L’economia globale dipende in maniera essenziale dalla logica dello sviluppo, anche se lo stesso è difficile da realizzare in modo stabile e duraturo perché dispendioso e stressante politicamente, ecologicamente ed anche psicologicamente. Si afferma, pertanto, una forma di “destabilizzazione dinamica”, i cui sintomi sono: la crescita senza occupazione; la precarizzazione di segmenti importanti della popolazione; l’emergenza di una nuova classe di esclusi; l’insoddisfazione politica e le nuove forme di malcontento sociale.
Il perseguimento della crescita influisce poi sull’ambiente, producendo da un lato l’esaurimento delle risorse naturali e dall’altro emissioni nocive a un ritmo troppo veloce per essere considerato ecologicamente sostenibile.
Affrontando queste questioni, Hartmut Rosa, sociologo, filosofo e docente presso l’Università Friedrich-Schiller di Jena, noto per i suoi studi sulla modernità e il tempo sociale, sviluppa una teoria che si occupa di accelerazione sociale, il ritmo crescente della vita contemporanea che influenza le relazioni umane e il benessere. Successivamente, amplia la sua ricerca per trovare connessioni significative in un mondo dominato dall’accelerazione. Sostiene che la vita moderna è caratterizzata dalla tendenza alla velocità e alla competizione, che produce “disagio e insoddisfazione” ma agisce interrompendo anche “i “sogni, i desideri e i progetti di vita”, con il suo inarrestabile movimento. Certamente non possiamo sbarazzarci della competizione, ma la competizione rappresenta una delle forze motrici dell’accelerazione. (A. M. Maccarini, L’aggressione e l’incontro: risonanza e critica della modernità in Hartmut Rosa, Società Mutamento Politica 13(26), 2022, pp. 31-41)
Il mondo non riesce a contenere lo sviluppo delle tecnologie di produzione e comunicazione, che solo in apparenza dovrebbero farci risparmiare tempo; accade invece che nelle società occidentali le persone soffrono della mancanza di tempo e si sentono in dovere di correre ancora più in fretta. Introduce il concetto di risonanza, uno stato d’animo, una forma di sintonia, di vibrazione sincronica, che va oltre la sfera fisica. È una relazione dialettica di “esposizione” all’altro da sé: una persona, un paesaggio, un prodotto della creatività umana materiale e immateriale, quando si avverte la forza di un legame con il mondo circostante.
In tale relazione si attiva un risultato sempre inatteso, non previsto, perché si vive una condizione che produce qualcosa di nuovo, una realtà vissuta in una differente dimensione, un futuro inimmaginabile. È però una situazione non esclusivamente consonante, perché entrare in un rapporto di risonanza con il mondo presuppone sia vivere una “familiarità profonda” ma anche affrontare indifferenza o estraneità.
Nel libro: H. Rosa, Accelerazione e alienazione: Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità (Einaudi, 2015), la risonanza non è intesa come “pura armonia” oppure “assenza di alienazione”, ma è il luogo in cui si incontrano le esperienze, entrano in contatto il “mio e il tuo” e tutto ciò che non è controllabile. Si tratta tuttavia di un continuo rapporto connettivo tra passato e presente, in direzione futura, per nulla prevedibile.
La chiave interpretativa della risonanza riguarda la “relazione-col-mondo”, che dovrebbe essere ripensata nelle identità e nelle condotte di vita. L’attuale identità individuale e sociale emerge nel tempo accelerato del cambiamento sociale che tuttavia si esaurisce in una sorta di stagnazione frenetica: tutto cambia rapidamente, ma niente si sviluppa o si evolve verso una direzione definita.
Si perdono i riferimenti esterni (natura, storia, religione, ma anche rapporti di produzione), ed allora le persone sono spinte ad auto-determinarsi rivolgendosi “al proprio interno”: gli esseri umani cercando di affermare proprie capacità e competenze, desideri e bisogni, sono proiettate nelle difficoltà e nell’angoscia, per la mancanza di un “orizzonte valoriale” (Maccarini).
Per questa ragione, benché l’autonomia sia intesa come liberazione da legami ascrittivi, sono ormai evidenti le esperienze alienanti di una “auto-determinazione”, istituzionalizzata in ogni sfera di vita, che conduce all’idea di accelerazione.
L’incremento continuo delle capacità umane di rendere “disponibile” il mondo, cioè di raggiungere, conoscere, controllare, manipolare e dominare ogni aspetto della realtà, conduce all’alienazione. Al contrario, il mondo e l’uomo sono entità, seppur indistinte, dotate di “relazioni dinamiche” basate sulla risonanza: “sono entità che vibrano insieme”, “influenzate l’una dal vibrare dell’altra”, che “si rispondono” reciprocamente e insieme “risuonano” (Maccarini, p. 34).
Hartmut Rosa parla di tre virtù sociali, indicate nella cura, responsabilità e speranza, che conducono ad un’etica della risonanza.
Le persone vivono una “vita buona” quando sperimentano la capacità di raggiungere gli altri, di connettersi con loro e di creare qualcosa.
Così è la relazione in sé ad essere al centro, che si sviluppa in tre dimensioni:
1) essere toccati affettivamente dal mondo (l’individuo “si lascia prendere dalla relazione”);
2) provare un’emozione (il soggetto va verso l’esterno e spinge all’azione);
3) reciproca trasformazione tra soggetto e mondo, in cui la relazione assume modalità “strumentali” (controllo e dominio) e di “risonanza” (attaccamento, cura, responsabilità, impegno reciproco) (H. Rosa, Accelerazione e alienazione).
In un’intervista curata da Paolo Vizza: L’alienazione ai tempi dell’accelerazione. Intervista a Hartmut Rosa (in «Cambio. Rivista sulle trasformazioni sociali», Vol.10, n. 20, 2020), il sociologo sostiene che quando viene meno la connessione con il passato ciò ha delle ripercussioni anche sul futuro, su coloro che verranno dopo. È la difficoltà generazionale che nella logica dell’accelerazione comporta distanze che conducono all’alienazione, perché le esperienze di una generazione, il loro modo di vivere, il mondo che hanno davanti, è completamente diverso: i giovani hanno accesso a media molto diversi, lavori diversi, musica diversa. Qui si sviluppa una “non comunicazione”, una “non relazione”.
Se poi si fa l’esempio della natura, Rosa afferma che è in atto una “doppia crisi di alienazione”, ossia c’è mancanza di risonanza (un rapporto con la natura che l’uomo provvede a distruggere), ma la stessa natura si rivolta sotto forma di crisi climatiche.
È l’alienazione dalla natura, giacché non ascoltiamo la natura e poi non rispondiamo ad essa, nonostante i feedback che continuamente ci vengono inviati.
Un passaggio ulteriore è quello della direzione: se prima c’era il senso di andare da qualche parte, verso un mondo migliore, se le persone credevano che lavorando sodo i loro figli avrebbero avuto qualcosa di meglio in cambio, se c’era una speranza di miglioramento, ora tutto si è rovesciato, si vive in un “orizzonte distopico”, in cui non allarghiamo l’orizzonte delle opzioni cercando altre possibilità e una diversa forma di connessione con il mondo.
Il richiamo alla risonanza può essere sintetizzato nella frase: “rispondimi, ascolta e rispondi, e posso dire che ti parlerò”. La teoria critica ha bisogno di tre livelli di analisi: 1) la comprensione dell’oggetto di cui ci occupiamo, ovvero il funzionamento della società tardo-moderna; 2) la critica (o diagnosi) degli errori; 3) la terapia, come possibilità di una società diversa.
È introdotto il modello della “stabilizzazione dinamica”. Le argomentazioni sono: i problemi delle società moderne sono caratterizzati da accelerazione e dinamismo, che finiscono col produrre crisi e patologie; per poterli superare è necessario adottare un differente modello di stabilizzazione, un modello che renda possibile la crescita, l’accelerazione e l’innovazione. Occorre tracciare l’identikit economico, politico e culturale al momento ancora ignoto di una simile società, che sia liberale, democratica e pluralista nel suo tessuto culturale (H. Rosa, Se il nostro problema è l’accelerazione, la «risonanza» può essere la soluzione? La crisi della stabilizzazione dinamica e le prospettive di una critica del presente, Annali di studi religiosi, 18, 2017, pp. 7-36).
Hartmut Rosa affronta l’idea di “vita buona”, che si realizza in un equilibrio dialogico con la natura, la società, l’arte, la religione, la politica, ecc. L’uomo è per sua natura un essere risonante, un soggetto che sviluppa una relazione con il mondo offrendosi alla disponibilità di farsi toccare “dalle cose e dalle persone”, rispondendo “alla loro chiamata”. Si tratta di realizzare quella vita riuscita, in cui la risonanza è una forma di relazione a due sensi tra il soggetto e il mondo che si toccano reciprocamente e si trasformano contemporaneamente. È un bene relazionale che racchiude in sé elementi attivi e passivi, accidentali e volontari, interiori e pubblici: esso emerge dal vissuto delle persone che attraverso “intenzionalità e inerzia” produce quella tensione strutturale che si può spiegare verosimilmente con il suo impulso trasformativo, perché tutti i soggetti non sono mai gli stessi dopo un’esperienza di risonanza (H. Rosa, Risonanza e vita buona, Scholé, 2023, or. 2022).
Nel volume: Indisponibilità. Alle origini della risonanza (Queriniana 2024), Rosa sostiene che la condizione di risonanza come legame con il mondo circostante, comporta una apertura all’indisponibilità. Il passaggio si concretizza in alcuni momenti significativi:
1) il momento del contatto (“affezione”), in cui si realizza il processo dall’esterno verso l’interno, che fa abbandonare la modalità aggressiva per sviluppare un interesse “verso la parte del mondo che lo ha toccato”, e da cui contemporaneamente “si sente chiamato”;
2) il momento dell’autoefficacia (“risposta”), in cui al contatto si producono risposte, reazioni, emozioni, che permettono di muovere verso l’esterno (lo scambio di sguardi reciproco o il dialogo nel quale entrambe le parti si ascoltano e rispondono);
3) il momento del mutamento (“trasformazione”), che produce la relazione di risonanza. Per far coesistere i tre momenti dobbiamo essere aperti, lasciarci “toccare e modificare”, ma anche chiusi, per “poter rispondere con la nostra voce ed in maniera efficace”;
4) il momento dell’indisponibilità, infine, si realizza perché la risonanza non è a nostra disposizione, è qualcosa dall’esito aperto e non si lascia “accumulare conservare o aumentare strumentalmente”. La condizione di indisponibilità è l’antitesi di “un mondo calcolabile, controllabile, prevedibile” (H. Rosa, Indisponibilità, pp. 65-76).
Per ragionare di indisponibilità occorre differenziare tra l’esperienza dell’indisponibilità della risonanza e della disponibilità delle cose o delle persone con cui si entra in risonanza, considerando che la modernità cerca di rendere disponibile quanto più mondo possibile e probabile.
Per fare ciò occorre considerare che:
a) c’è assenza di contraddizione tra l’indisponibilità della risonanza e la disponibilità delle cose;
b) se le cose sono completamente disponibili perdono la loro qualità di risonanza, diventano mute e monotone, perché quando abbiamo dominato completamente una cosa, essa non ha più niente da dirci;
c) la risonanza richiede una indisponibilità che parla, che mi parli e mi dica qualcosa, perché devo percepire che qualcosa dentro di me reagisce, ed allora è importante l’alterità, in quanto l’altro è appreso come (indisponibile) e l’alterità è in un continuo movimento reciproco con me stesso;
d) l’atteggiamento che mira a dominare e rendere disponibile è incompatibile con la risonanza, perché l’indisponibilità che costituisce il rapporto di risonanza ha una dimensione soggettiva, oggettiva e di processo, in cui il soggetto si deve lasciare toccare e cambiare, ma l’oggetto non deve essere dominato o controllato;
e) la risonanza ha bisogno di un mondo accessibile non disponibile; l’esempio della religione è indicativo, in quanto il concetto di indisponibilità proviene dal contesto teologico: Dio non è pensato come indisponibile, ma l’incontro tra uomo e Dio “è reciproca accessibilità” dove l’uomo ascolta la sua voce e Dio si lascia raggiungere nella preghiera (H. Rosa, Indisponibilità, 77-102).
Le società devono non solo occuparsi di materiale, ma aprirsi ad un orizzonte intellettuale e spirituale. Per spiegare come operare, è interessante l’esempio mitologico/immaginifico: “l’uccello a tre teste o tre uccelli”.
- Il primo è la “nottola di Minerva”, la capacità di vedere e comprendere la verità, anche in condizioni di oscurità, come accade alla civetta nota per la sua visione notturna e la sua saggezza. Nella visione hegeliana, la “nottola di Minerva” simboleggia la necessità di riflessione e comprensione dopo che gli eventi si sono svolti, evidenziando l’importanza di apprendere dalla storia e dalla realtà.
- Il secondo riguarda le “oche del Campidoglio”, che mettono in guardia per evitare disastri, associando lo starnazzare alla condizione di oggi considerata di desincronizzazione: andiamo troppo veloci rispetto alla natura. Si tratta di un simbolo di protezione divina e di fedeltà, poiché le oche erano considerate sacre a Giunone, la dea della famiglia e della protezione.
- Il terzo è la “fenice”, che proporrà un cammino sul quale avremo voglia di impegnarci. È un simbolo narrativo così potente da continuare a rinascere ogni volta che l’umanità ha bisogno di raccontarsi una seconda possibilità. È la creatura che brucia e ritorna, che muore senza davvero morire, che trasforma la fine in inizio. (H. Rosa, Risonanza e vita buona, pp. 72-75)
In un altro lavoro, l’asserzione è che se la risonanza è vibrante, viva, dialogica, richiede apertura, ascolto ed “esposizione all’imprevisto”: in un mondo che tende alla disponibilità e alla prevedibilità, la religione difende lo spazio della “non disponibilità”. La risonanza come la religione è incontro con l’altro e le pratiche (preghiera, silenzio, canto, digiuno, pellegrinaggio) non sono solo disciplina ma “dispositivi di apertura”. La risonanza come esperienza spirituale implica trasformazione e responsabilità (H. Rosa, Perché la democrazia ha bisogno della religione, Il Mulino, 2025, or. 2022, pp. 19-25).
Rosa riprende poi il concetto di “natalità” di Hanna Arendt, che indica la capacità umana di un initium, qualcosa di nuovo in ogni momento (H. Arendt, La vita della mente, il Mulino, 2006; H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, 1998).
Ogni nuovo nato, con la sua unicità, introduce nel mondo l’inatteso, la possibilità di un’azione radicalmente nuova, offrendo speranza e cambiamento in un mondo che prima non c’era. Essere nati significa poi essere unici e, allo stesso tempo, essere tra altri, esaltando il principio di pluralità. Questa condizione permette di agire e parlare, creando la relazione.
La conclusione è che si nasce per incominciare, per spezzare la continuità del già dato e di aprire scenari imprevedibili.
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