L’idea di mettere insieme tanti documenti, frutto di ricerche sul campo da parte di studenti del corso di “Dialettologia Italiana” dell’Università di Salerno (cattedra della professoressa Carolina Stromboli), permette di poter studiare una forma di linguaggio che ha costituito una specifica identità di ogni parte del nostro territorio.
Gli spazi geografici, più o meno definiti, certamente riescono a farci interrogare sulle resistenze all’uso di termini che variano da una zona all’altra a livello fonetico e morfologico. Si tratta cioè di studi che partono dal “quadro dialettale italo-romanzo”, indagando le strutture interne e quelle dei contesti sociolinguistici, con riferimento alle classificazioni, ai tratti fonetici, morfologici, sintattici e lessicali.
Carolina Stromboli, nel libro: Campania dialettale. Studi sul repertorio linguistico di oggi (Franco Cesati Editore 2025), curato insieme a Valentina Retaro (che tra l’altro collabora alla realizzazione del progetto dell’Atlante Linguistico Mediterraneo), rileva che si tratta del repertorio linguistico campano che costituisce ciò che resta o che l’uomo oggi riesce a conservare rispetto ad un mondo che sta scomparendo. Si tratta di un campo di studi che si concentra sull’analisi dei dialetti della regione Campania, appartenenti al gruppo meridionale della lingua italiana, che presentano caratteristiche linguistiche uniche, influenzate dalle diverse dominazioni succedutesi nell’evoluzione storica e dalle interazioni con altre varietà linguistiche.
Nei sette saggi che compongono il volume ci sono indicazioni concettuali e ricerche tratte da interviste semi-strutturate, indirizzate ai custodi di un mondo antico che intende mantenere la memoria. Sono, e qui è l’interesse del volume, approcci che confluiscono da diversi angoli del territorio regionale verso uno studio valutativo in ambito linguistico su cui si sofferma il “Laboratorio di Dialettologia” di Salerno. Da tempo infatti un’equipe di studiosi riprende e rende pubbliche ricerche per cercare di rilevare il lessico della nostra cultura; osserva le dinamiche linguistiche della Campania, che possono essere ricondotte entro cinque ambiti dialettali: napoletano, beneventano, irpino, cilentano, laziale meridionale (ai confini del Lazio). Questi dialetti, pur condividendo alcune caratteristiche, presentano anche delle differenze notevoli a livello fonetico, lessicale e grammaticale, pur provenendo da un’origine comune, cioè dal latino volgare, dalla medesima famiglia neo-latina. La riflessione è che i dialetti si definiscono attraverso criteri linguistici interni (fonemi, morfologia, sintassi) ed esterni (extralinguistici), che considerano i processi storici e le divergenze culturali, considerando territori geografici anche contigui.
Partendo dall’AIS (Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale), che riprende le inchieste realizzate da Gerhard Rohlfs nei primi anni Venti, si deve osservare come negli ultimi decenni si siano affermati molti “Dizionari Dialettali”, oltre che studi specifici sulle varie aree culturali del territorio campano.
Una prima evidenza nel libro: Campania dialettale, è che la verifica realizzata per lo studio del dialetto riguarda il mondo contadino, che ormai scompare ma mantiene nei vari angoli territoriali termini che servono a rendere l’idea delle differenze e delle variazioni linguistiche.
In questo lavoro, le aree oggetto di osservazione sono state: Acerno (Simone Padalino e Giovanni Abete), Teggiano (Vincenzo Andriuolo), Gesualdo (Alessandro Bianco), Roccadaspide (Maddalena D’Angelo), Atripalda (Federica Galluccio), ed hanno prodotto studi per arricchire “il quadro descrittivo dei dialetti campani” (Stromboli).
Molti lavori oggi distinguono il dialetto che si è modificato in contatto con “aree focali” che innovavano nelle regioni circostanti. Si possono rilevare: “zone conservative” (linguaggi arcaici); “zone di transizione” (coesistenza di forme linguistiche identificate) e “zone di innovazione”. Gli scambi e i cambiamenti hanno causato il mutamento linguistico.
A tal proposito, Retaro sostiene che i tratti linguistici osservano dinamiche di “spazi complessi”, dove si realizzano spinte esogene e vincoli endogeni. Entrano in gioco le differenze tra spazi fisici, di relazione, di appartenenza. Sono soprattutto le relazioni, e direi le forme di scambi a vari livelli socio-culturali, che producono quel dinamismo “tra un centro e l’altro o tra più centri”. Retaro introduce il concetto di habitus, come sistemi ricorrenti ed abituali di “disposizioni e aspettative”, ovvero quello spazio linguistico che si costruisce nella pratica e nell’uso. L’habitus introdotto da Bourdieu è quella “struttura strutturata” che ha un legame di dipendenza dal mondo sociale, ma è anche una “struttura strutturante” perché organizza le pratiche e la percezione delle pratiche. Si tratta di un dispositivo che include le competenze naturali e le attitudini sociali acquisite durante la socializzazione: varia con il tempo, il luogo, ed è trasferibile da un ambito all’altro delle pratiche, perché le disposizioni che gli danno corpo sono modificabili quando sono esposte a forze esterne (P. Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, Il Mulino 1983; P. Bourdieu, Ragioni pratiche, Il Mulino 1995).
Fissato questo elemento, si possono indagare le variazioni dialettali in aree anche non troppo distanti (in senso geografico) che pure risentono delle condizioni storico-sociali. Una notazione contenuta nell’ultimo saggio di Stromboli, che ha indagato le autobiografie linguistiche e le tesine degli studenti di tante aree del corso di “Dialettologia Italiana”, riporta come nelle analisi lessicali emerga una forte tensione di “rappresentazione fonetica” e di “coerenze delle regole ortografiche dell’italiano”, che certamente condizionano l’approccio delle nuove generazioni. Ovvero: se i nostri padri si esprimevano secondo una naturale predisposizione culturale e territoriale, i ragazzi di oggi per la maggiore scolarizzazione e forse perché sottoposti a regole didattiche acquisite con l’italiano cercano di essere maggiormente attenti ad osservare grafie non del tutto dettate dallo spontaneismo quanto piuttosto da una “attenzione riflessiva”.
I saggi del volume servono a rilevare l’importanza di costruire un quadro linguistico di dialetti e la definizione di differenze rispetto a persone che hanno subito influenze (emigrazione) con altri contesti, oppure che hanno avuto quelle contaminazioni relazionali.
Andando nello specifico dei lavori, non mi addentro in complessi tecnicismi di spiegazione e differenziazione terminologica linguistica, come i fenomeni fonetici, morfologici e lessicali. Bianco, al di là dei rilievi sulle modalità di occuparsi di un antico mestiere contadino (macellazione), produce anche un glossario confrontando i Dizionari che negli ultimi decenni hanno definito termini dialettali in diverse aree campane. Andriuolo riferendosi a Teggiano ipotizza “un sistema di vocalismo tecnico di tipo marginale”, considerando i contesti metafonetici ed individuandone gli esiti, oltre che i vocalismi finali. Padalino e Abete sottolineano la presenza di un quadro composito, con modelli sovrapposti e non facilmente separabili, che comporteranno sicuramente nuove modalità di studio. Gallucci ha trascritto e analizzato i fonemi linguistici di Atripalda, individuando le modalità anche espressive e gestuali dei suoi interlocutori, oltre alle forme linguistiche per affrontare le varie argomentazioni di una cultura materiale. D’Angelo si è soffermata su Roccadaspide e sulle forme espressive utilizzate da interlocutori della medesima condizione di vita, attraverso lo studio linguistico di etnotesti che rilevano molte tradizioni del passato.
L’approccio utilizzato dunque è di tipo descrittivo, che necessiterebbe di altri approfondimenti e lavori di ricerca ancora più capillari, anche se scorrendo la bibliografia negli ultimi due decenni si notano tanti studi sulle variazioni linguistiche e la realizzazione di Dizionari territoriali: in generale sulla Campania, ma anche sul napoletano, Irpinia, salernitano. Certo, sarebbe ancora meglio affidare l’evoluzione degli studi a progetti interdisciplinari, coinvolgendo le scienze umane e sociali nel loro interscambio epistemologico, per cercare di rapportare all’ambito geografico e socio-antropologico la spiegazione di tante dinamiche conservative che si evolvono attraverso differenti modalità (tutte ancora da scrivere) con il passar del tempo.
Ad ogni modo, anche se ci si rivolge ad un piano strettamente linguistico, come intende Stromboli riferendosi alle ricerche prodotte nel Laboratorio salernitano, oggi ci sono molti approcci per trattare i dialetti che necessitano di essere preservati e trasmessi.
La conservazione dei termini linguistici che hanno determinato l’identità dei luoghi, la rilevanza della componente di unicità linguistica pur in presenza di influenze esterne, senza trascurare la costruzione tramite il linguaggio della vita socio-culturale di un tempo, sono le componenti atte a conservare la memoria di ciò che, come riporta D’Angelo, Rohlfs considerava un “tesoro di vita”.
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