L’intelligenza artificiale (AI) è quella tecnologia che permette di svolgere compiti intelligenti, attraverso sistemi sempre più “autonomi e capaci di adattarsi alle situazioni”. Tali macchine/computer imparano a risolvere problemi e comprendere il linguaggio, analizzando grandi quantità di dati ed usando algoritmi, per trovare schemi autonomi capaci di insegnare a prendere decisioni, pensare ed agire, eliminando l’intervento umano diretto.
Detto così non sembra troppo rassicurante: le differenti posizioni si soffermano da un lato sull’importanza di andare sempre oltre con la tecnologia, dall’altro si rilevano i rischi per il genere umano.
Ma dove si colloca l’AI almeno secondo la prospettiva attuale?
Credo che qualche risposta interessante si possa trovare nel libro di Alessandro Aresu: “Geopolitica dell’intelligenza artificiale” (Feltrinelli, 2024), che ha avuto riscontri significativi nell’anno appena trascorso.
Il punto di partenza è che l’intelligenza artificiale sembrerebbe l’invenzione definitiva dell’umanità. Intorno a questo assunto si sviluppa un ragionamento per comprendere il presente e i possibili scenari futuri, in cui entrano in gioco le lotte globali tra le aziende che investono nello sviluppo dell’AI e minano gli equilibri mondiali. Ecco perché Aresu si riferisce ai complessi aspetti di “geopolitica”.
Il merito dell’autore è di affidarsi alla narrazione dei principali protagonisti, uomini e aziende, che hanno investito nell’innovazione tecnologica, a partire dagli Stati Uniti per espandersi in breve tempo nelle diverse aree del mondo. Gli sviluppi sono chiariti in numerosissime pagine del libro, molto lungo (570 pagine), che si legge come un romanzo di avventura anche se ci riguarda da vicino e sviluppa una traiettoria partendo dal passato, osservando il presente ed individuando prospettive future.
Con la creazione e la realizzazione di progetti tecnologici, e qui si sviluppa la prima argomentazione, si è affermata una sfida avvincente alla ricerca di nuovi orizzonti prima sconosciuti e inimmaginabili. È un approccio che guarda al futuro e alle spinte dell’uomo nel cercare la conoscenza ben oltre la “caverna di Platone”: questo mito spesso ricorre nelle pagine del libro.
L’autore esplora universi che vanno dalla scienza, all’economia, agli sviluppi della tecnologia, con al centro la capacità umana, nel senso di indirizzi anche etici e morali, che deve contraddistinguere ogni azione creativa. Dunque, si parte da una concezione naturale dell’esplorazione dell’impossibile, per raggiungere esiti critici: la tecnologia al servizio dei grandi gruppi tecnologici mondiali e degli Stati che intendono primeggiare attraverso la loro forza economica, produttiva ed innovativa. Si tratta di un dominio per modificare la vita delle stesse democrazie, fondate sulle regole del diritto e su principi imprescindibili.
Il nuovo mondo, per Aresu, ha utilizzato i suoi cervelli per formarli. Poi ha imposto nuovi domini e poteri in un mercato globale. Se l’intelligenza artificiale è invenzione e creazione, la sua comparsa evoca il rischio dell’estinzione del suo creatore, poiché la sua diffusione porterà, forse, al suo superamento.
La storia dello sviluppo dell’intelligenza artificiale non è stata omogenea, ma ha riguardato tanti soggetti che paradossalmente, pur muovendosi per finalità creative, consegnano la loro tecnologia alle imprese competitive.
Aresu parte da un ragazzo di Taiwan, Jensen Huang, che va negli Stati Uniti e, dopo aver acquisito conoscenze e competenze adeguate, dà l’avvio ad una azienda, Nvidia (1993), protagonista assoluta della rivoluzione tecnologica che poi porrà le basi per sviluppi inimmaginabili, fino all’AI. Il giovane recluta tante competenze, avendo cura di connettere tutto ciò che è possibile per quanto riguarda la ricerca scientifica.
Nel libro entrano in scena numerosi soggetti imprenditoriali: ASML, BYD, CATL, DeepMind, Huawei, NVIDIA, OpenAI, SpaceX, Tesla, TSMC.
Nvidia è centrale: riconduce a “in-vidia”, una distruzione che alimenta se stessa, da “in-videre” (guardare di traverso), con uno sguardo che permette di “dis-velare” altri mondi. C’è poi il ricondurre allo sguardo d’invidia i concorrenti rispetto alla realtà di questa azienda (Ivi, 31-32).
L’inizio è il 1999, con la rivoluzione nel mondo dei videogiochi, “mondi di gioco”, con grafiche complesse e dettagliate che “creano un’esperienza immersiva che prima sarebbe stata impensabile” (Ivi, 33)
Dunque, è da lì che si avvia un processo irreversibile, che fa togliere il velo: aletheia (dis-velatezza): se all’inizio non si vede e non si percepisce niente, poi sopravvengono sviluppi insperati.
La spiegazione/indicazione di Aresu è questa: pensiamo ad un detective digitale che ha delle ipotesi; poi inizia a vedere e analizzare tante informazioni per aggiornare la sua comprensione; man mano che queste informazioni giungono, il sistema aggiorna le sue credenze; il processo va avanti aggiungendo dati sempre più complessi (Ivi, 48-49).
Dalla caverna si attiva un processo di progressivo “schiarimento”, che tuttavia si comprende considerando la complessità ed imparando a “riconoscersi”. Significa far entrare in gioco tanti attori, scienziati, informatici che lavorano tutti all’opera di disvelamento. È il caso dell’affermazione delle “reti neuronali”, che determinano l’agire in profondità per apprendere “rappresentazioni complesse di dati”, scomponendo e ricomponendo, permettendo così di realizzare compiti e funzioni articolate: “trattamento del linguaggio e riconoscimento delle immagini” (Ivi, 59-60).
Quando Jensen con il suo progetto voleva accelerare il mondo per far sì che ognuno avesse alla sua portata “un supercomputer per poter programmare liberamente e cambiare il funzionamento di qualunque disciplina” (Ivi, 66), l’intento era considerato nobile. Con il tempo e con lo sviluppo della scienza, tante aree di applicazione finiscono con l’investire ambiti legati a biomedica, fisica, ingegneria, astronomia e astrofisica, ecc. Nvidia sul finire del primo decennio del duemila mette insieme tante intelligenze per affermare unità di calcolo in grado di ricevere input e dare output, secondo i risultati che si intendono attuare, utilizzando operazioni matematiche e tecniche probabilistiche (Ivi, 72).
Nell’ultimo decennio, inizia la guerra tecnologica tra Cina e Stati Uniti: si comprende subito che i giochi tecnologici non sono più affidati a visionari creativi, ma a qualcosa di più ampio e complesso che causerà molti problemi. Dal 2015, la strategia cinese si afferma grazie alla tecnologia Huawei, con gruppi finanziari che investono in acquisizioni societarie per il controllo dei più fiorenti mercati. Vola TSMC, la principale industria taiwanese di semiconduttori, che da Taiwan si espande in Cina, per rivolgersi poi in occidente. Nel 2020 Huawei per la prima volta supera Samsung nella produzione degli smartphone. Le guerre per il controllo dei mercati globali sono sotto gli occhi di tutti: la stesa idea di globalizzazione deve essere ripensata per il primato della “sicurezza nazionale”. Jensen sul finire del 2022 afferma che TSMC ha avuto l’abilità di “legare fornitori e clienti attraverso la fiducia”. Essa ha permesso di rivolgersi a “talenti” che hanno offerto “soluzioni di mercato sempre più sofisticate” (Ivi, 90-91).
Le dinamiche di potere sono affidate al comparto dei grandi capitali finanziari che entrano nell’intelligenza artificiale e ne determinano gli esisti, con buona pace di coloro che si erano illusi di far sviluppare unicamente la conoscenza umana. L’autonomizzazione e la produzione in luoghi non fisici permettono a TSMC di non considerare più il lavoro e i lavoratori, ormai strumenti della gestione dell’affermazione dei grandi capitali.
Si passa ormai dalla visione di un progresso che sviluppi computer basati sull’“architettura della sicurezza”, ad un “mercato definitivo, di miliardi di dollari di nuove attività e opportunità” (Ivi. 211). È l’acquisizione di Nvidia da parte di Mellanox, azienda israeliana che opera negli Stati Uniti, con sguardo ai mercati cinesi. È la civiltà tecnologica che fa sfuggire la “materia del mondo”, perché dispone di una conoscenza che non è più possibile a coloro che svolgono il “lavoro dello spirito”, attraverso una politica che possa offrire soluzioni normative. Essa dovrebbe essere intesa come apparato regolatore delle istanze delle persone, allineando la tecnologia ai nostri bisogni e ai nostri valori. (Ivi, 220)
L’autore si sofferma in un’ampia seconda parte sulle guerre tecnologiche. All’inizio ci sono gli Stati Uniti, con le figure ambiziose della Silicon Valley; ci sono poi i passaggi più recenti dell’OpenAI: ChatGPT che si prefigge di realizzare macchine che apprendono: “ciò che la rete neurale apprende è una certa rappresentazione del processo che ha prodotto il testo. E questo testo è in realtà una proiezione del mondo”. Se il linguaggio determina il mondo e le caratteristiche dello stare nel mondo, trasforma anche la realtà in modo radicale (Ivi, 255).
Con la geopolitica tecnologica, emergono evidenti dilemmi “etici”. OpenAI sarebbe legata ad una capacità superiore “nella maggior parte del lavoro dotato di valore economico”, anche se molti di questi creatori sottolineano che essa deve andare a “beneficio di tutta l’umanità”. Sostiene Aresu che se è centrale il ritorno economico di ogni forma di investimento, c’è un’ambiguità di fondo che si traduce da un lato negli interessi di pochi e dall’altro nel concetto troppo spesso evocato di umanità (Ivi, 309-310).
L’autore analizza anche i cambi societari e le sostituzioni di leadership nell’ambito di questi grandi gruppi tecnologico-finanziari, che denotano lo strano rapporto tra capitale ed etica: “non è più onesto dire che siamo davanti ad una competizione tra capitali?”. In realtà, organizzando la ricerca verso l’accelerazione economica capitalistica, si rischia di spostare sempre più avanti la frontiera e “approfondire il nuovo e le sue contraddizioni”. Un riferimento recente, molto interessante, è legato a Twitter che da luglio 2023 è denominato X, che agisce sulle modalità di influenza, un canale immediato di “disintermediazione” basato su obiettivi e interessi personali (Ivi, 329-333).
Tra dinamiche di potere, ricostruzioni di incontri, interventi e documentazione, che attestano il passaggio da un mondo non più basato sulle regole determinate dall’acciaio e dall’auto, ci si avvia ormai verso “un’intelligenza artificiale sovrana”. Aresu sostiene che la libertà di fare ricerca tecnologica è determinata dal mercato e dal fatturato delle aziende.
È ormai lontano il tempo in cui cinquant’anni prima il padre di Jensen chiese al figlio:
“E tu cosa creerai?” (Ivi, 453)
Esiste oggi una creazione condizionata dai fattori economici e legata a logiche determinate dall’investimento e dalla ricerca del potere di affermazione e del profitto e competizione tra le imprese. Il quesito è: si può realizzare un’invenzione tecnologica senza la libertà di pensare e cercare di cambiare un mondo in favore degli interessi dell’umanità?
Queste mi sembrano le principali indicazioni che affiorano dalla lettura di un volume che ha chiarito e ben sviscerato le dinamiche che stanno alla base della ricerca umana, indirizzata alla conoscenza su basi etiche e alla volontà umana di uscire finalmente dalla caverna.
I miei più vivi complimenti per l’attenzione che Ricocrea, pur fortemente concentrato sui temi dell’identità e delle tradizioni del Cilento, è sempre aperto a tematiche più generali, talvolta, come in questo caso, di rilievo globale.
Grazie Sergio. Credo che la connessione tra studi globali e territorio sia la chiave per avere una visione più complessa.