Spesso siamo condizionati da stereotipi. Ciò accade in molti ambiti della vita quotidiana, considerando le tendenze di una società che cerca di categorizzare gli altri da noi: pensiamo alle definizioni di alcune popolazioni secondo criteri etnici, geografici, politici, culturali in senso lato.
Per una strana coincidenza, mi sono imbattuto nei calabresi, attraverso due libri che ho letto nello stesso periodo e un personale sguardo su alcuni luoghi della regione.
I volumi sono: Nicola Gratteri, Antonio Nicaso: Storia segreta della ‘ndrangheta (Mondadori, 2018); Pino Stancari, La Calabria tra il sottoterra e il cielo, (Rubbettino, 2025, or. 1997, con un capitolo finale di integrazione del 2024). La frequentazione mi ha fatto poi considerare quasi in termini tipologici alcuni calabresi, attraverso iniziali pregiudizi che si sono con il procedere dell’osservazione del tutto dissolti. Ed allora, ho verificato come tutti gli stereotipi possano essere superati attraverso l’approfondimento e la conoscenza reale dei fenomeni.
L’approccio al volume di Gratteri e Nicaso certamente porta a pensare alla Calabria come terra di criminalità, se non altro perché si propone una storia che è soprattutto segreta, nel senso di qualcosa che agisce nel buio, nel profondo, ed investe un contesto che serve ad alimentare considerazioni in ambito culturale e collocare entro tratti specifici il fenomeno.
Del resto, anche una certa mafia, di cui mi sono occupato alcuni anni fa, quella per intenderci prima delle forme imprenditoriali, finanziarie e conniventi con altri poteri, facevano pensare all’ambito culturale e a tratti specifici.
Gli autori in: Storia segreta della ‘ndrangheta, parlano di una lunga e oscura vicenda che parte dall’Unità d’Italia e considera il “mito fondativo” e le forme che si consolidano nel tempo a stretto contatto con contiguità criminali territoriali. All’inizio c’è sottovalutazione di qualcosa che diventa associazione criminale, la picciotteria, che verso la fine dell’ottocento diventa modello di “mala vita”: essa si alimenta nelle carceri, nei vari paesi, nei contagi con altre forme di criminalità, e sembra sostituire il brigantaggio con un’organizzazione che cerca di darsi una struttura. Si avvale di miti (Musolino, ad esempio), uomini che diventano vendicatori dei torti, ribelli romantici, banditi che paiono avere molti consensi sociali. Essi fuggono e latitano, ma così accentuano la contrapposizione tra forze dell’ordine e contesti pervasivi ma anche protettivi, dove i tentacoli avvinghiano e tengono stretti personaggi e luoghi.
C’è un’evoluzione della storia con le vicende che si susseguono e finiscono con il tracciare una differenza tra Stato e antistato, che si dichiarano guerra (soprattutto con il fascismo). Poi la metà del Novecento porta a definire in maniera più netta i contorni di uomini che diventano riferimenti culturali, pur perpetrando azioni criminali e depredando il contesto. Le colpe sono attribuite ad uno Stato che quasi a scusarsi elargisce contributi e soldi, nuovi business, che non fanno che alimentare ancora di più organizzazioni che proliferano e si moltiplicano.
Ecco che Gratteri e Nicaso parlano in maniera diffusa di individui e clan, dei loro affari e delle ricchezze accumulate. Summit e organizzazioni più funzionali, guerre di ‘ndrangheta, condanne e processi, non fanno che maturare l’idea di uomini che sembrano elevarsi sugli altri per capacità di resistere ed affermare il loro potere.
Il fenomeno si consolida con il grande affare del traffico di droga. L’approdo alle vicende attuali confermano l’importanza di “una struttura unitaria” che diventa il “modus operandi”: “oggi è possibile affermare ciò che era emerso nella prima metà del secolo scorso, ma che non era stato possibile dimostrare, ovvero l’unitarietà della ‘ndrangheta, un’organizzazione criminale strutturata in tre mandamenti: ionico, tirrenico e centrale, all’interno dei quali operano i locali, le articolazioni territoriali presenti in molte regioni italiane, ma anche all’estero” (Gratteri e Nicaso, p.187).
La tesi sembra interessante perché dimostra la centralità di un territorio, la sua impermeabilità, la sua successiva espansione verso il globale, l’opera di colonizzazione e diffusione in ambiti più estesi, anche se sembrano esserci legami particolari con le zone di provenienza delle varie organizzazioni. Dicono gli autori che la ‘ndrangheta che veniva considerata legata a povertà e sottosviluppo, favorita da “un ambiente culturale arretrato”, deve la sua capacità non tanto a quegli stereotipi, quanto piuttosto alla capacità “relazionale”, il modo di operare e non quello di essere: “in Calabria c’è un proverbio che recita pressappoco così: u paru cerca paru … e paru trova (le persone simili si cercano e si trovano)” (Gratteri e Nicaso, pp.193-194).
Il “paru” dunque si trova ovunque si possono ricavare vantaggi e realizzare profitti. Nelle conclusioni, gli autori individuano le differenze nella “forza eversiva” di un tempo, contrapposta al “governo del territorio” di oggi. Si è realizzato il passaggio dalla subalternità al potere politico alla debolezza della politica che chiede pacchetti di voti.
La forza della ‘ndrangheta è di essere un potere pervasivo e invasivo: se è chiusa all’interno, resta aperta all’esterno, perché possiede le capacità di intessere relazioni politiche, sociali ed economiche. Quello che resta è soprattutto la capacità di muoversi sottotraccia, essere sommersa e vivere nelle relazioni di scambio e nei mercati illegali con tante complicità.
Quel sottotraccia mi conduce al volume di Pino Stancari, che entra nell’anima profonda di una terra raccontata e fraintesa, cercando di trovare i legami profondi tra il “sottoterra” e il “cielo”. Quest’ultimo è la speranza che scaturisce da meditazioni e riflessioni di un gesuita (Giuseppe Massimo Stancari), che riscopre nella memoria e nella spiritualità la complessa identità di questa terra.
La vita religiosa è essenziale in queste terre, dove il Mezzogiorno (considerato realtà appiattita e compatta) incontra una chiesa che trae dal monachesimo il senso della sua cultura e dove centrale risulta la figura femminile, che rinvia a famiglia, villaggio, comunità, e si alimenta nella profezia di una vita affidata a contemplazione e mistero, a santi e miti. Entro questo ambito, Stancari colloca quelle immagini di sottoterra, tutti gli aspetti di vita quotidiana con pietas, ospitalità, soccorso. Il valore fondante è la casa come interno che si apre all’esterno, che protegge, accoglie e aiuta; la casa che è passato, memoria, ma anche un vuoto inteso come abbandono, esodo. La casa è il riferimento sicuro delle genti, con le sue componenti simboliche: l’uscio come limite tra aldiquà e aldilà, una sorta di fuori e dentro che a ben vedere è la condizione antropologica di popoli che hanno sempre cercato di stare ma anche camminare, abitare il mondo. La conclusione è affidata al passaggio verso quel “cielo” che va compreso come tendenza, come prospettiva attraverso un intenso percorso spirituale.
La prefazione di quel volume è di Vito Teti, l’antropologo della restanza, dunque un conoscitore delle dinamiche culturali e delle modalità comportamentali di un popolo, che analizza il silenzio, il profondo, le ombre che sono da osservare ed intendere come invito a guardare senza l’occhio stereotipato non abituato allo sguardo profondo ed attento. Al contrario, si deve cogliere la resilienza delle comunità, che gridano dai margini: oggi andrebbe considerata “la ricchezza e non la separazione”, “la complementarietà e non la polarizzazione”, perché la Calabria non è il “confine del mondo” (V. Teti, prefazione al volume, pp. VII-XVII).
È un mondo che è parte integrante di altri mondi, e storie di vita che fanno parte delle tante storie di vita che sono quella memoria che dal passato va proiettata nel futuro. Così contestualizzato, il lavoro di Stancari può essere colto in una geografia ideale (quella calabrese) tra il sottoterra e il cielo, che si sviluppa in modo progressivo, tra spazi fisici e luoghi dell’anima, entro quei legami profondi.
Per guardare la Calabria occorre agire in maniera rispettosa, confrontarsi con “le sue viscere” e cercare “i segreti del suo cuore”: solo così si può intravvedere la profondità nella quale sono custoditi i significati della vita. È l’ambivalenza di un sottoterra che è da un lato aggressivo e dall’altro contiene la dimensione di rifugio protettivo, dove “un confine labile” lo unisce tuttavia all’abbraccio accogliente del riconoscimento della pietà, della compassione per il mondo. È quel partire da una condizione di arretratezza e umiltà (stare agli ultimi posti nel mondo), che permette di guardare dalla periferia a quella società omologata e desacralizzata, senza tuttavia accettare il degrado ma anche senza guardare modelli che si basano unicamente sul successo e sui beni materiali (Teti).
Se Stancari ammonisce di guardare dal basso per trovare l’altra dimensione che colma l’abisso oscuro con la prospettiva, lo slancio, la capacità di andare oltre, come proiezione verso altre storie, Teti ritorna su quella restanza che ne caratterizza i tratti: abitare i luoghi significa accettare i silenzi, il superamento però di quella condizione che rimanda a narrazioni retoriche e pregiudiziali, per trovare la luce nella memoria, perché vivere un luogo è soprattutto osservare la sua complessità, “gli immensi orizzonti interiori dei vissuti di ogni persona”.
La stressa ‘ndrangheta, e qui il ragionamento si ricongiunge, “si genera e si ramifica” in rapporto ad una realtà distorta che sembra trovare proprio nelle fughe in avanti (emigrazione, boom economico, globalizzazione) il terreno più fertile, quel terreno che non passa dal sottoterra al cielo, la tendenza verso la spiritualità.
La cultura cui ci si riferisce è contadina, tipica della pietas, della sobrietà, della carità, dell’ospitalità, quella cultura religiosa che caratterizza proprio il passaggio del gesuita Stancari verso quel cielo di prospettiva, di nuova forma identitaria contro ogni tipo di pregiudizio. Il mondo di oggi ha operato una frattura con il passato, eppure “le feste, i riti, le preghiere continuano a parlarci perché rinviano a quel sottoterra e a quel cielo che abita il calabrese” (Teti).
Per avere uno sguardo attento e libero da pregiudizi, c’è bisogno del silenzio e dei valori che servono ad offrire una differente narrazione. Credo che questi esempi, così come le osservazioni sul campo e le forme di interazione, colgano una unità di intenti: approfondire e rivedere conclusioni frettolose, perché i calabresi, sia di ieri che di oggi, hanno solo intrapreso un percorso che ha modificato un approccio consolidato nei secoli. Tutto ciò perché gli orizzonti personali degli individui, differenti gli uni dagli altri, sono accomunati dalla consapevolezza che le miserie del mondo devono essere conosciute e divulgate per essere superate.
Una bellissima recensione ! Grazie
Complimenti per per questo approccio meditato che supera consolidati stereotipi e “frettolosi” conclusioni che sa guardare dal basso e dalla sofferenza che riflette nella sua sostanza e mezzi la spiritualità che promuove come finalità. Si trovano diversi analogie frappante alla missione seicentesca degli Cappuccini che creavano un rete di piccoli basi per intervenire e, secondo le loro luci, sopperendo ai bisogni sociali della gente marginalizzata in mancanza di un struttura politico-amministra non efficacemente preparata. Un’altra buon esempio di ciò che intendi con la tua descrizione della metodologia “qualitativa” che unisce il rigore scientifico con i suoi elementi di valori emotivi e etici.
Grazie Michael