Le società in cui viviamo sono caratterizzate da innumerevoli rischi che caratterizzano ogni ambito della vita quotidiana, oggi riconducibili alle dicotomie: politica/economia, democrazie/autocrazie, ambiente/tecnologia, conflitti locali/guerre globali.
Nel 1986 Beck pubblicò: La società del rischio, che ben presto divenne un riferimento per analizzare le dinamiche che si diffondevano rapidamente nelle nostre società. Le sue tesi furono subito condivise da moltissimi studiosi che partendo da quel lavoro svilupparono molti filoni di ricerche. Bauman considerò quel libro uno dei più influenti che fossero stati pubblicati in quegli anni.
I rischi sono favoriti dal processo di modernizzazione che si afferma con il superamento delle società basate sulla scarsità di risorse; eppure quell’evoluzione produce insicurezze difficilmente affrontabili, che derivano dalle tecniche di produzione e dalla tecnologia diffusa su larga scala, che travalicava le frontiere.
Nella modernità avanzata la produzione sociale di ricchezza è legata alla produzione sociale di rischi, e ciò in conseguenza dell’industrialismo che si produce spesso indipendentemente dalla volontà dell’uomo e causa effetti collaterali. Pensiamo ai rischi ambientali, i conflitti socio-politici, terrorismo su tutti, per giungere allo sviluppo selvaggio della tecnologia e alle recenti guerre: tutti questi ambiti prendono spunto proprio dalle tesi di Ulrich Beck, che in seguito allargò il suo sguardo a cosmopolitismo, globalizzazione, Europa.
Per affrontare il concetto di rischio, Walter Privitera ha pubblicato un saggio su: Sociologie contemporanee, che offre un’interessante chiave di lettura dei lavori di Ulrich Beck.
Il punto di partenza della sociologia di Beck è che viviamo nella società del rischio. Per affrontare questo problema le sue analisi si soffermano sui temi della individualizzazione, delle trasformazioni della modernità, del cosmopolitismo e della costruzione dell’Europa.
Gli attori sociali tendono per loro disposizione ad evitare i rischi. Se la tesi di partenza è che chi dispone di adeguate risorse si può proteggere meglio, il sociologo è dell’avviso, proprio per il principio di incontrollabilità, che nessuno ne è immune. Di fronte all’eventualità di una catastrofe nucleare, le differenze sociali scompaiono perché alcuni rischi sono incalcolabili e irrisarcibili.
La domanda sociale è di valutare i rischi con gli strumenti della scienza e della tecnica, con la crescente importanza degli esperti. Ciò in teoria, perché non sempre si controllano i risultati e perché spesso l’esperto è identificato con gli interessi economici (rapporti e intese private che difendono i loro interessi). Poi c’è la dimensione globale dei problemi, legata alla finanziarizzazione e alla liberazione dei mercati globali. La società non ha gli strumenti per sorvegliare le dinamiche finanziarie e prevenire i rischi, né le trasformazioni tecnologiche: per Beck, il mondo autonomizzato (tecnocratico) non è in grado di autoregolarsi, e la perdita del controllo amplifica e non protegge dai rischi che genera.
Le principali tesi sono: l’individualizzazione, la globalizzazione/cosmopolitismo, la modernità riflessiva.
Individualizzazione
In un universo frammentato, gli individui sono l’unità di base del processo di riproduzione sociale ed adattano comportamenti e azioni, stili di vita, che costituiscono imprevedibili combinazioni che non hanno più modelli collettivi. È un caotico distacco dalle strutture tradizionali che segna un allontanamento dai ruoli e dalle istituzioni regolative. Si realizzano destini impoveriti di esperienza di vita e perdita di tutele, ma occasioni di maggiore libertà e autonomia, autodeterminazione. Si allentano le identità di gruppo che si trasformano in sofferenza psichica individuale, perché i fenomeni sono diffusi immediatamente come vicende personali, che sostituiscono all’esperienza collettiva la percezione di un fallimento individuale. L’altro aspetto è la costruzione di percorsi biografici autonomi: imparare a prendere in mano la vita, superare grazie a processi critici di apprendimento inerzie culturali, identità di gruppo o di genere, destini immutabili. Questa è la dimensione moderna come esperienza collettiva di tutto il mondo, e riguarda la seconda modernità, quella riflessiva. Un esito non certamente negativo, perché si tratta di effetti comunque emancipativi. È un processo complesso e ambivalente che da un lato offre maggiori opportunità di autonomia e dall’altro espone gli individui a nuove sfide e incertezze, perché rispetto al rischio il singolo non può contare sull’intervento di qualcosa che porti alla soluzione dei problemi. Il ricondurre al collettivo non è possibile, ed allora quanto più una società è individualizzata più trova «i tratti distintivi della conflittualità politica e sociale della società del rischio». (Beck, 1986; Privitera, 2009, p. 59)
Globalizzazione/cosmopolitismo
Per Beck parlare di globalizzazione è occuparsi di un fenomeno culturale, un processo di ibridazione tra culture e tradizioni che la globalizzazione produce: i grossi attori economici cercano di sottrarsi ad ogni forma di regolazione politica e il popolo è condizionato da essi. Siamo costretti ad essere cosmopoliti, in quanto agiamo nello spazio politico transnazionale che genera trasformazioni nella politica, nel diritto, nella sfera pubblica e nella società civile. Si tratta per lui di un «metagioco globale», in cui tutti attuano strategie: capitale, Stati, movimenti della società civile. I primi cercano di imporre il loro primato sulla politica; gli Stati si compongono in unità transnazionali, che tuttavia producono malcontento e contraddizioni per le lentezze nazionali. Il terzo aspetto è il risultato della fusione tra Stato e società civile. Se il primo apre alle istanze della società, si opera efficacemente nell’ambito di istituzioni sovranazionali e cosmopolite. L’esempio di direttrice dello sviluppo è l’Europa, che tuttavia incontra le tendenze identitarie nazionali. Occorrerebbe regolare le interdipendenze che la globalizzazione genera. (Beck, 1997, 1998; Privitera, 2009, pp. 63-64)
Modernità riflessiva
Beck è il teorico della «modernità riflessiva», la difesa dei diritti dell’uomo nella direzione di un illuminismo politico di tipo kantiano. Se la modernità è un campo di confronto di cui è impossibile prevedere gli esiti, si devono riattualizzare alcuni aspetti della teoria critica (rischio, individuazione, forme di potere).
La «modernità riflessiva» giunge dopo la realizzazione di alcuni passaggi: a) la modernità lineare (anni ‘50/’60) determinata dall’esperienza economica delle innovazioni tecnologiche, fa sviluppare appartenenze di classe, di credenze, di ruoli e di identità, di una direzione culturale della vita sociale; b) la modernità totale, che avviene con l’esaurirsi delle risorse nella fase di transizione dal premoderno alla modernità, permette la tendenza verso la «modernità riflessiva», che dovrebbe interrogarsi sulla modernità scientifica e su un modello di sviluppo.
La riflessione dovrebbe non tanto seguire la razionalità economica e ricondurre agli effetti collaterali, quanto piuttosto valutare le possibili conseguenze negative delle scelte compiute. È il passaggio dall’utopia alla prevenzione: dalla completa libertà di azione del soggetto (utopia) si deve considerare la prevenzione, la preoccupazione che guida la ricerca di soluzioni per le generazioni future. L’indicazione è legata alle interdipendenze cosmopolite e alle forme di cooperazione. Il nuovo ordine è da lui indicato come principi e regole per evitare governance prive di legittimazione. (Privitera, 2009, p. 68-71)
I meriti di Beck sono di aver previsto una serie di problemi riguardanti un futuro ancora tutto da costruire e che invece si delineano oggi sotto i nostri occhi.
Le società sono pervasa da «patologie di fondo» che necessitano di essere colte e interpretate per conosce la condizione che caratterizza gli attori sociali disorientati di fronte alla mancanza di regole e legittimazione da parte dei nuovi detentori del potere internazionale. La strada indicata da Beck è necessaria per affermare «un nuovo ordine con principi e regole cui sono chiamati ad attenersi gli Stati, gli attori economici, e ciascun singolo» (Privitera, 2009, p. 73)
Riferimenti:
U. Beck, La società del rischio, Carocci 1986/2000, or. 1986.
U. Beck, A. Giddens, S. Lash, Modernità riflessiva. Politica, tradizione ed estetica nell’ordine sociale della modernità, Asterios 1994/1999.
U. Beck, Che cos’è la globalizzazione, Carocci 1997/1999.
U. Beck, La società cosmopolita, Il Mulino 1998/2003.
U. Beck, L’Europa cosmopolita (E. Grande a cura di), Carocci 2004/2006.
W. Privitera, Ulrich Beck: sociologia del rischio e nuovo cosmopolitismo, in M. Ghisleni, W. Privitera (a cura di), Sociologie contemporanee, Utet 2009/2024, pp. 44-76.
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