Nell’epoca dei social si producono molti cambiamenti nelle vite delle persone, sottoposte ad una maggiore distanza ed assenza di rapporti significativi: si afferma una informazione ampia e complessa eppure molto difficile da padroneggiare.
Si tratta della “trasformazione dell’agorà in un labirinto di solitudini connesse”, come emerge da un dialogo tra Zygmunt Bauman ed Ezio Mauro, avvenuto il 6 giugno 2014 a Napoli, nell’ambito degli incontri di “Repubblica delle Idee”, e pubblicato di recente con il titolo: Il silenzio dell’opinione pubblica (Idee/Feltrinelli, gennaio 2026). Si tratta di un confronto/analisi dei problemi della società contemporanea ma anche l’indicazione di qualche soluzione nella riscoperta del “pensiero critico” e nella “speranza” che indirizza la vita dell’uomo.
I temi centrali sono: la crisi dei media, con l’avvento dei social; la cultura dell’oblio, l’abbandono della memoria collettiva che ha fondato le radici dell’esistenza umana; la secessione delle élite, quei cambiamenti incerti e precari nell’organizzazione sociale; la paura dell’altro, che comporta distanza e non inclusione; la fragilità della democrazia.
È l’assenza dell’opinione pubblica che non vive più l’agorà, ma connessioni alternative alle relazioni, in cui il ruolo un tempo dei giornali di opinione scompare per lasciare spazio ad una informazione fondata su nuovi canali (social network) che non assicurano l’autenticità delle notizie e contribuiscono alla diffusione di disinformazione. Se nelle società moderne, i giornali traducono le questioni pubbliche, oggi si nega il senso critico generale e non si sviluppa la capacità di approfondimento. Il caos del web priva gli individui di quel senso di comunità e di identità, costruita attraverso lo sviluppo delle dinamiche democratiche, riducendo i tempi di concentrazione, di discussione, di confronto di elaborazione del pensiero.
Prima di entrare nel cuore del dialogo, con al centro “informazione/disinformazione”, ma anche “ruolo/non ruolo” dell’opinione pubblica, intendo approfondire alcuni concetti.
Derrick de Kerckhove (in: Architettura dell’intelligenza, Testo&Immagine, 2001) introduce l’intelligenza connettiva, partendo dalle azioni reciproche che producono auto-organizzazione. Lo scambio di informazioni tende a evolversi nell’interattività, che presuppone legare, connettere, mettere insieme, andando oltre l’intelligenza vissuta individualmente ma nello stesso tempo negando il rapporto tra tutti coloro che sono connessi. Se la scrittura ha creato uno spazio mentale contenente la cultura che ha rappresentato una guida per le nostre scelte, siamo oggi di fronte a un cambiamento decisivo: è possibile che gran parte della popolazione abbandoni molte abitudini, ad esempio non legga più, deleghi qualunque cosa ai centri artificiali e finisca per non assimilare nulla. Il digitale ha i suoi svantaggi, perché “non utilizza il significato, ma solo il riconoscimento dei modelli” e dunque la sua connettività funziona benissimo ma non in modo responsabile. (R. Siconolfi, Tra intelligenza connettiva, reti sociali e datacrazia – Intervista al prof. Derrick de Kerckhove, Interviste, News AML, 25 ottobre 2024) In: L’uomo quantistico. Mente, società, democrazia: dove ci porterà la prossima rivoluzione digitale (Rai Libri, 2025), de Kerckhove sostiene che la democrazia richiede determinate condizioni per prosperare e di conseguenza occorre ripensare non solo le istituzioni politiche ma anche l’intera infrastruttura tecnologica e mediatica. Si tratta di una sfida che richiede un impegno collettivo e una profonda riflessione sui valori che guideranno lo sviluppo tecnologico futuro.
Si può individuare una contrapposizione rispetto al concetto di relazione, che implicherebbe la risonanza individuata da Hartmut Rosa (Accelerazione e alienazione: Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, Einaudi, 2015), partendo dall’assunto che la vita moderna sia in costante accelerazione, favorita dallo sviluppo delle tecnologie di produzione e comunicazione. L’accelerazione, la velocità crescente della società moderna, si esprime attraverso tre dimensioni: tecnologica, sociale, ritmica: la prima riguarda innovazioni che accorciano le distanze, ma impongono risposte immediate; la seconda si riferisce ai rapidi cambiamenti guidati da competizione e razionalizzazione capitalistica; il ritmo è la vita che riduce la durata di ogni azione. Tutto ciò porta ad un’alienazione profonda, dove gli individui si sentono intrappolati, incapaci di vivere esperienze significative e autentiche. Si affronta il mondo senza essere in grado di contenere quella “coazione impersonale alla velocità e alla competizione” che produce disagio e insoddisfazione e divora i “sogni, obiettivi, desideri e progetti di vita” con il suo inarrestabile movimento. L’uomo è per sua natura un essere risonante, un soggetto che sviluppa una relazione con il mondo offrendosi alla disponibilità di farsi toccare “dalle cose e dalle persone”. In: L’Arte dell’essenziale. Un’escursione filosofica nelle terre alte (Bottega Errante Edizioni, 2023), Paolo Costa sostiene che “risonante” è sintonia, vibrazione sincronica, un contatto fisico e spirituale di fronte ad una persona, un paesaggio, un prodotto della creatività umana, cioè “un legame con il mondo circostante”.
Fatta questa premessa, ritorno all’opinione pubblica, che Mauro definisce “senso di responsabilità e di autonomia”, per valutare, pronunciarsi e trovare nelle parole espresse un valore. Al contrario, nello stato in cui siamo, è difficile entrare in relazione con l’altro, con il mondo altro, perché la società e la vita sono liquide (Bauman), incapaci di strutturarsi, senza riferimenti né orizzonti comuni.
L’opinione pubblica attiva un processo tra individuo e realtà esterna, come nell’esempio della polis di Aristotele, quel corpo politico che si compone di: oikos (la dimensione privata); ekklesia (assemblea popolare per discutere e deliberare sulle questioni di interesse generale); agorà, che si pone a metà strada tra ekklesia e oikos, e “cerca di tradurre l’interesse privato in tematiche di ordine ed interesse di tutti”, dove il pubblico diventa un’area che esprime “doveri e diritti privati” (Bauman, 14).
Mauro e Bauman individuano la svolta nell’invasione del privato nel pubblico. Se un tempo le sfere erano definite, oggi non si sa dove inizia e dove finisce il pubblico e il privato. Si realizza un continuo consumo sui social di immagini, sentimenti, rivelazioni personali, in cui l’intimo diventa collettivo: per stare al passo con i tempi ci si spoglia delle identità e delle rappresentazioni di noi stessi per una “mutevolezza identitaria”. I social network ci fanno connettere ma favoriscono “lo scambio tra nicchie private che dialogano tra loro”. Non ci sono confronti più ampi, c’è invece la “condensazione del confronto, del dialogo, del pensiero, dello scambio” (Mauro, 18-20).
Se un tempo la preoccupazione era di non sapere abbastanza, oggi l’eccesso di informazione travolge e non permette di assimilare ciò che acquisiamo, perché c’è “un flusso continuo di contenuti”: l’offerta è smisurata e arriva da fonti diverse che non consentono di orientarci e comprendere cosa sia utile. La deregolamentazione della sfera pubblica ha prodotto “un’opinione pubblica elusiva e disorganizzata”. Se poi si aggiunge l’occupazione dello spazio internet da parte di soggetti privati che non guardano all’interesse collettivo, “tutto finisce per dipendere dai capricci, spesso imprevedibili, dei mercati” (Bauman, 21-23).
Procedendo nel ragionamento, sembra di essere nella condizione di raccogliere tante informazioni, confrontando diverse fonti, eppure quell’eccesso di informazioni riduce il cittadino ad essere disorientato: rifiuta di capire, comprendere, scegliere, per ritirarsi nel privato e nel gruppo social a lui più prossimo. Non si sviluppa in altri termini conoscenza, che significa soprattutto relazionarsi con l’altro, il diverso. Invece ci rifugiamo nel “labirinto” di Dedalo, la raccolta vana del filo della conoscenza, che non ci consente di sapere dove siamo, cosa facciamo, in quale direzione stiamo andando. Inoltre, non comprendiamo se quel labirinto “richiede opinione, pensiero, morale” o soltanto tecnica e abilità (Mauro, 29).
Quel labirinto è la prigione/metafora da cui nessuno riesce a fuggire: è il potere dei social che restringe le possibilità dell’uomo di ricercare la sua strada; è simbolo di smarrimento, la perdita dell’orientamento, la crisi della propria identità e l’accentuazione di inquietudini e angosce.
Per Bauman, i piccoli frammenti di informazione non fanno avere una visione complessa, ma anche gli eccessi di ciò che risulta piacevole, attraente, mina la capacità di concentrazione: tutto si consuma e si cancella velocemente, mentre la conoscenza richiede pazienza, silenzio, riflessione, tempo. La nostra cultura non è più memoria collettiva ma consumo e oblio: l’arte di vivere è dimenticare in fretta, per “far spazio ad altre informazioni che ci travolgeranno il giorno successivo” (Bauman, 30-32).
Se la conoscenza è affidata alla memoria, che serve a discernere le cose per valutare, giudicare, confrontare, scegliere, oggi cresce la quantità ma non la qualità del sapere: le persone scegliendo il proprio percorso si accorgono che è arduo, non esiste alcuna “garanzia di riuscita”. Eppure, hanno una direzione, seppur difficile. Nella condizione attuale, si perde l’orientamento, l’attenzione si sposta senza sosta continuamente. Bauman cita la “fusione di orizzonti” di Gadamer: se noi viviamo in un orizzonte limitato, contesto geografico, culturale, sociale, non possiamo confrontarci con altri orizzonti, che comportano prospettive differenti e aprono la strada “alla comprensione reciproca”. Internet avrebbe potuto fondere questi orizzonti, ed invece ci fa costruire una “camera anecoica” (senza eco, che limita i rumori esterni), una cassa di risonanza in cui riecheggiano solo le nostre opinioni e quelle dei nostri simili: “vediamo solo il nostro riflesso e dialoghiamo soltanto con le persone che la pensano come noi” (Bauman, 40-41).
Un passaggio importante del confronto riguarda la comunità. L’incertezza e la fragilità, di cui parlava Sennet, non collega e non produce azioni condivise. Si è passati dall’idea di una cultura unica e universale, con principi e valori dati, ad una pluralità di culture in cui i soggetti sono differenti, non si conoscono ed è difficile prevederne i comportamenti. Tuttavia, la pluralità è creatività, un processo aperto, perché dalla molteplicità nasce la ricchezza umana e tante nuove possibilità. Deve però svilupparsi un dialogo, inteso da Sennet come: informale (autentico), aperto (condiviso), collaborativo (senza vincitori e vinti), perché dal confronto nascono “nuove prospettive, nuovi spunti, nuovi esiti” (Bauman, 47-49).
L’ultimo riferimento è al potere. I governi rispondono agli elettori ma si confrontano anche con i poteri globali, che operano in uno spazio immateriale, che determina una impotenza delle istituzioni. Occorrerebbe unire comunità (incontri, familiarità, fiducia reciproca) con società (obblighi, contratti), oppure secondo Rifkin agire in sinergia tra “mercati concorrenziali” e “collaborazioni orizzontali”: è quella definita “escorporazione”, la capacità di estrarre i propri talenti e le proprie competenze e metterle al servizio della collettività. Occorre mettere insieme “nuove modalità di convivenza” (Bauman, 56-58).
Con la crisi della democrazia e l’avvento dei poteri globali ognuno finisce per pensare da sé e per sé, affermando l’individuale. Se un tempo lo sviluppo era qualcosa di condiviso e riconosciuto, si realizza oggi quello “spirito del capitalismo” che viaggia senza regole, senza democrazia, senza storia, senza radici (Mauro, 61-62).
A questi temi Bauman aggiunge tutti i disastri della sostenibilità del pianeta terra.
Se una decina di anni fa ci si chiedeva: “che fare?”, “come comportarci?”, ancora oggi siamo alla ricerca di una risposta. L’indicazione che emergeva in quel dialogo era il concetto di speranza, quell’aspetto della natura umana che può “unire l’umanità”. La speranza è anche fiducia in se stessi. Siamo esseri umani attivi ma inattivi nella pratica: “persone piene di capacità inutilizzate”. È l’elemento di capacità che può permetterci di guardare con speranza e affrontare il futuro (Bauman, 69-70).
Le concettualizzazioni di Mauro e Bauman sono convergenti con le soluzioni individuate da Hartmut Rosa, riposte nella cura, responsabilità e speranza, ovvero connettersi come possibilità di essere in risonanza (relazione).
Per tali ragioni aggiungerei che un’etica della risonanza permetterebbe alle persone di vivere la vita buona, quando sperimentano la capacità di raggiungere gli altri, di connettersi con loro e di creare qualcosa. Così è la relazione ad essere al centro, la ragione della conoscenza, perché è importante raggiungere e collegare il mondo entrando in contatto con coloro che sono diversi, con la natura e la società nelle sue forme più complesse.
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