La Màschkarata, una manifestazione che rievoca l’antico e tradizionale Carnevale di San Mauro Cilento, si caratterizza per una serie di forme espressive che non sono solo la sfilata che si propone in ogni luogo del mondo, ma una particolare rappresentazione popolare.
Le maschere sono ispirate alla Commedia dell’Arte e presentano figure che vanno oltre le normali fattezze, per assumere tratti irregolari e farseschi. I principali personaggi sono: il Diavolo, Pulcinella, il Volante, il Turco, le Zite, il Vescovo, la Morte, Carnevale e Quaresima. C’è poi la “doppia persona”, un manichino montato sulla schiena dell’attore che interpreta il ruolo, e che si muove in maniera ricurva. Nell’interpretazione comune sono due personaggi, uno umano, che prevale nella parte della testa, e l’altro un fantoccio che, attaccati l’un l’altro, indossano maschere mostruose.
Secondo alcune testimonianze, questa maschera riprodurrebbe una donna che porta sulle spalle l’uomo. Questo aspetto individuerebbe una figura femminile che diventa la rappresentazione in pubblico di funzioni che erano nella cultura popolare relegate al privato. È un dato di fatto che la donna aveva il compito di prendersi cura di …: figli, marito, parentela, vicinato, per giungere alla funzione di esercizio della preparazione di erbe e medicamenti per alleviare le sofferenze. Tutto ciò era legato ad una collocazione domestica, intima, così come era intima la gestione della casa, su cui esercitava il dominio. La donna sorregge non solo metaforicamente l’uomo, ma sembrerebbe rappresentare “una forza, un carattere che per la prima volta è esplicitato”. (P. Martucci, La maschera della doppia persona, AGM Press, 2025)
È vero che nella logica del ribaltamento dei ruoli ciò potrebbe accadere, ma quel ribaltamento aveva trovato senso solo nel travestimento al maschile del dominato che prende il posto per un giorno del dominante. La funzione eversiva e liberatoria sia a livello collettivo che individuale si manifestava per un disagio socio-economico, oppure per problematiche di tipo psicologico, quasi sempre inconsce.
La persona nascosta interrompe la propria identità, realizzando un vuoto sotto di sé, evitando espressioni e comunicazioni con l’altro. Ma, nonostante ciò, cerca comunque una nuova identità che si produce negli sguardi degli altri; una presenza che fa riconoscere, perché il nascondere è un rivelare a coloro che guardano, un attestare la propria esistenza sociale.
La “doppia persona”, nel Carnevale di San Mauro Cilento, certamente subisce l’influenza di tutte queste dinamiche che parrebbero oscure, ma che invece possiamo rilevare legate alla condizione umana che si libera dalle sue follie e accetta il duale, un meccanismo che erroneamente le nostre società cercano di nascondere. Questa maschera riconduce alla doppiezza, riscontrata in una stessa persona, che al tempo stesso rappresenta la divisione tra umano e non umano: è una divisione che produce ambiguità, antagonismo, il giorno e la notte, il mondo terreno e l’aldilà, le differenze tra gli uomini. La “doppia persona” potrebbe anche essere una doppia forza per scacciare il male. In tal senso, significherebbe ripercorrere la funzione apotropaica, ovvero “allontanare il male con atteggiamenti esorcizzanti, attingendo dal mondo esoterico e del simbolismo, per tenere lontano la negatività”. (O. Marrocco, ‘A màschkarata, Digital Press, 2021)
Durante il Carnevale, in ogni luogo del mondo è centrale indossare una maschera, intesa come simbolo di fuga, alienazione, ma anche di mistero, che permette di spogliarsi dalle fatiche della vita quotidiana per nascondere ciò che siamo e di assumere una nuova identità.
Il rapporto dell’umanità con la maschera è piuttosto complesso, in quanto questo nascondimento risponde alla necessità di vincere la paura per tutto ciò che trascende la volontà degli uomini: l’alterità della maschera non risponde alla necessità di essere altro (da sé) nelle relazioni sociali, ma di essere altro nei confronti della società stessa.
Dunque si parla di doppio, che certamente permette di confrontarsi con antitesi e differenze: quelle legate all’idea comunitaria, “primitiva”, dunque sociale; quelle della condizione umana attuale, che necessariamente sfocia nell’individuale, ascrivibile a forme identitarie moltiplicate e figure multiformi. Doppio è un termine che si riferisce sia a maschera che persona, proprio perché quest’ultima in origine indicava la condizione degli attori teatrali che assumevano le sembianze dei personaggi che interpretavano. Se il termine persona proviene dal latino persōna (maschera), e questo probabilmente dall’etrusco phersu (maschera dell’attore, personaggio), il quale procede dal greco πρóσωπον (prósôpon), la maschera in tutte le culture ha rappresentato il senso del nascondere o dissimulare il proprio reale aspetto, esercitando la funzione magico-rituale, bellica, legata allo spettacolo, a scopo di divertimento, o semplicemente per non farsi riconoscere. (Voce: Maschera, in vocabolario on line, https://www.treccani.it. Cfr.: M. Bettini, a cura di, La maschera, il doppio, il ritratto, Laterza, 1991.
La maschera insegna che si può “essere simili”, vale a dire che si può puntare sulle tendenze verso l’unità e invertire quelle verso la dispersione. Imitare, assomigliare, cogliere il simile sono azioni ricche di sacralità in quanto comportano di tornare all’unità del reale scoprendo via via la strada dell’identità e la convergenza fra le cose.
Si tratta di una forma di liberazione con una funzione che si esprime attraverso l’insieme delle danze, della musica, delle azioni dei personaggi che si muovono intorno ad un pubblico attento e partecipe. In tale accezione, il significato di una maschera è perciò inserito in una complessa trama di relazioni simboliche e di valori culturali specifici di una società. L’interesse degli antropologi riguarda il ruolo che esse svolgono all’interno di un sistema di simboli e di significati culturali e le relative connessioni con la cosmologia e il patrimonio mitologico. Il loro scopo è di ricollegare la cerimonia con il tempo mitico delle origini, ove ebbero luogo gli avvenimenti che hanno determinato “l’ordinamento dell’universo e della società nella sua forma attuale”. (J.P. Vernant, Figure, idoli, maschere, Il Saggiatore, 2018, or. 1990)
Se nel Carnevale si realizza un’identità umana che si confronta con un vivere contraddittorio, con al centro il conflitto bene e male, ragione e istinto, è la stessa comunità organizzata che lascia spazio ad un aspetto duale, individuato soprattutto nello smarrimento della coscienza, nel travestimento, nell’altro da me. In questa festa si manifesta la condizione del ribaltamento dell’ordine sociale, come riportato negli scritti di Annabella Rossi e Roberto De Simone. (A. Rossi, R. De Simone, Carnevale si chiamava Vincenzo, Ed. De Luca, 1977)
È un ribaltamento dei ruoli anche sessuali. Riferendosi ad una cultura tradizionale, la donna ha avuto una posizione subalterna e marginale, con la predominanza di un sistema patriarcale organizzato attraverso l’introiezione di valori maschilisti che portavano al privato, al familistico, alla marginalità. In tale contesto, alle donne era conferito un tratto specifico che si trasformava “in dipendenza e sottomissione, disposizione ad eseguire, piuttosto che ad emergere e a dominare”. (P. Cavallo Boggi, Immagine di sé e ruolo sessuale, Guida, 1978)
Nelle ricerche effettuate nel Cilento, abbiamo spesso rilevato l’importanza del ruolo femminile: qualcuno addirittura si spingeva a parlare di società matriarcale, anche se i riscontri tratti dalla vita quotidiana rispecchiano la divisione dei ruoli sociali che hanno caratterizzato la cultura tradizionale. Esercitando compiti sanciti dai tempi e dagli esempi, la donna ha consentito alla famiglia di far prosperare e salvaguardare l’unità familiare. La donna si occupava degli affari, della casa e dei figli, e il marito dava in alcuni casi mandato alla moglie di interessarsi dell’economia della famiglia.
Nell’analizzare le posizioni all’interno della società contadina, da parte delle donne era prevalente l’accettazione del sistema di vita vigente che non poteva essere rovesciato né messo in discussione: tuttavia si verificava un continuo tentativo di riappropriarsi almeno di piccole vittorie tattiche nelle relazioni tra i sessi. Nel Cilento si dice ancora che “una donna la fa una casa e una donna ‘a scapezza”, per rilevare che era la donna ad amministrare le poche risorse a disposizione della famiglia, ed era lei che interveniva in tutte le vicende che potessero mettere a repentaglio il destino del nucleo familiare. Nelle interviste, alcune donne hanno sostenuto di comandare al pari dei mariti, anche se non si specificava se la loro fosse una aspirazione o se in fondo esercitassero effettivamente un ruolo predominante, usando tuttavia l’accortezza di sottolineare in pubblico che era il marito a “portare i pantaloni”. (P. Martucci, A. Di Rienzo, Identità cilentana e cultura popolare, CI. RI. Cilento Ricerche, 1997)
Nel caso della Màschkarata, il senso della “doppia persona”, riconducibile alla donna che trasporta sulle spalle l’uomo, potrebbe configurare una cultura popolare in cui l’aspirazione femminile, intesa come sogno e speranza, è di esercitare una posizione predominante almeno nel contesto legato al ribaltamento carnevalesco dei ruoli in quel tipo di comunità.
Sempre interessanti le conoscenze che diffonde ai suoi lettori. Grazie
Il doppio in maniera simbolica riconduce all’heimlich ,il perturbante ovvero il frammento di ipseita’ estraneo e familiare allo stesso tempo.In altri termini ci consente di incontrare in maniera dialogica l’alterita’ cosi’ che si costiusce una identita’ narrativa .La maschera si presta bene alle proiezioni ed identificazioni delle istanze evolutive.E questo ben accade in comunita’ dalle origini ancestrali.
Complimenti per l’analisi antropologica esistenziale