È stato pubblicato, a cura del prof. Osvaldo Marrocco (“Museo Vivo della Maschkarata”), il lavoro:
P. Martucci, La maschera della doppia persona, Ed. Amg Press, 2025.
‘A Maschkarata, l’Antico Carnevale di San Mauro Cilento, che si svolge la domenica e il Martedì Grasso, iscritto nell’Inventario del Patrimonio Culturale Immateriale Campano (IPIC), è una rappresentazione/celebrazione, organizzata dal “Museo Eleousa” e dal “Museo Vivo della Maschkarata”. Le principali maschere sono: Prucinella, le Zite, il Volante, il Turco, il Diavolo, il Cacciatore, Cannuluvaro e Quaresima. Infine, la maschera della “Doppia Persona”, una figura duplice, che si presta a molteplici interpretazioni.
Di seguito, riporto alcune parti dello scritto.
In occasione del Carnevale di San Mauro Cilento, durante la Màschkarata si propone da tempo la maschera della “doppia persona”, un manichino montato sulla schiena dell’attore che interpreta il ruolo, e che si muove in maniera ricurva. Nell’interpretazione comune sono due personaggi, uno umano, che prevale nella parte della testa, e l’altro un fantoccio che, attaccati l’un l’altro, indossano maschere mostruose. (O. Marrocco, ‘A màschkarata, Digital Press, 2021)
Eppure, alcune testimonianze popolari sostengono che si tratterebbe di una donna che porta sulle spalle un uomo, con la possibile interpretazione riguardante il ruolo della donna che si accolla tutte le fatiche della vita. (O. Marrocco, Ipotesi sulla doppia persona: testimonianze, San Mauro Cilento, 3 febbraio 2024)
Partendo da queste argomentazioni, cercherò di compiere alcune riflessioni sul concetto di doppio per ricondurlo a quello di maschera e alla particolarità di questa espressione rituale: la “doppia persona”.
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«Gli uomini in origine erano “doppi” e, essendo arroganti, giunsero ad attaccare gli dei. Zeus, anziché sterminarli, preferì dividerli a metà, perché fossero più deboli. Ma proprio perché in origine erano un unico individuo, le due metà continuarono a cercare la loro parte complementare…». (Tratto dal racconto di Aristofane: Platone, Simposio, La Nuova Italia, 1990)
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Il doppio (duplus, due volte tanto) è il composto di due parti, due quantità uguali, e si riferisce a cose o a persone strettamente legate e coinvolte l’una nelle vicende dell’altra. Connesso a questo termine spesso ci si riferisce a maschera oppure persona, proprio perché quest’ultima pare che in origine indicasse la maschera utilizzata dagli attori teatrali per dare all’attore le sembianze del personaggio che interpretava. Se il termine persona proviene dal latino persōna (maschera), e questo probabilmente dall’etrusco phersu (maschera dell’attore, personaggio), il quale procede dal greco πρóσωπον (prósôpon), la maschera in tutte le culture ha rappresentato il senso del nascondere o dissimulare il proprio reale aspetto, esercitando la funzione magico-rituale, bellica, legata allo spettacolo, a scopo di divertimento, o semplicemente per non farsi riconoscere. Procedendo oltre, pare che un’altra prospettiva etimologica sia di derivazione preindoeuropea: il termine maschera sarebbe masca (strega, fuliggine, fantasma nero, finto volto), di origine provenzale o latino medievale, anche se questa parola era diffusa nelle zone del Piemonte e della Liguria e potrebbe essere corrispondente al masque francese o mask inglese. Giovanni Battista Bronzini introduce anche il termine larva, che rimanda a spettro e anche a maschera, connessione tra i due concetti, intendendo soprattutto le metamorfosi. (Voce: Maschera, in vocabolario on line, https://www.treccani.it. Cfr.: Bronzini G.B., Dalla larva alla maschera, in Bettini M., a cura di, “La maschera, il doppio, il ritratto”, Laterza, 1991, pp. 61-84)
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Nelle società primitive, l’eliminazione del doppio portava alla liberazione dell’individuo, mentre in quelle moderne è la moltiplicazione che porta alla negazione dell’individuo, alla sua alienazione. Il doppio veniva creato ed eliminato per mezzo di un feticcio il quale finiva con l’accogliere in sé tutte le negatività del soggetto. Attraverso questo rito il soggetto cresceva, spogliato finalmente non tanto dei suoi limiti quanto dei suoi tabù. Tale rito era necessario per l’inserimento all’interno della società e come passaggio verso l’età adulta: simboleggiava la presa di coscienza di un ruolo malvagio insito nell’uomo, che deve essere mediato per permettergli di vivere nella comunità. (E. B. Taylor, Alle origini della cultura, Ist. Editoriali e Poligrafici, 2000, or. “Primitive Culture”, 1871)
Il doppio è dunque capace di incarnare le caratteristiche della persona stessa. Non a caso il sacrificio di figure antropomorfe serve ad eliminare negatività interne a quella che potrebbe essere definita la “figura originale”, l’essere umano da cui il doppio prende le misure. Dal punto di vista antropologico, questo tema è stato sempre presente: i gemelli, l’ombra, il riflesso, lo specchio, sono solo alcune delle espressioni di questo “altro da sé” che mantiene col soggetto un legame forte.
Gli studi sul folklore riportano come nelle popolazioni primitive si realizza una interpretazione positiva del doppio, inteso come ombra, come un essere spirituale ma reale che protegge e rafforza la comunità. Nelle “culture primitive” il doppio viene esorcizzato attraverso una serie di azioni: si fa particolare attenzione a non lasciare cadere la propria ombra su certi oggetti; si evita con cura che la propria ombra possa essere calpestata; si convive con l’ombra e si fa attenzione a come trattarla. (O. Rank, Il doppio, Sugarco Edizioni, 2022)
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La “doppia persona”, nel Carnevale di San Mauro Cilento, certamente subisce l’influenza di tutte queste dinamiche che parrebbero oscure, ma che invece possiamo rilevare legate alla condizione umana che si libera dalle sue follie e accetta il duale, un meccanismo che erroneamente le nostre società cercano di nascondere. Questa maschera riconduce alla doppiezza, riscontrata in una stessa persona, che al tempo stesso rappresenta la divisione tra umano e non umano: è una divisione che produce ambiguità, antagonismo, il giorno e la notte, il mondo terreno e l’aldilà, le differenze tra gli uomini. La “doppia persona” potrebbe anche essere una doppia forza per scacciare il male. In tal senso, significherebbe ripercorrere la funzione apotropaica, ovvero allontanare il male con atteggiamenti esorcizzanti, attingendo dal mondo esoterico e del simbolismo, per tenere lontano la negatività. (Marrocco, ‘A màschkarata, cit)
Se nel Carnevale si realizza un’identità umana che si confronta con un vivere contraddittorio, con al centro il conflitto bene e male, ragione e istinto, è la stessa comunità organizzata che lascia spazio ad un aspetto duale, individuato soprattutto nello smarrimento della coscienza, nel travestimento, nell’altro da me. In questa festa si manifesta la condizione del ribaltamento dell’ordine sociale, come riportato negli scritti di Annabella Rossi e Roberto De Simone. (A. Rossi, R. De Simone, Carnevale si chiamava Vincenzo, Ed. De Luca, 1977)
Secondo alcune testimonianze, a San Mauro Cilento la maschera della “doppia persona” riprodurrebbe una donna che porta sulle spalle l’uomo. Questo aspetto individuerebbe una figura femminile che diventa la rappresentazione in pubblico di funzioni che erano nella cultura popolare relegate al privato. È un dato di fatto che la donna aveva il compito di prendersi cura di …: figli, marito, parentela, vicinato, per giungere alla funzione di esercizio della preparazione di erbe e medicamenti per alleviare le sofferenze. Tutto ciò era legato ad una collocazione domestica, intima, così come era intima la gestione della casa, su cui esercitava il dominio. Nella cultura contadina si occupava di lavorare la terra e con il tempo di assolvere ad uffici più estesi, per giungere ad attività lavorative fuori dal contesto familiare.
La donna sorregge non solo metaforicamente l’uomo, ma sembrerebbe rappresentare una forza, un carattere che per la prima volta è esplicitato. È vero che nella logica del ribaltamento dei ruoli ciò potrebbe accadere, ma quel ribaltamento aveva trovato senso solo nel travestimento al maschile del dominato che prende il posto per un giorno del dominante. La funzione eversiva e liberatoria sia a livello collettivo che individuale si manifestava per un disagio socio-economico, oppure per problematiche di tipo psicologico, quasi sempre inconsce.
Nelle ricerche effettuate nel Cilento, abbiamo spesso rilevato l’importanza del ruolo femminile: qualcuno addirittura si spingeva a parlare di società matriarcale, anche se i riscontri tratti dalla vita quotidiana rispecchiano la divisione dei ruoli sociali che hanno caratterizzato la cultura tradizionale. Esercitando compiti sanciti dai tempi e dagli esempi, la donna ha consentito alla famiglia di far prosperare e salvaguardare l’unità familiare. (P. Martucci, A. Di Rienzo, Identità cilentana e cultura popolare, nel capitolo V: “I ruoli sessuali”, CI. RI. Cilento Ricerche, 1997, p. 110)
Nelle interviste realizzate abbiamo rilevato che la donna si occupava degli affari, della casa e dei figli, e il marito dava in alcuni casi mandato alla moglie di interessarsi dell’economia della famiglia. Nell’analizzare le posizioni all’interno della società contadina, da parte delle donne era prevalente l’accettazione del sistema di vita vigente che non poteva essere rovesciato né messo in discussione: tuttavia si verificava un continuo tentativo di riappropriarsi almeno di piccole vittorie tattiche nelle relazioni tra i sessi. Nel Cilento si dice ancora che “una donna la fa una casa e una donna ‘a scapezza”, per rilevare che era la donna ad amministrare le poche risorse a disposizione della famiglia, ed era lei che interveniva in tutte le vicende che potessero mettere a repentaglio il destino del nucleo familiare. Alcune donne hanno sostenuto di comandare al pari dei mariti, anche se non si specificava se la loro fosse una aspirazione o se in fondo esercitassero effettivamente un ruolo predominante, usando tuttavia l’accortezza di sottolineare in pubblico che era il marito a “portare i pantaloni”. (Ivi, pp. 107-117)
Riferendosi ad una cultura tradizionale, la donna ha avuto una posizione subalterna e marginale, come sostenuto dalla psicologa Pina Cavallo Boggi, con la predominanza di un sistema patriarcale organizzato attraverso l’introiezione di valori maschilisti che portavano al privato, al familistico, alla marginalità. In tale contesto, alle donne era conferito un tratto specifico che si trasformava “in dipendenza e sottomissione, disposizione ad eseguire, piuttosto che ad emergere e a dominare”. (P. Cavallo Boggi, Immagine di sé e ruolo sessuale, Guida, 1978, pp. 44-45)
Nel caso della Màschkarata, il senso della “doppia persona”, riconducibile alla donna che trasporta sulle spalle l’uomo, potrebbe configurare una cultura popolare in cui l’aspirazione femminile, intesa come sogno e speranza, è di esercitare una posizione predominante almeno nel contesto legato al ribaltamento carnevalesco dei ruoli in quel tipo di comunità.
Pasquale Martucci
Questi brani, tratti dal libro La maschera della doppia persona, insieme con le acute osservazioni sulla funzione e il significato dela maschera nella cultura /e cilentana/e evidenzia come le risultanze di una ricerca – svolta in un contesto e con approccio specifici – possano tornare utili a rischiarare aspetti di altri contesti. In particolare, a me, ricordando il Sè freammentato e situazionale di Goffman, mi ha fatto pensare all’odierno utilizzo mediale, in chiave positiva, di quello che sarebbe un concetto di clinica patologica, ossia l’dentità o personalità multipla.
Il senso della doppia persona, ricordato nel tempo con le “Màschkarata” è medicamentoso ma non basta a sanare l’uomo perché ne tragga beneficio.
Va ricordato che «Gli uomini in origine erano “doppi”», ma era il primo esperimento di creazione ma non fu buono. Ma così avviene per tutte le nuove progettazioni. Oggi l’umanità segue il corso ricordato – per esempio – dalle “Maschkarata” e potrebbe essere ragionevole pensare che un giorno futuro, “vicino o lontano”, la doppiezza possa essere ricomposta.
Oggi sembra che sia l’uomo tutto preso per questa ricomposizione “fatta in casa”, e neanche esamina il passato, i propri “padri”, per trarne beneficio. Ma nel Cilento continua il rito della “Maschkarata” perché? Non può essere che, al di là di tutti i ragionamenti filosofici esaminati dal prof. Osvaldo Marrocco ci voglia ricordare i “nostri padri”, le nostre origini?
Un modo c’è per farlo, se non altro, esaminando la “creazione” di un essere umano al momento in cui la sua “doppiezza” si forma, cioè quando l’uomo e la donna si uniscono generando il figlio (o i gemelli). Cosa avviene? Avviene che una moltitudine di spermatozoi invade l’ovulo e uno di essi o due, prevalgono – così dicono. Ma io sono propenso a ritenere che sia la madre – l’altra Madre in lei – a decidere perché è l’unica che può concepire il “destino dei nascituri. Non è la casualità a decidere. Ecco un rivelazione che non si conosceva sulla donna. Ed è anche la stessa memoria della “Maschkarata” cilentana della doppiezza”, della “donna che porta l’uomo sulle spalle”.
Cordialità,
Gaetano Barbella