Non esiste un genere musicale come il blues, caratterizzato per le emozioni liriche e le melodie sensuali, che ha avuto un impatto notevole partendo dagli Stati Uniti per affermarsi in tutto il mondo. È stato un mezzo di espressione musicale e canoro che, idealizzando alcuni modelli di vita, ha assunto caratteristiche transculturali dando il via alla musica popolare del Novecento.
La musica non poteva non essere condizionata dagli ambienti geografici e sociali in cui emergevano musicisti di umile origine. La loro vicenda è stata a lungo disconosciuta perché non si è riuscito a coniugare l’idea della musica come parte integrante di una vita fatta di povertà, riscatto, genialità e fallimenti, ma anche momenti di espressione artistica.
Nella regione del Delta del fiume Mississippi non c’era ricchezza, ma solo schiavi provenienti dalla lontana Africa: era una vasta zona che si distendeva tra sterminati campi di cotone. In questo contesto, si realizzano i field hollers, quei lunghi richiami urlati dagli schiavi, quei rumorosi gridi che crescono e poi esplodono in un falsetto: venivano suonati poi strumenti impensabili che producevano la musica blue della tristezza.
Gli schiavi provenienti dall’Africa, non avendo neppure una comunità stabile, si sentivano isolati e sradicati. Nei loro canti era rappresentata una condizione di alienazione completa, come nella zona del Delta che a differenza del jazz di New Orleans, frutto di una comunità mista e in pieno fermento, produceva una musica creata da uomini soli che richiamavano i canti/lamenti gridati nei campi di cotone coltivati per i ricchi.
Possiamo dire che il blues nasce con canzoni eseguite con spirito travagliato: quei canti del lavoro, worksongs, sono vere testimonianze di una cultura che risale al 1867, qualche anno dopo la fine della guerra civile, quando gli schiavi afroamericani iniziano a godere di una minima libertà espressiva.
Uno degli strumenti che i padroni accettano era il banjo, che offre la possibilità di esibirsi in pubblico soprattutto il sabato sera. Il canto di gruppo si realizza attraverso il call and response; in seguito, si sviluppa un canto in solitaria, intonato a velocità diverse e più personali. Le prime registrazioni su disco dello stile field holler saranno realizzate nel 1930; in seguito le tipiche worksongs diventeranno decisive per la nascita del blues.
Henry Sloan è stato un musicista americano, uno dei più influenti chitarristi del Delta Blues ma anche uno dei meno conosciuti. Si sa infatti molto poco della sua vita, tranne alcune brevi testimonianze; ci sono tuttavia tracce di alcune esibizioni sorprendenti di artisti provenienti da quelle zone poverissime, a partire dagli anni venti del Novecento.
Charley Patton, una delle prime star mainstream del Delta Blues, finì sotto la tutela di Henry Sloan, che usava una modalità di suonare la chitarra che oggi verrebbe considerato un blues primigenio. Patton, che già a 19 anni divenne un esperto performer e songwriter, seguì Henry Sloan nei suoi viaggi.
Secondo varie ricerche, in particolare quelle dell’accademico americano David Evans, Henry Sloan nacque nel 1870 in un insediamento vicino a Jackson, Mississippi, da padre nero e madre nativa americana.
Nel 1900 viveva nella stessa comunità dove risiedevano le famiglie Patton e Chatmon, vicino a Bolton. Sebbene avesse solo 30 anni, Henry Sloan era elencato nel censimento degli USA come vedovo che viveva la condizione di contadino in una piantagione nella contea di Hind. Suo figlio e i nipoti vivevano lì vicino.
In quell’anno, le famiglie Sloan, Chatmon e Patton si trasferirono in blocco 100 miglia a nord nella piantagione Dockery, dove Henry Sloan continuò a dare consigli a Charley Patton. Quella fattoria e la piantagione erano il luogo in cui una schiera di leggendari musicisti del Delta Blues emersero per la prima volta. Molti di loro (Charley Patton, Tommy Johnson, Son House) pare avessero dichiarato Sloan loro insegnante, l’ideatore di quello che sarebbe diventato il tipico stile blues.
Si ipotizza che si sia trasferito a Chicago poco dopo la prima guerra mondiale. Pur non avendo lasciato registrazioni, Henry Sloan potrebbe aver scritto canzoni blues classiche, attribuite da tutti a Patton, come afferma il suo contemporaneo Tommy Johnson, una fonte però non troppo attendibile. È importante sottolineare che, secondo David Evans, fu il primo musicista a adattare le scampagnate all’accompagnamento della chitarra.
Pur non essendo notizia verificabile, sembra possibile che Henry Sloan fosse colui che William Christopher Handy sentì suonare la chitarra alla stazione ferroviaria di Tutwiler, vicino a Dockery Farms, nel 1903. Handy, che nasce in un ambiente estremamente religioso, che riteneva come quegli strumenti appartenessero al diavolo, sarà definito: The Father of the Blues.
Una notte, mentre aspetta un treno, Handy nota Henry Sloan che suona la musica più strana mai ascoltata; capisce che quella forma musicale non è ancora mai stata recepita in modo ufficiale. Si tratta di qualcosa di ancestrale che emerge nelle paludi del Mississippi, ma forse una forma ancora monocorde che non fa presa sul grande pubblico, quello abituato alle marcette orchestrali. Durante una serata live a Cleveland, il pubblico chiede una breve esibizione di tre musicisti non professionisti locali, armati di chitarra, mandolino e contrabbasso. Quel suono monocorde è quello ascoltato in stazione, grezzo e primitivo. Quando il brano finisce, il pubblico in visibilio fa comprendere a William Handy che la forma blues può funzionare.
Da quel momento, le canzoni provenienti dagli stati più malfamati del Sud cominciano ad essere ascoltate e fanno diventare famosi i successori di Henry Sloan.
Nella sua Autobiografia, Handy raccontò di un nero dinoccolato che pizzicava una chitarra, e mentre suonava utilizzava “la lama di un coltello sulle corde”. Il cantante ripeteva lo stesso gesto tre volte e produceva “una delle musiche più strane che avessi mai sentito”. Riportò che i suoi vestiti erano stracci e i suoi piedi spuntavano dalle scarpe; il suo volto aveva impresso la tristezza dei secoli, ma “il suo suono fu indimenticabile”.
Ulteriori ricerche basate sui documenti del censimento hanno suggerito che, nel 1920, Sloan e la sua famiglia vivessero intorno a West Memphis, nell’Arkansas.
Pare che la sua morte sia avvenuta all’età di 78 anni, il 13 marzo del 1948, nella Contea di Crittenden, anche se David Evans, volendo verificare la circostanza, scoprì che il tizio non era Henry. Ce n’erano due in giro nelle zone del Mississippi tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento, e quello di Crittenden non aveva vissuto nella contea di Hinds né era vicino a Charley Patton.
Non si può dimostrare che il blues sia nato proprio nel Delta, ma certamente si può affermare che qui si sia sviluppato con una tale intensità proprio perché è una musica ruvida e con pochi abbellimenti. La musica non ha le forme di blues di altre regioni: una distinzione riguarda certamente il piano emotivo che le canzoni del Delta manifestano attraverso radici profonde e particolarmente solide, che esprimono un suono capace di disegnare con le sue melodie la parte più profonda dell’anima. (Ted Gioia).
Nella storia degli Stati Uniti, il Delta del Mississippi ha uno stile di vita legato anche al “Movimento per i diritti civili” che sono sempre stati un elemento di quella musica. Il principio di humanitas è rapportato al sentimento di solidarietà nei confronti di coloro che condividono la stessa situazione e cercano nel sostegno reciproco il modo di affrontare le difficoltà del loro tempo.
Si tratta del senso di filantropia come comprensione delle ragioni dell’altro, in cui l’uomo non è nemico ma un essere da comprendere e aiutare. Queste posizioni si rapportano ad un movimento che riprende l’atto del provare il dolore condiviso, originato dalla comune condizione di miseria. Occorreva ripristinare quel principio di fraternité ereditato dalla Rivoluzione francese, che sanciva come tutti “gli esseri umani nascono liberi e uguali per dignità e diritti” e devono agire in “uno spirito di fraternità”.
Nel Massachussetts, durante la guerra di secessione (nel 1863), alcune associazioni di volontariato coordinarono i volontari per introdurre servizi assistenziali per le persone malate e bisognose. Si realizzò quello che in seguito sarà il modello welfare, ovvero interventi socio-assistenziali, in cui si considera la complessità dei rapporti della persona con il proprio ambiente e con altri sistemi e contesti, prestando attenzione all’insieme delle relazioni sociali nella loro totalità e dinamicità.
La popolazione nera aveva vite segnate dalla povertà e dalle difficoltà, ma esprimeva le forme di lotta nella musica che divenne il ritmo delle città e di un’intera nazione.
I locali di musica dal vivo sono parte integrante della cultura del Mississippi Blues, che si è affermata in un luogo in cui la gente vuole ancora cercare di sperimentare la musica in un ambiente autentico, toccato da eventi storici, che ha plasmato la politica e la vita sociale.
I testi delle canzoni del Delta Blues spesso parlano di esperienze personali, e i temi comuni semplici e diretti riescono a catturare emozioni profonde e trasmettere storie coinvolgenti. Essi includono: l’amore perduto, quello non corrisposto e quello delle relazioni tumultuose o della solitudine; la difficoltà della vita, con riferimenti al lavoro nei campi, alla povertà e alla discriminazione; la libertà e il viaggio, il desiderio di fuggire dalla propria situazione, spesso attraverso il viaggio; la spiritualità, alcune canzoni affrontano temi religiosi e spirituali, esplorando la fede e la speranza.
Nella cultura afroamericana appartenere a una tradizione significa far parte di un continuum, che parte dal passato e spinge al cambiamento anche radicale. È l’improvvisazione stessa a consolidare questa interpretazione, una pratica che secondo Henry Louis Gates jr, accademico e direttore dell’Hutchins Center for African and African American Research presso l’Università di Harvard, “non è altro che ripetizione e revisione”, forme espressive che sono alla base del cuore della musica afroamericana. Il racconto, il rito e la danza, tra ambivalenze e ambiguità, sviluppano una poetica, ma anche una ribellione dello spirito, che racconta il passato di un popolo: le origini folkloristiche della pratica culturale afroamericana, improntata sul significato delle parole, si sviluppano in un contesto accessibile a coloro che condividono i valori di una determinata comunità linguistica.
Lo strumento più utilizzato dai primi musicisti neri liberati dalla schiavitù fu la cigar box, una specie di chitarra a due, tre o quattro corde, che come corpo aveva contenitori in legno o metallo. Le corde alte non permettevano l’utilizzo delle dita della mano sinistra sulla tastiera, anche perché non c’erano tasti di riferimento e tutto era lasciato all’orecchio del musicista. L’uso della chitarra fu la naturale conseguenza, anche in ragione delle esibizioni in locali sempre più importanti con altri musicisti. L’armonica è molto diffusa, anche se si può dire che quasi tutti gli strumenti esistenti sono stati utilizzati nel blues, anche se i neri d’America hanno impiegato quelli più economici e di facile reperibilità.
Poiché quei musicisti di rado avevano ricevuto un’educazione formale o erano in grado di leggere e scrivere gli spartiti, l’improvvisazione giocava una parte importante agevolata da forme fisse, tra le quali la più universale e riconosciuta è certamente quella in 12 battute, suddivise in 3 frasi (musicali e testuali).
Gli studi sul mondo africano sono piuttosto rilevanti: Kubik, ad esempio, sottolinea in particolare l’influenza esercitata da quel continente utilizzando gli elementi culturali del totemismo e della tradizione orale, in cui prevalgono le espressioni legate alla musica e alla danza. Amiri Baraka ha scritto un saggio, che rimane ancora oggi fondamentale per ricostruire una storia sociale della musica afroamericana, per dimostrare come la musica sia stata sempre una conseguenza delle condizioni di vita dei neri in America e della loro particolare maniera di sentirsi (o non sentirsi) americani. Ha ribadito il concetto di canto autentico, oscuro e magico: un atto fondativo dell’esistenza e al tempo stesso la negazione della stessa in quel processo di continua revisione.
Partendo dalla società degli schiavi di cotone, si dà inizio ad una sfida importante di affrancamento dalle condizioni di vita, facendo con quel genere affermare la musica popolare. Si ritiene che il bluesman più anziano di cui si ha una registrazione discografica sia Daddy Stovepipe, nato nel 1867, “one man band”, chitarrista, cantante, armonicista e suonatore di kazoo e altri strumenti, le cui prime esibizioni risalgono attorno al 1890.
Il Delta Blues ha permesso l’esplorazione di molti territori musicali ed aperto la strada a innovazioni nel mondo della musica. La sua eredità è evidente: i generi che hanno incorporato gli elementi di questa musica hanno creato un legame duraturo tra il passato, il presente e la proiezione nel futuro.
Quando negli Stati Uniti la grande impresa si afferma in tutti i settori, dall’industria pesante alla produzione di beni di consumo, le ferrovie creano un mercato interno più rapido negli spostamenti delle merci e permettono la nascita del management nella grande impresa, centralizzando i capitali a Wall Street. Anche il settore musicale dai ritmi del blues con l’avvento delle scoperte tecnologiche conoscerà un nuovo modo di favorire il consumo di musica.
Franco Marzo ha scritto: Music manager: esperienza musicale e arte manageriale, per sottolineare come l’arte manageriale debba considerare la passione, il lavoro, la vita e la musica. In un mondo fatto di capitali, macchine, tecnologie, conoscenze e competenze, un importante differenziale competitivo è costituito dall’energia e dalla passione che le persone riescono a trasferire all’impresa e ai suoi stakeholders. Ed allora, rileva come occorra recuperare la musica per mettere in rilievo il suo valore didattico e formativo, attingendo dalla tradizione classica e superando la dimensione ludica del solo ascolto.
La musica, gli strumenti musicali e il musicista creativo possono costituire valori importanti che comportano imparare a condividere regole e obiettivi comuni (educazione, etica professionale, disciplina aziendale ecc.). L’armonia tipica della musica è una dimensione razionale e scientifica anche di una azienda (organizzazione, leadership, comunicazione, valori di riferimento ecc.); ed allora, costruire una melodia richiede la stessa creatività e coraggio di proporre un nuovo prodotto o una nuova strategia.
Il management privilegia i rapporti umani attraverso l’armonia, il ritmo e la comprensione dell’altro, ciò che di fatto offre la musica. La sfida del manager è di risolvere problemi complessi in maniera creativa, attuando l’arte di fare le cose attraverso la motivazione e l’ispirazione, in cui il lavoro diventa arte e i prodotti e i servizi opere d’arte.
Giuseppe Berta ha rilevato la missione dell’imprenditore, una combinazione di attitudini e capacità individuali affidate certamente alla creatività, per realizzare l’innovazione come campo di interesse nel processo economico. Investito di una serie di compiti, l’imprenditore non può che essere un eroe solitario che esercita una leadership carismatica guidando gli altri: la sua virtù è la capacità di innovare, diffondendo l’etica della razionalizzazione e modellando i diversi assetti organizzativi.
Coloro che hanno creato sono certamente mossi da una sorta di piacere nel fare per realizzare il nuovo: gli elementi psicologici servono a spiegare i motivi profondi, come sosteneva Schumpeter, ponendo in primo piano la componente di soddisfazione che deriva da una posizione sociale di potere e dalla gioia di esercitare la funzione creatrice.
Tutto questo realizza il benessere, paragonabile all’azione dell’artista, del pensatore o dello statista, favorito da una prorompente energia.
La musica dei primi artisti afro-americani, quelli del Delta Blues, sembra ricalcare proprio quella componente rilevata da Berta per quanto riguarda l’imprenditore/innovatore.
Infatti, è proprio l’innovazione in campo musicale che inciderà sullo sviluppo anche economico-sociale, promuovendo un senso di comunità e di appartenenza. Essa è un potente aggregatore sociale, l’unione di gruppi di persone in una comune celebrazione; serve a regolare gli stati d’animo, riempendo momenti quotidiani di vita, allontanando pensieri spiacevoli, gestendo le emozioni, riducendo la fatica mentale, migliorando la creatività e stimolando la memoria.
Si parla di Music Manager, un ruolo che unisce passione e capacità, in cui il professionista mostra amore per la musica e attitudine alla leadership e alla pianificazione. Si tratta di supportare e rappresentare l’artista in tutte le sedi: case discografiche, etichette, agenzie di musica live, tour. Occorre poi sviluppare strategie di carriera attraverso il business plan, analizzando le proposte economiche, promozionali e di marketing. Un buon manager musicale deve combinare molte abilità, ma avere anche l’intuito di cogliere le opportunità del mondo artistico.
La preparazione in ambito di management musicale richiede oggi una formazione che abbracci competenze diverse, da quelle tradizionali legate al business a quelle più specifiche del settore musicale, fino alle nuove competenze digitali. Occorre avere conoscenze sui meccanismi interni dell’industria musicale: copyright, publishing e gestione di eventi; inoltre, maturare abilità digitali nell’era del streaming e di piattaforme, che hanno rivoluzionato il modo in cui la musica viene distribuita e consumata. Infine, è necessario avere una capacità di marketing indispensabile per promuovere artisti e prodotti musicali.
Studi recenti evidenziano come il suono e la musica agiscono stimolando le funzioni cognitive, la comunicazione, i comportamenti, ma soprattutto le emozioni, idee, fantasie, messaggi, oltre i confini del linguaggio verbale. Sono una risorsa che agisce sulla immaginazione, sviluppando altresì la capacità di riconoscere le sensazioni personali per proiettarle sugli altri e stabilire con loro relazioni significative.
Riferimenti bibliografici:
- F. Amatori, Impresa e società, in “Enciclopedia delle scienze sociali”, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1994, vol. IV, pp. 575-587.
- A. Baraka, Il popolo del Blues, sociologia degli afroamericani attraverso l’evoluzione del jazz, Ed. Shake, 2010.
- G. Berta, L’enigma dell’imprenditore, Il Mulino, 2018.
- J. C. Cobb, The Most Southern Place on Earth. The Mississippi Delta and the Roots of Regional Identity, Ed. Oxford University, 1994.
- J. Collins, a cura di, Defining the Delta: Multidisciplinary Perspectives on the Lower Mississippi River Delta, Ed. University of Arkansas, 2015.
- D. Evans, Biografia di Charley Patton, 4 novembre 2005.
- W. Ferris, Il Blues del Delta, Ed. Postmedia books, Milano, 2011.
- H. L. Gates jr, La scimmia significante, Oxford University, 1988.
- T. Gioia, Delta blues. I grandi musicisti del Mississippi, EDT Edizioni, 2020.
- W. C. Handy, Father of the Blues: An Autobiography, Arna Wendell Bontemps Contributor Abbe Niles Published by Da Capo Press, 1991.
- G. Kubik, Africa and the Blues, Ed. University of Mississippi, 2008.
- R. Palmer, Deep Blues, Penguin Books, 1981.
- C. R. Wilson, W. Ferris, A. J. Adadie, Encyclopedia of Southern Culture, The University of North Carolina, 2a Edition, 1989.
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