offre un saggio del nuovo modo di spiegare la “Commedia”, e fa anche da apripista ad un lavoro che proseguirà con i principi di base e una serie di documenti che hanno permesso una svolta notevole nell’interpretazione del sommo poeta.

In questo volume, l’autore si dedica al commento del I° canto dell’«Inferno» ritenendo l’inaffidabilità delle note che hanno da sempre caratterizzato la Divina Commedia. Ma Aversano fa di più: produce una introduzione in cui sintetizza il nuovo approccio allo studio di Dante, che deve distinguersi dal vecchio modo di considerare il poeta “arretrato, reazionario, polemico, visceralmente di parte, vendicativo, arcigno, insensibile”. Qui la tesi si fa più interessante: “si destinano alla classica damnatio anche le ricerche che ricompongono le reali fattezze del suo volto”, riproponendo un profilo “severo indubbiamente, ma anche sereno, dolcissimo e luminoso perché sorretto dalla speranza”, ovvero il contrario della ritrattistica tradizionale che non conterrebbe valide prove testimoniali. (Aversano, “Dante poeta della pace”, p. 17)

Nel 2003 Aversano diede l’annuncio della sua scoperta durante il LXXVI Congresso internazionale della “Società Dante Alighieri”, Siena, 25-27 settembre 2003, con la prolusione: “Dante e l’uomo del Rinascimento”, individuando Dante tra le figurazioni dell’Allegoria del Buon Governo, dipinto di Ambrogio Lorenzetti che si trova all’interno del Salone della Pace del Palazzo Pubblico di Siena. Facendo un passo indietro, l’autore aveva già in precedenza prodotto una serie di volumi su Dante. Ne cito alcuni: “Il velo di Venere. Allegoria e teologia dell’immaginario dantesco”, Federico&Ardia, 1984; “La quinta ruota. Studi sulla Commedia”, Tirrenia Stampatori, 1988; “San Bernardo e Dante. Teologia e poesia della conversione”, Edisud, 1990; “Un nuovo Dante. Il realismo teologico dell’Inferno”, Il Calamaio, 1992; “Dante cristiano. La selva, Francesca, Ulisse e la struttura dell’Inferno”, Il Calamaio, 1994; “Caron dimonio e l’Angelo nocchiero. Per un principio di filologia dantesca”, Il Calamaio, 1996; “Dante daccapo, Il Paradiso”, WM Group, 2001.

Questi i lavori prima della sua scoperta, di cui scrive in maniera diffusa nel saggio: M. Aversano, “Dante e il suo ritratto nella Sala della Pace di Ambrogio Lorenzetti”, in AA.VV. “Lectura Dantis”, a cura di A. Cerbo, Università L’Orientale, tomo II, 2011, pp. 489-542. Per la verità, lo studioso ha insistito con queste sue argomentazioni in numerosi interventi: come anticipato, il LXXVI Congresso internazionale della “Società Dante Alighieri”, i cui Atti sono stati pubblicati nel 2005; “Dante in Simone Martini e Ambrogio Lorenzetti”, 17 marzo 2004, Università L’Orientale; “Allegoria del buon governo. Il ritratto di Dante di Ambrogio Lorenzetti”, Palazzo della Provincia di Salerno, 2005. Poi ha continuato con la sua produzione di scritti, fino al “Dante poeta della pace” e ai recentissimi commenti della Divina Commedia.

La tesi di fondo dell’autore è che Dante, oltre alla grandezza di versi e terzine, deve essere calato nei contenuti e valori della buona politica e della pace, che hanno reso l’Italia maestra di civiltà. Nell’elaborazione del vero ritratto di Dante, parte dunque da: Allegoria del Buon Governo, dipinto quando il poeta è morto da diversi anni. Quel quadro propone temi rilevanti: la Sapienza; la Giustizia; il Buon Governo; la Concordia. Le corde, che uniscono e tengono legati, concordi i cittadini, sono attorcigliate a formare un cordone. Il corteo si muove verso destra dove si trova la lupa capitolina con i gemelli; la corda è, quindi, consegnata al Buon Governo che la regge legata al polso e con la mano sinistra sostiene lo scettro del potere. Ci sono 24 personaggi (cittadini, ministri, esponenti importanti di Siena): il terzo è Dante, con la mantellina bianca, la corda al braccio e un fazzoletto.

È il Dante che intima ai reggenti di non distogliere gli occhi dalla Sapienza, posta in alto a cui si rivolge la Giustizia. Ai lati del Buon Governo si trovano le quattro virtù cardinali: Giustizia, Temperanza, Prudenza e Fortezza, cui si aggiungono anche la Pace e la Magnanimità. In basso è schierato l’esercito cittadino. La Sapienza Divina, in alto a sinistra, identificata con un paio d’ali e una corona che regge un libro e la bilancia. La Giustizia, invece, ha una funzione amministrativa e per questo volge il viso verso la Sapienza Divina. La Concordia, diretta emanazione della Giustizia, è seduta su un trono e raccoglie le corde, che servono ad appianare i contrasti. Sul grembo mostra una pialla simbolo dell’uguaglianza. Il senso è di una Giustizia, ispirata da Dio e amministrata secondo i principi del Buon Governo.

In quell’affresco, c’è Dante, non più ritratto dalla orrida maschera funeraria, ma da giovane, sereno e fiducioso in Dio. Mario Aversano lo ha scoperto a Siena tra l’indifferenza dei più.

Si avverte una similitudine tra il dipinto: Allegoria del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti e la parte centrale della Divina Commedia, proprio quella che esalta il ruolo del consigliere per auspicare e tendere al Buon Governo della città. Centrale è il ritratto del sapiente che conduce il Principe, il Reggente, colui che detiene il potere nell’accezione attuale, sulla strada della Giustizia e del Buon Governo.

Interessante dell’Aversano è il riferimento alla parte nel mezzo della Divina Commedia, i canti 16° e 17° del Purgatorio, in cui sono posti i temi del consigliere, con riferimento a Marco Lombardo (16°), figura minore per fama ma non per l’opera, in cui il sommo poeta rispecchia se stesso, il dotto, colui che si adopra per consigliare per il bene della civitas. Ed esercita proprio consigli benevoli per il bene comune, per permettere di perseguire le virtù, altro dal male della tirannide. L’autore definisce centrali quattro canti: il primo dell’Inferno, l’ultimo del Paradiso, i due citati del Purgatorio. Si tratta del passaggio dall’aldilà alla visione di Dio, il principio e la fine; e poi il centro con i due canti del Purgatorio, che contengono i motivi civili e politici.

Tornando alla rappresentazione del dipinto, le riunioni avvenivano nel Consilium, da Dante inteso come determinante in quanto preposto all’azione del savio, dell’intellettuale, la terza auctoritas, dopo il sacerdotium e l’imperium, e poi proprio il luogo in cui domina il primato della cultura, oggi sarebbe l’intellighentia. Dunque il centro (ruolo esercitato dal buon consigliere) è da intendere come equidistanza, ma anche mediazione, stare nel mezzo tra il bene e il male per poter discernere e far affermare il primo, agendo per differenze, perché il male deve essere descritto per non riproporlo.

L’opera intera del Lorenzetti, realizzata tra il 1337 e il 1339, ripropone quattro parti. Il primo affresco è il citato ed importante Allegoria del buon governo; poi gli Effetti del buon governo; in seguito, Allegoria del mal governo; e per concludere, Effetti del mal governo. Se il Buon Governo presenta simboli positivi, dall’altra parte c’è il tiranno e le virtù contrarie, le devastazioni e la guerra. Dal lato del tiranno, ci sono proprio gli elementi che portano a rompere la concordia: timore, superbia, vanagloria, iracondia, guerra.

Se nel 16° del Purgatorio c’è Lombardo, il consigliere moderno, nel 17° nella prima parte ci sono le visioni dantesche, che conducono a disprezzare i consiglieri malvagi (Aman) e riscontrare il buon governo di Assuero e del suo consigliere Mardocheo. Nella seconda parte, si parla dell’ordinamento morale. Qui l’esigenza è di giustizia e concordia, contrapposta alla discordia di Firenze, città divisa.

Aversano parla di questo Dante, che utilizza la Commedia per poter esemplificare e tendere al Buon Governo, per trovare i nomi e le azioni di coloro che si sono distinti nell’esercizio del bene e dunque rifuggire le azioni tendenti al male. Tutto ciò è ben impresso nel dipinto di Ambrogio Lorenzetti, dove è rappresentato il Dante nella posizione rivolta verso l’alto, tendente alle virtù da perseguire. Del resto, è la politica su tutto, ovvero la pratica politica, la buona politica, suggerita dal consigliere, che poi è lo stesso Dante quando percorre i territori di mezza Italia dopo l’espulsione da Firenze.

L’autore suggerisce ancora il Palazzo pubblico di Siena, che custodisce lo stupendo affresco “La maestà” di Simone Martini. Qui il bambino in grembo alla Madonna fa scorrere un rotolo in cui è esaltato l’amore per la giustizia, la stessa riportata da Dante nel Paradiso. L’affresco è del 1315, e riporta scritte in terzine, proprio quelle dantesche. Qui si propone il problema dei versi attribuiti da tutti a Dante, anche se il Paradiso, in cui sono presenti questi motivi, è stato scritto dopo. Una possibile spiegazione è che il buon governo e i buoni consiglieri erano legati ad una conoscenza del Dante politico, o meglio consigliere, che si muoveva tra le città pervase da tiranni, in cui utilizzava la parola come verità, solo quando tendente alla giustizia.

Ora è da dire che Mario Aversano ha ricevuto pochi riconoscimenti ed è stato dai più sottovalutato, nonostante le sue essenziali e proficue scoperte, oltre che il commento ai versi dell’intera Divina Commedia con un approccio puntuale e rigoroso.

L’auspicio è che proprio quest’anno, il più celebrato del sommo poeta, possa costituire l’occasione per rilevare e riparare ad una profonda e grande ingiustizia che è stata compiuta nei riguardi di un autore che, con il duro lavoro, è riuscito a rendere più vivo il ritratto di Dante, sollevandolo dall’astrusità di versi mal commentati che hanno sempre costituito scogli insormontabili per studenti ed ammiratori del nostro più grande poeta.

Nella sezione pubblicazioni, è riproposta l’intervista integrale: “Dante poeta della pace”, realizzata da Sandro Gros-Pietro a Mario Aversano, per conto della rivista di formazione e cultura: “Vernice”.

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