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Note a margine del film di Mimmo Calopresti: “Aspromonte, la terra degli ultimi”.

Comunità e destino

di Pasquale Martucci

 

Mimmo Calopresti in questo film, uscito nelle sale alla fine dell’anno scorso, propone la rappresentazione di una terra destinata all’abbandono per le misere condizioni di vita e per le difficoltà e l’isolamento.

Africo, sull’Aspromonte, dove nel 1951 ancora si vive senza elettricità, acqua corrente e medico, giunge a dorso d’asino una maestra, Valeria Bruni Tedeschi, che fugge dal nord con la voglia di modificare le cose. E naturalmente insegnare ai piccoli che ci si può affrancare dalla miseria attraverso la conoscenza.

Questa scena iniziale illustra molto di quella che è la condizione di una comunità negli anni cinquanta nel mezzogiorno, in cui ci sono figli, lavoro nei campi ed un destino segnato.

Il film è poesia, e forse non è un caso la presenza del poeta, interpretato da Marcello Fonte; c’è poi una serie di personaggi molto ben costruiti, a metà strada tra la conservazione e il cambiamento, nonostante l’ineluttabilità della vita: Marco Leonardi (Cosimo) e Francesco Colella (Peppe).

E’ questa una comunità in cui si muore per l’assenza di una strada di collegamento con il mare, ma anche una comunità che forma un tutt’uno tra territorio e genti che esistono anche se le situazioni sono proibitive, perché c’è miseria, ci sono i soprusi del potente (don Totò/Sergio Rubini), anche se si vive con grande dignità.

E’ una comunità di vita, in cui tutti diffidano del potente ma anche del potere legale:

– Abbiamo combattuto per voi, abbiamo ucciso per voi, siamo morti per voi … e non fate niente per aiutarci!

Questo è il messaggio forte quando ci si ribella alla legge, perché la legge non aiuta a cambiare. Ed osservando meglio ci si accorge che in una condizione segnata, l’Aspromonte, dall’alto dei suoi rilievi e dirupi, alberi e vegetazione, osserva e attende che i suoi figli vadano via, l’unico vero sguardo alla possibilità di cambiare.

Il film è una favola che tuttavia evoca la miseria, ma esprime anche la comunità d’appartenenza, in cui si scambiano i favori e ci si aiuta reciprocamente: tutti a costruire la strada dopo aver svolto i lavori nei campi; tutti ad aiutare chi ha perso i maiali ed è destinato a soccombere.

Tra scenari fantastici, Calopresti racconta di disperati che trovano soluzioni impegnandosi in un progetto comune, per cercare di dare un diverso senso all’esistenza. Il regista afferma che quei personaggi fanno una loro personale rivoluzione e prendono in mano la loro vita, e dunque il suo paradossalmente è un “racconto di vincenti”, di ultimi e quasi confinati che cercano di fare qualcosa per andare avanti.

Povertà e abbandono delle istituzioni sono i due messaggi forti; poi c’è la prevaricazione del latifondo, lo sfruttamento delle persone più povere, la presa di coscienza, la ribellione e la ricerca della liberazione dal potere con grande dignità.

Ma cosa potrà succedere a coloro che cercano di abbandonare, di andare a cercare fortuna altrove e non diventano altro che operai nelle fabbriche, nelle miniere, nei campi del Nord Italia, d’Europa, delle Americhe, dell’Australia? E saranno trattati da bestie, proprio come accade a quelli che stanno ad Africo e subiscono ogni sorta di ingiustizia?

Però il futuro non si può prevedere ed allora non resta che andare via prima che accada il disastro. E raggiungere così la salvezza, o almeno quella presunta.

Calopresti ha voglia di stare vicino al suo mondo, quello popolare che conosce e quindi riesce a non narrare attraverso stereotipi. E a rilevare una comunità e il senso della stessa, che si costruisce con la presenza di uomini che scelgono il loro leader naturalmente, senza istituzioni, che vivono delle regole tramandate da generazioni, che poi significano famiglia, lavoro, aiuto reciproco.

Proprio come le comunità di cui parlava Tönnies, quelle fondate sul senso di appartenenza al territorio, su quelle forme di vita contadine che significano lavoro e prodotti per il sostentamento della famiglia. In queste comunità tutti si stringono contro il nemico, che è poi il prepotente e il potere che non fa niente per modificare le cose, una sorta di familismo amorale, che serve a proteggere coloro che sono integrati nella comunità. E a far dire e non dire, e a denunciare ma mai fino in fondo. Al contrario può farlo solo chi non è integrato nel contesto e vive di altri valori.

Ma poi il destino è un altro, è quello dell’abbandono proprio poco prima che le cose vadano così come stabilito. E’ l’immagine dell’esodo, quasi biblico, poco prima che la natura travolga tutto e ponga fine ad un paese che forse già da tempo era destinato a stare sul mare dei commerci e dello sviluppo e non sulle terre impervie ed inospitali delle montagne, dell’Aspromonte.

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