Quando in sociologia si parla di “provincia dei beni culturali” si intende l’importanza del Patrimonio culturale del territorio, che è ricco di risorse atte al rilancio e alla valorizzazione di aree che altrimenti sarebbero depresse e abbandonate.
Per intendersi meglio il bene culturale è un “patrimonio ereditato”, che rimanda alle caratteristiche e al riconoscimento di quello che alcuni identificano per un oggetto non statico e dato quanto piuttosto inserito in un contesto in cui i soggetti che lo abitano formano una comunità di luogo. Intorno a questa comunità, si realizza nel corso della storia un processo socioculturale determinato dall’intervento dell’uomo che vive la sua condizione di “abitante” in un ambito a cielo aperto, dove si esprime la tipica cultura di un territorio, destinata alla fruizione collettiva, nell’ambito di una relazione sociale che realizza una sorta di “vincolo religioso che costruisce la comunità”. Sostiene Toscano (M.A. Toscano, E. Gremigni, Introduzione alla Sociologia dei Beni Culturali. Testi antologici, Le Lettere, 2008, pp. 491-494), che la memoria è qualcosa che sfugge alla contingenza: è debole se considera i suoi “oggetti sociali”, mentre è universale se i beni sono intesi come “culturali in quanto culturali”, frutto dell’azione dell’uomo. È necessaria l’azione di un “cittadino residente”, quel soggetto attivo che ha prodotto con la sua attività il bene culturale. Egli si assume la responsabilità di fare delle scelte e decidere, intraprendere un percorso per una vita sociale che guardi al futuro.
Le forme del vivere quotidiano ritrovano le loro specificità locali, l’identità, nella varietà di una produzione culturale connessa alle attività umane: l’uomo, infatti, è legato a valori e principi morali, perché il codice umano si forma e matura all’interno di “una vita sociale” e di “una rete di relazioni che intrattiene con gli altri per lui significativi” (S. Abbruzzese, Modernità e individuo, Scholé Morcelliana, 2016, pp. 102-103).
Franco Ferrarotti ha sottolineato che la “cultura è una pratica di vita”, un insieme di esperienze e di valori condivisi e convissuti. La cultura è comunque “sedimentazione, traduzione, seminagione” e attesa non passiva della crescita, attraverso uno sguardo critico e storico, nel senso di interrogarsi sul passato (antefatto) per capire ciò che siamo e come progettare il futuro (F. Ferrarotti, Scritti teorici, vol.1, Marietti 1820, 2019, p. 314).
Il bene culturale, prodotto dell’attività creativa dell’uomo, appartiene al mondo dello spirito, all’arte e alla storia e incarna un preciso sistema di valori comunitari. È importante considerare la sua conservazione, tutela, valorizzazione, attraverso la responsabilità di tutti, perché non è “contenitore di raccolte, collezioni, archivi, documenti”, ma rappresenta uno spazio simbolico in cui, tramite la trasmissione e la fruizione, si realizza quell’opera “trascendentale” della comunicazione umana: quest’ultima mette in collegamento il passato con il presente, l’opera (e il suo autore) con l’interprete, la memoria individuale con la memoria storica, l’individuo singolo con la comunità di appartenenza. (M.A. Toscano, a cura di, Dall’incuria all’illegalità. I beni culturali alla prova della coscienza collettiva, Jaca Book, 1999).
In presenza di una comunità di interlocutori e di interpreti disponibili a una “comprensione empatica”, manufatti e documenti, monumenti e opere d’arte, chiese e siti archeologici possono svolgere la loro fondamentale funzione simbolica e sociale di testimonianza materiale e immateriale del passato, di memoria storica, di valori e significati socialmente condivisi. Sostiene Cirilli che solo nel momento della fruizione è possibile l’attualizzazione dell’opera (A. Cirillo, Beni culturali, cultura e società. Le sequenze di un percorso analitico-critico, in: “Rivista Trimestrale di Scienza dell’Amministrazione”, n. 1/2016 – http://www.rtsa.eu/., p. 6).
In tal senso, il bene culturale è un “soggetto culturale” che chiede di entrare in relazione e in dialogo con altri soggetti capaci di riconoscerli in quanto tali, di riconoscersi in essi e di produrre, nell’interazione e in virtù della stessa interazione, ancora opere di cultura.
La prospettiva sociologica allo studio dei beni culturali si propone di superare gli attuali orizzonti teorici e i limiti metodologici di approcci tradizionali, sostenendo i processi educativi e formativi, e potenziando la coscienza collettiva, per intraprendere politiche orientate a uno sviluppo integrato, insieme culturale, sociale ed economico, del territorio.
Ciò può avvenire grazie a rapporti di confronto e scambio intellettuale, attraverso una visione complessiva e organica, per comprendere le complesse “fenomenologie che interessano il settore”. Traendo anche spunto dalla letteratura filosofica, antropologica, sociologica, estetica, economica, politologica, si devono compiere analisi critiche per permettere il passaggio di beni culturali intesi come “oggetti” a beni sociali prodotti dai processi di separazione, distinzione, specializzazione.
Le indicazioni sono quelle della costruzione di una rete di distretti culturali per garantire l’identità culturale all’interno di una logica di sistema. La logica di rete (network) permette una visione integrata, l’unità di un processo che coinvolge attori e figure professionali. Si deve agire connettendo i vari livelli (territoriale complessivo, provinciale, identità territoriale) con una rete solida di relazioni, sviluppando il livello di imprenditorialità soggettiva (stimolare forme imprenditoriali diffuse per la costruzione del divenire soggettivo) per affrontare una forma di identità in divenire “come azione orientata in continua evoluzione e ri-definizione” (A. Borghini, a cura di, Cultura e sviluppo. Possibilità e limiti dei Distretti culturali nella provincia di Pisa, Felici Editore, 2009).
La soluzione è agire attraverso l’idea della provincia dei beni culturali, offrendo al visitatore la fruizione di beni da scoprire: il viaggiatore non è il popolo delle vacanze, ma un soggetto che insegue l’interazione dialogica con la cultura che incontra lungo il suo cammino. Egli scopre se stesso e matura una esperienza come scelta consapevole, attraversando “una storia-non storia”, una meta quasi di pellegrinaggio (Cirillo, 2016, p. 28)
In conclusione, lo sviluppo del turismo (non di consumo ma culturale) rompe l’immobilismo trasformando i luoghi in incontro e interscambio comunicativo: occorre però prestare attenzione alle minacce da esso rappresentate. È solo il recupero della capacità di scegliere e autogestirsi, facendo un uso cosciente ed equilibrato delle proprie risorse, che può attenuare questi fenomeni. Sono i soggetti istituzionali e le comunità ad essere investiti della responsabilità politica e morale nello scegliere gli “equilibri ecologici” e le “forme di sviluppo sostenibili coerenti” a preservare l’integrità del territorio, la qualità della vita e la sua vocazione culturale, difendendo i valori ereditati dalla propria storia.
Il sociologo con un’attenta disamina dei principi metodologici attuali ci introduce in un rinnovato clima di studi sui beni culturali. (a.d.r.)