Memoria, paesaggio e scomparsa di un mondo
di Massimo Montanile
Ci sono perdite che si vedono.
E ce ne sono altre che si sentono soltanto quando ormai è troppo tardi.
Pier Paolo Pasolini aveva compreso con straordinaria lucidità che la modernizzazione italiana non stava semplicemente trasformando il paesaggio: stava cancellando una civiltà. Quando denunciava la scomparsa delle rogge del Casarsese, travolte dall’avvento industriale legato anche all’espansione della Zanussi, non parlava soltanto di corsi d’acqua. Parlava di memoria collettiva, di linguaggi, di relazioni umane, di un equilibrio antico tra uomo e territorio.
Le rogge erano una grammatica silenziosa del mondo contadino.
Erano il ritmo della vita, il suono dell’acqua accanto alle case, la continuità invisibile tra generazioni.
La loro scomparsa rappresentava, per Pasolini, una vera mutazione antropologica.
Molti anni dopo, attraversando la Valle dell’Ufita, ho avvertito una sensazione simile. Anche lì qualcosa era scomparso. Ma non era immediatamente visibile.
Erano spariti gli odori.
Gli espropri delle terre per l’insediamento della FIAT avevano certamente modificato il paesaggio materiale, ma avevano anche prodotto una trasformazione più profonda e quasi indicibile: la perdita di un ecosistema sensoriale.
In certi periodi dell’anno, la terra dell’Ufita aveva un odore inconfondibile.
Un intreccio di grano, stoppie, umidità, vento, sole e argilla. Bastava attraversare quei luoghi perché riaffiorasse immediatamente una memoria remota: l’infanzia, le estati, i racconti familiari, il senso stesso dell’appartenenza.
Non era nostalgia.
Era riconoscimento identitario.
Quegli odori costituivano una forma di linguaggio profondo, forse ancora più radicale del paesaggio visibile. Gli odori non si osservano: si assorbono. Entrano nella memoria senza chiedere permesso. Diventano parte di noi.
Ed è per questo che la loro scomparsa lascia una ferita particolare: invisibile ma persistente.
Pasolini aveva intuito che il nuovo capitalismo avrebbe prodotto omologazione culturale, trasformando territori vivi in spazi funzionali alla produzione e al consumo. Oggi comprendiamo ancora meglio quanto quella trasformazione abbia inciso anche sulla dimensione sensoriale dell’esistenza.
La perdita delle rogge e la perdita degli odori appartengono, in fondo, alla stessa storia.
Sono entrambe il segno di una frattura tra uomo e territorio.
Una frattura che non riguarda soltanto l’ambiente, ma la memoria stessa delle comunità.
Quando un territorio perde i propri suoni, i propri odori, i propri ritmi naturali, non perde semplicemente elementi del paesaggio: perde una parte della propria anima.
E forse il punto più drammatico è proprio questo: spesso ci accorgiamo della scomparsa soltanto dopo che essa è avvenuta. Quando il silenzio prende il posto dell’acqua. Quando l’odore della terra non riesce più a evocare nulla.
Pasolini comprese tutto questo con decenni di anticipo.
Oggi, rileggendo quelle intuizioni alla luce di esperienze vissute in territori come la Valle dell’Ufita, scopriamo quanto quella riflessione sia ancora attuale.
Perché esistono luoghi che continuano a vivere nelle mappe geografiche ma scompaiono lentamente dalla memoria sensoriale delle persone.
Ed è forse lì che comincia la perdita più grande.
Vorrei qui cogliere l’occasione per ringraziare Maura Locantore, studiosa di letteratura italiana contemporanea e critica letteraria, tra le più autorevoli conoscitrici dell’opera pasoliniana, con particolare attenzione al periodo friulano e ai manoscritti dell’autore. La sua gentile ospitalità presso Casa Colussi, in questi giorni, mi ha consentito di vivere in modo ancora più intenso il rapporto tra i luoghi di Pasolini e la memoria dei territori.
Un ringraziamento altrettanto sentito va a Franco Arminio che, durante le giornate di Rodio Mediterraneo, mi ha dato la possibilità di raccontare pubblicamente la mia storia degli odori perduti. In quel momento ho compreso ancora più chiaramente quanto le memorie sensoriali — gli odori della terra, i suoni, le atmosfere dei paesi — siano parte integrante dell’identità profonda delle comunità e meritino di essere custodite come patrimonio culturale invisibile.
Cosa dire del fatto che andremo ad acquisire al posto degli odori delle rogge gli assordanti rumori delle pale eoliche e i colori grigiastri dei pannelli fotovoltaici che sostituiranno il verde dei campi. Argomenti oggetto di dibattito. Pensiamoci.
É una realtà della vita il mondo scomparso delle rogge di Pier Paolo Pasolini.
È la morte che cancella.
Tutti nella nostra semplicità la sperimentiamo, per esempio con la morte dei nostri genitori. Si cancella il loro passato in noi trasformandosi in un ricordo.
Restano delle fotografie.
Non è un disastro ma il procedere della storia per giungere ad una soglia di un cambiamento. Necessario?
Forse si.
Non impressioniamoci se ora non sperimentiamo più la poesia di quelle rogge del “ritmo della vita, il suono dell’acqua accanto alle case”.
È l’esperienza della vecchiaia..
F orse chissà, tutto ad un tratto, sorgerà una nuova Primavera.
Vero Pasolini aveva visto e “annusato” la fine degli odori dei profumi, oltre la scomparsa delle lucciole. Il consumo spregiudicato ha cancellato la memoria dei luoghi. Grazie del pezzo veramente interessante