Rischi e opportunità, divieti e concessioni: i social media nelle realtà adolescenziali.
Dopo decenni di ricerca sull’etica, la morale e l’impatto dei social media nelle relazioni umane, la questione di non facile soluzione è se il web permette di essere parte attiva del rapporto tra la tecnologia e l’uomo, oppure se riduce a partecipanti passivi di un sistema che condiziona le vite di tutti e potrebbe sostituire l’essere umano nelle sue capacità cognitive, creative, emozionali.
Osservando le giovani generazioni, sembrerebbero evidenti le crisi adolescenziali determinate dai social con conseguente senso di inadeguatezza e di insicurezza che sfocia in atti di autolesionismo o al contrario di violenza. Ciò è determinato da un uso eccessivo di smartphone, dispositivi elettronici e social network, che produce una vera e propria “overdose digitale”.
Eppure, indagare tutto ciò non è semplice, perché i dati nel complesso non riescono a definire compiutamente se siano aumentati i disturbi psicologici, se c’è stato l’incremento del rischio di dipendenze e depressione dovuto all’uso intensivo dei social media.
L’impatto della tecnologia sulle nuove generazioni determina un rapporto stretto degli adolescenti con uno strumento indispensabile nella vita di soggetti che accettano i contenuti proposti, spesso senza una partecipazione attiva e “critica”. Ed allora, si chiede alle istituzioni di regolamentare i media e dunque “vietare” l’uso degli smartphone per ragazzi giovanissimi, come le recenti disposizioni introdotte nelle scuole, ma anche produrre azione di educazione digitale con il supporto di genitori e adulti, e dunque individuare nuove modalità di definizione del rapporto “adolescenti/social”.
Tutti questi aspetti sono attuali, anche perché si tratta di un fenomeno vasto che investe le dinamiche sociali e culturali che con l’avvento delle tecnologie stanno “riscrivendo l’infanzia”. Si producono profondi cambiamenti nelle forme relazionali che un tempo si chiamavano “bisogno di stare con gli altri”, mentre oggi sembra prevalente la tendenza a vivere isolati ed a fruire le informazioni che provengono dalle piattaforme digitali.
Jonathan Haidt, nel suo libro: La generazione ansiosa (Rizzoli, 2024), analizza come l’uso massiccio e non regolamentato degli smartphone e dei social media abbia trasformato radicalmente l’infanzia e l’adolescenza, contribuendo all’aumento di problemi che incidono sulla salute e sono legati ad isolamento sociale dei membri della Generazione Z.
Il suo allarme riguarda una trasformazione che produce tecnologia digitale ed algoritmi progettati per massimizzare l’engagement attraverso una iperconnessione costante.
La posizione di Haidt è che non si tratti di un fenomeno casuale ma il prodotto di scelte volute per trovare una massimizzazione di risultati in termini economici da parte dei grandi gruppi che gestiscono le piattaforme: in una condizione di assenza di regolamentazione essi agiscono in maniera indisturbata non considerando i rischi. Una maggiore consapevolezza pubblica può incentivare interventi normativi e culturali volti a garantire ai giovani ambienti reali e virtuali più sicuri e stimolanti per il loro sviluppo emotivo e sociale.
Certamente sono cambiate le dinamiche familiari, anche perché i genitori sono spesso impreparati a mediare e regolamentare l’uso della tecnologia, lasciando i più giovani esposti alle insidie dei social media. Occorrerebbe uno stile genitoriale autorevole, basato su un equilibrio tra regole e autonomia, con un’attenzione alla mediazione attiva sull’uso della tecnologia per non lasciare i bambini sprovvisti di adeguati strumenti che li sottopongono a logiche spesso manipolative. La Generazione Z è cresciuta con la supervisione di genitori timorosi e iperprotettivi, che tuttavia consentono ai figli di passare l’adolescenza sotto il dominio degli smartphone, formando le loro identità in un universo sconosciuto. Il tempo trascorso davanti agli schermi e lontani dalle interazioni personali ha contribuito a isolamento, depressione, mancanza di sonno, attenzione frammentata, e li ha resi dipendenti da tutto ciò che offre il web. La conseguenza di questo stato delle cose è che i giovanissimi abbandonano l’infanzia basata sul gioco, componente essenziale per il benessere mentale e lo sviluppo emotivo, per rivolgersi ad una iperconnessione che favorisce modalità di interazioni che, a lungo andare, rischiano di minare la capacità di creare legami profondi e significativi.
Jonathan Haidt nel suo libro propone alcune linee guida che presuppongono di introdurre gli smartphone dopo i sedici anni, per permettere ai giovani di sviluppare e consolidare competenze sociali e cognitive. In una parola, elaborare prima spazi di apprendimento e socializzazione liberi da interferenze, promuovere il gioco libero e non supervisionato, fondamentale per sviluppare resilienza, autonomia e capacità di affrontare i rischi della vita reale.
In un recente dialogo tra Jonathan Haidt e Candice Odgers, sul rapporto tra social media e salute mentale tra gli adolescenti e il ruolo della tecnologia nella vita dei giovani, ripreso da Micromedia (n.3/2025, pp. 189-219), emerge soprattutto la difficoltà di cogliere le implicazioni del rapporto digitale che certamente è da affrontare in maniera complessa magari attraverso interscambi e collaborazioni tra una miriade di discipline, da quelle più prettamente scientifiche a quelle diciamo “umanistiche”.
Le posizioni dei due studiosi sono divergenti: analizzando le tantissime ricerche disponibili, il primo è convinto degli effetti nefasti sui giovani, Candice L. Odgers, che ha scritto di un articolo sulla rivista scientifica Nature, crede che non esistano evidenze almeno causali sulla salute delle nuove generazioni, per assenza di riscontri certi e univoci.
Nel dialogo, le questioni sono dunque controverse. Haidt sostiene che in ambienti più radicati, dove i vincoli sociali sono forti, i giovani sembrerebbero più protetti. Il malessere psicologico invece si manifesta quando gli adolescenti sono vittime di catfishing (inganno per ottenere informazioni personali o quando sono sottoposti ad immagini sessualmente esplicite), che propinano i social. La Odgers è dell’idea che l’incidenza è certamente più alta quando i “ragazzi stanno già male”, perché non ci sono evidenze che i soli social determinano crisi nella sfera psicologica. Certo occorre puntare ad una “alfabetizzazione digitale” più che proibire e vietare, dando maggiore autonomia ai docenti affinché integrino “le tecnologie digitali in modo funzionale all’insegnamento”: accompagnamento, educazione, lavoro con i giovani, è la soluzione. Rispetto alle relazioni con il mondo reale, il ruolo del gioco e l’assenza di norme sociali certe per evitare dipendenza, violenza, danni fisici e psicologici (Haidt), la Odgers parla dell’evidenza di una cultura giovanile che implica di “imparare lì” (sui social). Certamente occorre rendere questi spazi sicuri: escludere e limitare del tutto significa inibire luoghi che sono oggi centrali per la loro istruzione, vita, socialità, emarginandoli ancora di più. È importante attivare una fase costruttiva, di coprogettazione per creare soluzioni che funzionino, attraverso il confronto e l’ascolto.
Haidt rileva che i dispositivi permettono al mondo di arrivare a te, ti coinvolgono, ti attraggono, e “sono loro ad usarti”. I giovani ammettono di non avere tempo per pensare, perché consumano costantemente contenuti, senza passare del tempo con gli amici, all’aperto, nella natura, senza fare esperienze dirette. La domanda è: “questo dispositivo mi sta offrendo una infanzia più ricca, o mi sta solo di più legando ad uno schermo?”.
Le differenze tra gli studiosi sono le stesse che si riscontrano in una società che certamente dovrebbe affrontare le sfide e controllare una tecnologia che certamente può causare problemi anche seri. Se ci fossero genitori attenti e preparati a gestire queste situazioni, molti pericoli non sarebbero presenti; invece le famiglie, che consentono ai figli di essere sempre connessi, non valutano il rischio che ci sono alcune aziende che controllano una rete digitale indirizzata al consumo, attraverso forme più o meno lecite sul piano valoriale e legato ai principi democratici di libertà e diritti. Sulle piattaforme ci sono “quartieri online pericolosi” dove dilagano sextortion (pornografia non richiesta), molestie, adescamenti di minori, certamente non in maniera dissimile da quello che accade nelle nostre società.
La Odgers, ottimisticamente parla di coinvolgimento di adulti e giovanissimi in un rapporto interattivo, anche se ammette che genitori e ragazzi non hanno gli strumenti idonei a comprendere cosa succede ai loro dati e come affrontare i pericoli. La strada è di integrare programmi di educazione digitale e dare alle scuole gli strumenti per farlo.
La realtà evidente, senza voler rincorrere a tutti i costi la mole enorme di dati che riguardano realtà sempre più complesse, è che siamo immersi in una condizione di una “infanzia smartphone”, che ha cambiato radicalmente le modalità di interagire giocando con gli altri in luoghi fisici e protetti, un tempo sotto l’occhio più vigile e attento dei genitori.
Nell’epoca del phono sapiens si assiste ad una narrazione frammentaria ed episodica del proprio vissuto coesistentivo quasi incentivando una dimensione di marginalità ed una fluidità personologica che anticipa una deriva individuale e collettiva. Tale cifra
investe il disagio dei nostri giovani adolescenti e rappfesenta una sfida etica e deontologico-esistenziale oltre che terapeutica per ciascuno di noi operatori della Salute Mentale che avvertiamo l’esigenza di un approccio mtidisciplinaee ed istituzionale integrato.Tema interessante e di estremo interesse.pegno a mezzo tra sociologia, psicologia e clinica psichiatrica per le forme processuali che assumono una costellazione psicopatologica saliente. Complimenti ,offro la mia disponibilità per un dibattito strutturato che veda coinvolti gli altri attori della presa in carico
Accetto e rilancio la proposta del dott. Leuzzi
Scrive:
gaetano.barbella@gmail.com
Cordlale prof. Pasquale Martucci
ho letto con interesse il suo scritto, Rischi e opportunità, divieti e concessioni: i social media nelle realtà adolescenziali.
Di rimando propongo:
Sempre più giovani si confidano con l’AI e questo potrebbe essere un rischio.
I giovani si confidano sempre di più con l’intelligenza artificiale e preferiscono gli AI companions agli amici in carne ossa.
Dopo decenni di ricerca sull’etica, la morale e l’impatto dei social media nelle relazioni umane, la questione di non facile soluzione è se il web permette di essere parte attiva del rapporto tra la tecnologia e l’uomo, oppure se riduce a partecipanti passivi di un sistema che condiziona le vite di tutti e potrebbe sostituire l’essere umano nelle sue capacità cognitive, creative, emozionali.
Osservando le giovani generazioni, sembrerebbero evidenti le crisi adolescenziali determinate dai social con conseguente senso di inadeguatezza e di insicurezza che sfocia in atti di autolesionismo o al contrario di violenza. Ciò è determinato da un uso eccessivo di smartphone, dispositivi elettronici e social network, che produce una vera e propria “overdose digitale”.
Gaetano Barbella