Tra difficoltà, crisi e qualche speranza si avvia a conclusione l’anno 2025. La popolazione italiana vive una condizione contraddittoria per assenza di prospettive, distacco dalla politica, ricerca di edonismo, ma anche voglia di coinvolgimento attivo dei cittadini.
Parto dal “Rapporto Giovani 2025” (Istituto Giuseppe Toniolo, La condizione giovanile in Italia 2025. Rapporto Giovani, Il Mulino, 2025), che ha considerato essenziale la parola “speranza” per definire la condizione dei giovani in Italia: essa appartiene a chi guarda al futuro con impegno e fiducia ed invita all’azione collettiva, anche perché dare voce ai giovani significa credere nella loro capacità di innovare e costruire. Il Rapporto rileva che occorrono politiche e interventi che sappiano riconoscere e valorizzare il potenziale giovanile, offrendo spazi reali di crescita e partecipazione.
Sulla stessa linea, l’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani ha scelto “fiducia” come parola dell’anno del 2025, rilevando che nonostante le incertezze geopolitiche e sociali, la fiducia emerge come risposta al bisogno di guardare al futuro in maniera positiva. Questa considerazione si fonda sulla forza delle relazioni umane e sullo sviluppo di legami solidi, affidabili e duraturi. La fiducia, ereditata dal latino: fidelitas, si propone come affidamento, confidenza, fedeltà, fede, responsabilità e speranza nell’avvenire, nell’ambito di una “dimensione relazionale”.
Il Rapporto dell’Istituto Toniolo si occupa di quattro aree tematiche: la formazione, il lavoro, la partecipazione politica, le relazioni sociali. Il senso della scuola è da intendere come il luogo dove i giovani iniziano a immaginare e costruire il proprio futuro come soggetti attivi nel mondo. L’occupazione mantiene una posizione centrale nel progetto di vita, ma non intesa come un lavoro qualunque: in larga parte i giovani rifiutano l’idea di lavoro solo come necessità e responsabilità, perché esso deve poter abbinare passione e realizzazione personale. L’indagine registra la difficoltà dei giovani nel riconoscersi nell’offerta politica attuale, percepita come poco coerente e poco in grado di attrarli e coinvolgerli. La crisi di rappresentanza e la polarizzazione del dibattito pubblico accentuano la sensazione che il bene comune sia trascurato, mentre prevalgono interessi di parte. Tuttavia, i giovani trovano sintonia con la politica locale per migliorare le loro comunità, legata ai diritti e alla sostenibilità. Infine, una importante indicazione è il superare gli stereotipi, perché i giovani sono più aperti ed hanno una maggiore percezione di emozioni positive come la gioia, l’ottimismo, la speranza. Costruiscono relazioni basate sul confronto sincero, sul rispetto reciproco e sulla valorizzazione dell’altro.
Dunque c’è una “speranza” riposta nei giovani, che pur con le evidenti difficoltà di vita e le precarie esistenze, forse in controtendenza potrebbero assicurare un cambiamento, una possibilità. Come quella messa in rilievo dall’indagine “Demopolis”, Istituto diretto da Pietro Vento, che di recente ha presentato i dati con un focus sui giovani che vivono nelle periferie e nelle aree più fragili, nell’ambito delle iniziative: “Con i bambini – Demopolis”.
Pur nelle evidenti difficoltà e preoccupazioni, è importante rilevare quanto la “questione minori” meriti centralità nel dibattito pubblico e nelle priorità istituzionali. Rossi-Doria (“Con i bambini”) sostiene di aver avviato “un grande cantiere educativo per cambiare in positivo la vita di bambini e adolescenti che vivono nelle grandi periferie, mettendo insieme tutti gli attori pubblici e privati per ridare speranza a cittadini, famiglie e ad un’intera generazione che è molto meglio di quanto si pensi”.
Il 59° Rapporto Censis (i cui dati sono stati resi pubblici il 5 Dicembre 2025), sulla situazione sociale del Paese/2025, prosegue l’analisi e l’interpretazione dei più significativi fenomeni socio-economici del Paese, individuando i reali processi di trasformazione della società italiana.
La seconda parte si occupa de: La società italiana al 2025, definita una “società irrazionale”, una “età selvaggia”, che permette di affermare che le autocrazie sono più adatte allo spirito dei tempi (30% della popolazione italiana). Oggi, l’economia non è più il vero motore della storia, al contrario ci si affida a: antichi e nuovi miti, paure ancestrali, fedi religiose, fanatismi ideologici, culture identitarie radicali, suggestioni della volontà di potenza. Si tratta di una forma di irrazionalità che sostituisce la fiducia in “un illuminato progressismo liberal”. Qualche esempio: nella percezione degli italiani (62%) l’Unione Europea non ha più un ruolo decisivo nelle partite globali ed è destinata alla marginalità in un mondo in cui vincono la forza e l’aggressività, anziché il diritto e l’autorità degli organismi internazionali. Il modello socio-culturale occidentale, un tempo da imitare, è superato dalla convinzione (40%) che le controversie tra le grandi potenze si risolvano mediante i conflitti armati, i cui esiti fisseranno i confini del nuovo ordine mondiale.
Sostiene il Censis che l’aumento vertiginoso dell’indebitamento delle economie occidentali le rende più fragili: si determina una mutazione dello Stato che da fiscale diventa debitore, ed allora sarà difficile abbassare le tasse, obiettivo comunque puntualmente disatteso. I problemi riguardano l’ingente debito e la bassa crescita, e nel nostro Paese l’invecchiamento demografico e la riduzione della popolazione attiva.
Siamo nelle società post-welfare, e “senza stato sociale e pace sociale” si sviluppano ancora di più le aggressività che portano le democrazie in crisi. Si indebolisce anche il lavoro, non tanto come occupazione quanto piuttosto come perdita del potere d’acquisto pro-capite: nel 2024 il valore reale delle retribuzioni risulta inferiore dell’8,7% rispetto al 2007; di conseguenza la crisi riguarda essenzialmente il ceto medio.
Altri dati più allarmanti riguardano la riduzione della popolazione residente in Italia del 2,3% nel decennio 2014-2024 (quasi 1,4 milioni in meno), che ridisegna una differente geografia sociale. La popolazione aumenta nelle città intermedie del Nord-Est e nei comuni limitrofi di alcune aree metropolitane, con il pericoloso fenomeno dell’abbandono delle realtà più periferiche e marginali.
C’è poi il fenomeno dell’invecchiamento: le persone dai 65 anni in su rappresentano il 24,7% della popolazione (14,6 milioni di persone): erano il 18,1% nel 2000 (10,3 milioni) e il 9,3% nel 1960 (4,6 milioni). L’aspettativa di vita è arrivata a 85,5 anni per le donne e 81,4 per gli uomini: circa 5 mesi in più solo nell’ultimo anno. E i centenari, 594 nel 1960, diventati 4.765 nel 2000, oggi sono 23.548. L’aumento della popolazione anziana conosce la regola di prolungare l’esistenza sfuggendo alle malattie: si realizza una tendenza a vivere come eterni adulti, senza limitazioni legate all’avanzare dell’età.
C’è poi la crisi dei partiti ancora più accentuata rispetto al passato: il 72% degli italiani non crede ad essi, come pure ai leader politici e al Parlamento, che sembrano essere corpi estranei alle dinamiche delle varie comunità. L’abbandono della partecipazione politica si riscontra nella disaffezione alle competizioni elettorali: alle ultime elezioni politiche del 2022 gli astenuti hanno raggiunto la quota record del 36,1% degli aventi diritto, 9 punti percentuali in più rispetto alle precedenti elezioni del 2018. Alle europee del 2024 il 51,7% degli elettori ha disertato le urne (alle prime elezioni dirette del Parlamento europeo, nel 1979, gli astenuti si fermarono al 14,3%).
Anche l’informazione politica risente di una grave crisi: se nel 2003 il 57,1% degli italiani si informava regolarmente di politica; nel 2024 la percentuale è scesa al 48,2%. I cittadini che ascoltano dibattiti politici sono oggi il 10,8%; la partecipazione ai comizi si è dimezzata e le mobilitazioni di piazza raccolgono sempre meno adesioni, ad eccezione delle recenti proteste per il conflitto in Palestina.
Una questione importante riguarda gli immigrati, guardati con favore quando svolgono lavori faticosi e poco qualificati, o quando accudiscono gli anziani e i bambini; al contrario, non siamo propensi a concedere loro gli stessi diritti di cittadinanza degli italiani perché gli stranieri costituiscono “un pericolo per l’identità e la cultura nazionali”.
Per il Censis assistiamo a un capovolgimento dei ruoli nel rapporto tra élite e popolo. Se ci rivolgiamo ai leader europei, si nota la tendenza a “non essere rassicuranti”: gli annunci sulla imminente catastrofe, il pericolo della guerra, la perdita di competitività del continente, la deriva demografica, il collasso climatico, la marea dei migranti, ecco che i sistemi liberal democratici sembrano non affrontare i problemi che si presentano. L’Europa non ha saputo rappresentare il ruolo di stabilizzatore e di pacificatore, ed allora probabilmente si coltiva la speranza nelle autocrazie che presentano la prospettiva di “una narrazione rassicurante”.
Sulla “rassicurazione”, una delle questioni più rilevanti del Rapporto è che nonostante tutte le difficoltà gran parte degli italiani sprigiona ogni giorno un’energia sorprendente, che dimostra un approccio positivo alla vita. Il piacere è inscritto nel nostro stile di vita come espressione di una connaturata vocazione edonistica.
Se negli ultimi vent’anni (2004-2024) la spesa per la cultura delle famiglie italiane si è ridotta (-34,6%), nell’ultimo anno quasi 12 miliardi di euro, notiamo che si tratta di circa un terzo di quanto spendiamo nell’insieme per smartphone e computer e servizi di telefonia e traffico dati. La riduzione dei consumi culturali dipende dalla forte contrazione della spesa per giornali e libri, anche se contemporaneamente gli altri consumi di beni e servizi culturali sono aumentati. Nell’ultimo anno il 45,5% degli italiani è andato al cinema, il 24,7% ha assistito a eventi musicali, il 22,0% a spettacoli teatrali, il 10,8% a concerti di musica classica e all’opera. Musei e mostre sono stati visitati dal 33,6% degli italiani, siti archeologici e monumenti dal 30,9%.
La conclusione è che l’offerta culturale diventa sempre più un dispositivo esperienziale: viaggiare e cercare motivi per poter vivere la “vocazione edonistica”.
La società italiana, davanti ad un futuro sempre più incerto, ha rimodulato le attese e i desideri. La maggior parte degli italiani non credono nella mobilità sociale verso l’alto, riduce i consumi ad eccezione dei viaggi e degli acquisti con i saldi.
Il Rapporto Censis rileva la condizione drammatica degli italiani in questo 2025, convinti (il 46,8% del totale, che diventa 55,8% tra i più giovani) che non ci sia un futuro all’insegna del progresso e che le democrazie siano inadeguate a sopravvivere.
Le condizioni del nostro Paese sono dunque caratterizzate da un quadro frammentato con molte divisioni. È ciò che rileva la 28° Edizione dell’Osservatorio “Gli italiani e lo stato”, curato dal LaPolis-Università di Urbino Carlo Bo con Demos e Avviso pubblico, del 22 Dicembre 2025.
L’insicurezza e una democrazia che diventa più debole (6 italiani su 10 lo dichiarano) sono i temi essenziali sottolineati da Ilvo Diamanti, che tuttavia riconosce l’impegno civile: un terzo degli italiani “partecipa a iniziative legate ai problemi del luogo in cui vive, e discute di politica nell’agorà virtuale”. La democrazia è messa in discussione dalle situazioni esterne (guerre) e dai cambiamenti profondi che minano i riferimenti su cui si fondava la nostra sicurezza, perché è difficile sentirsi sicuri quando il mondo intorno a noi è insicuro. L’Europa e l’Occidente sono in discussione, e di conseguenza anche la nostra sicurezza, la nostra stabilità, il nostro futuro. La democrazia deve costruire legami personali e associativi che favoriscano le relazioni reali, per cui essa ha bisogno di comunicazione attraverso la partecipazione diretta, non di rapporti a distanza. L’Osservatorio rileva che la polarizzazione e la divisione autodefiniscono oggi la condizione di italiani: calano i partecipanti anche delle parrocchie, delle associazioni sportive e culturali, per una prepotente ripresa “individualista e isolazionista” e per il calo della “socialità”. Dunque diminuzione delle attività culturali ma anche dello stesso acquisto “di prodotti di consumo etico come forma di impegno”.
Diamanti crede che le principali dinamiche che determinano le caratteristiche dell’oggi sono il risultato di una tensione tra le fratture sociali (rischio, disuguaglianze, esclusione, malessere esistenziale, società violenta) e le spinte dominanti, quelle forze che modellano i cambiamenti e sono portatrici di resistenze e disagi e riguardano la salvaguardia ambientale, la parità di genere e il progresso tecnologico in costante accelerazione.
La società segnata da questi due fattori produce una serie di fenomeni contraddittori: lavoro lontano dalle aspirazioni delle persone; mancanza di tempo; resistenza all’affermazione delle politiche di genere e dei nuovi diritti; la nostalgia per un passato visto come migliore; una società meno globalizzata e legata al territorio e al luogo; un bisogno di sentirsi parte di una comunità.
Ad ogni modo, occorre rilevare in questo 2025 un’economia in crescita moderata con investimenti, occupazione e consumi privati in aumento, investimenti favoriti dalla fase conclusiva del PNRR. Esiste un tessuto imprenditoriale dinamico, un forte interesse per la sostenibilità sociale, ma anche un quadro sociale in evoluzione con polarizzazioni, dinamiche familiari, e attenzione alla salute e al benessere. Tra le criticità c’è tuttavia il debito pubblico record che condiziona le politiche, una condizione di denatalità e di invecchiamento della popolazione, le minacce cyber, le sfide dei cambiamenti climatici.
Tra criticità e indicazioni di prospettiva, si è delineato il 37° Rapporto Italia Eurispes (Armando Editore, 2025). Il presidente Gian Maria Fara, nelle “Considerazioni Generali”, ha sottolineato l’importanza del recupero di un pensiero essenziale, in quanto siamo ancora di fronte alle incertezze che necessitano di risposte alle nuove sfide della società. Esse sono determinate dai cambiamenti, definiti “sorprendenti e radicali”, che riguardano: la situazione geopolitica internazionale, l’evoluzione della scienza e della tecnologia, un “modo di pensare” di attuare “comportamenti sociali”, sia dei singoli che delle comunità. C’è poi la finanziarizzazione della vita che diventa “strumento di controllo e di indirizzo della politica”. Fara, che cita l’insegnamento di Ferrarotti, sostiene che non siamo in grado di formulare “domande lungimiranti” sulle scelte da compiere per intravedere quanto meno delle “prospettive degne di essere perseguite e raggiunte”.
Al contrario, esercitare il pensiero essenziale permette di farci riflettere su cinque aspetti: la crisi della democrazia; la crisi della politica; la crisi dell’ordine mondiale; la crisi dell’idea di progresso; la crisi dell’idea di comunità.
Il primo elemento sottolineato è il rapporto tra il cittadino e le istituzioni democratiche, su cui si sono “interposti dei soggetti esterni”, grandi attori della finanza e della tecnologia, che interferiscono sul processo di partecipazione “libera, cosciente e responsabile” dei cittadini alla vita pubblica. Essi condizionano scelte e comportamenti, sviluppando azioni legate ad interessi che vanno oltre quelli legati all’economia e al consumo di beni e servizi.
La crisi della politica è legata al venir meno della capacità di agire secondo un’idea di futuro condiviso che non sia soltanto un futuro da esplorare ma che sia soprattutto un futuro da costruire, legato all’individuazione e definizione di scenari degni di essere perseguiti. La politica è motivata da ragioni emergenziali che fanno perdere “quel ruolo guida necessario ad affrontare trasformazioni strutturali del nostro tempo”; si tratta di una non politica che “esalta il peggio mentre mantiene il silenzio sul meglio” e si sviluppa attraverso una retorica fine a se stessa, che induce a “parlare prima di pensare e agire”.
Ci troviamo poi in una condizione di crisi del sistema delle Istituzioni multilaterali, prima punto di riferimento della comunità internazionale, che si sta “frammentando velocemente in tanti centri multilaterali di riferimento”. Il multilateralismo, conosciuto come strumento di progresso condiviso, si sta trasformando in multicentrismo e multipolarismo, segnato da un forte scontro di potere tra un esiguo numero di Stati o coalizioni di Stati.
Infine, è da segnalare la supremazia del web e della comunicazione digitale, che diventano “pratiche sempre più invasive di controllo sociale”. La società della comunicazione diventa asociale, con individui isolati e massificati. Tutti vogliono comunicare per dimostrare di
essere nel mondo e sono disposti “a mettere in piazza le proprie situazioni personali, opinioni, desideri, esigenze, messaggi”. Ma contemporaneamente queste persone sono coinvolte in processi che determinano “una perdita di identità perché l’identità ha bisogno di alterità”. La supremazia del web sta distruggendo l’idea e la struttura della comunità, perché induce le persone a vivere in “bolle” nelle quali un soggetto si isola e finisce per vivere “indebolendo progressivamente ogni rapporto di interscambio umano concreto, palpabile, effettivo”. Si tratta di comunità effimere, non legate da vincoli reali e da relazioni stabili: sono non comunità.
Un’attenta disamina sulla situazione che stiamo vivendo attraverso la lettura di rapporti importanti ci porta per mano a profonde riflessioni . Grazie
Una attenta disamina che rende evidente lo scollamento tra le istituzioni che perdono la capacita’ di rappresentare le pulsioni vitali,e le aspirazioni etiche che si declinano verso categorie coesistentive che possono orientarci verso un futuro in cui si possa inscrivere un nuovo modo ribadire le piu’ idonee pratiche dell’esserci attraverso la soggettivazione degli esclusi e dei marginali in una societa’ altrimenti tangenziale ed autoreferenziale .
Complimenti