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U curdone ru monaco

Aspetti mitologici e cultura popolare cilentana

di Pasquale Martucci

(il saggio è disponibile integralmente e con le note nella sezione: https://www.ricocrea.it/pubs/)

 

U cuntu è il racconto, la fiaba, la storia, la leggenda, il mito, di cui si ha riscontro nell’area cilentana, anche se già Giovan Battista Basile, definito il “Boccaccio napoletano”, aveva prodotto tra il 1634 e il 1636 il capolavoro: “Lo cunto de li cunti”,  una raccolta di cinquanta fiabe raccontate nel corso di cinque giornate, da cui anche il titolo “Il Pentamerone”, per narrare in maniera fantastica e metaforica, con leggerezza e allegria, la tradizione popolare del territorio campano.

Tra i tanti autori cilentani che hanno raccolto e pubblicato i cunti, cito Catello Nastro, Peppino Stifani, Pietro Carbone ed altri che si sono raggruppati intorno al CI.RI. Cilento Ricerche, al Centro di Promozione Culturale per il Cilento e all’ARCI Postiglione, impegnati a recuperare e scoprire un mondo perduto, attraverso documenti, testimonianze e percorsi di vita  destinati altrimenti ad essere dimenticati. Fernando La Greca afferma che le fiabe interrompono la monotonia della quotidianità, dando l’illusione che l’impossibile non esiste ed esorcizzando il terrore dell’ignoto. Sono esse le armi con cui si è creata la “coscienza” dell’esistenza di un mondo in cui il male può essere vinto, in cui si può superare il proprio status di subalternità, rifugiandosi nella fantasia, in ciò che può essere ritenuto illogico, irreale.

E queste fiabe e racconti costituiscono l’anima del Cilento, fatta di miti e saperi che hanno fondato una cultura dell’oralità parlante e narrante, trasmessa di generazione in generazione, in cui leggende e costruzioni mitiche hanno dato vita molti personaggi reali e immaginari, un mondo magico ma anche un mondo reale in cui emergono gli eventi delle società, la vita quotidiana e i suoi costumi. Nella rappresentazione popolare, c’è la lotta “tra Bene e Male, il desiderio di liberarsi con qualche bella azione dalla miseria e dalla fatica, la Sciorta che perseguita e contro cui l’Uomo è condannato a lottare, la paura dell’Aldilà”. Sono fiabe e racconti con personaggi e situazioni fantastiche; novelle ambientate in situazioni sociali particolari con uno “svolgimento a intreccio”; favole con protagonisti gli animali che “rivestono vizi e difetti degli uomini”.

Vitantonio Feola, il cappuccino Giuseppe da Campora, u monaco per la popolazione, che lottò per il trionfo delle idee liberali, certamente può essere definito un personaggio leggendario, oggetto di racconto. Dopo l’Unità d’Italia, il 23 giugno del 1863, fu ucciso da Giuseppe Tardio, capo brigante di Piaggine. La sua storia è ancora impressa nei ricordi della gente, che parla diffusamente ru curdone ru monaco, tanto che oggi la piazza di Campora dove fu assassinato è a lui intitolata.

Un monaco di Campora fu preso dai briganti: era un frate cappuccino, si chiamava Giuseppe Feola. Si disse che il papa avesse ordinato di ucciderlo, perché in un libro quel religioso aveva accusato il potere temporale dei papi, contestando il ricorso alla scomunica. Giuseppe Feola era un uomo di cultura che sapeva destreggiarsi nelle carte, aveva un’infinità di libri ed era molto apprezzato in paese anche per la sua condotta morale. La gente parla di una presenza troppo scomoda. Il brigante Tardio fu incaricato di uccidere Giuseppe Feola. Nessuno aveva mai visto il brigante in paese, ma in quella circostanza si recò di persona a Campora per realizzare il delitto. A Piaggine, nella zona detta Campoluongo, arruolava i giovani. Venivano subito incaricati di uccidere qualcuno: era la loro iniziazione. A quel punto erano costretti a vivere per sempre da briganti. Tardio bussò di notte alla porta del monaco e usando un espediente lo prelevò e trascinò in piazza al cospetto del popolo. Fu inscenato un pubblico processo, durante il quale l’accusa fu di avere rapporti sessuali con donne della zona. Doveva essere screditato. Il dubbio rimase in parte della popolazione che non difese quell’uomo pio. Alcuni gridarono: – A morte! Non si sa perché, forse avevano paura dei briganti. Qualcuno ricorda una invettiva del monaco nei riguardi della popolazione: – Gli abitanti di Campora saranno scomunicati per sette generazioni! Si parla anche di un grido che uscì dalla sua bocca: – Viva l’Italia! L’esternazione delle sue idee liberali. Fatto sta che Giuseppe Feola fu ucciso.

La condotta del Tardio di processare ed uccidere pubblicamente il religioso aveva diverse finalità: da un lato quella di mostrare la potenza dei briganti che imperversavano in quei luoghi; dall’altro quella di affermare che il corso degli eventi doveva essere gestito dal potere locale e non da coloro che volevano sovvertirlo; infine quella di evitare di trasmettere storie esagerate ai posteri, quelle di un uomo pio fatto scomparire chissà per quali scopi.

La leggenda narra che il monaco non morì subito, nonostante i colpi subiti. Pur agonizzante restò vivo, ed allora Tardio si avventò con il suo coltello sull’uomo, poi recise il cordone del suo saio. Fu allora che Giuseppe Feola spirò.

Tagliare il cordone della vita ed al tempo stesso recidere il simbolo religioso era lo scopo. Molti restarono turbati. Perché il monaco, così importante in quella comunità, tardava tanto a morire? Era un santo o un demonio? Quell’atto simbolico di sottomettere Giuseppe Feola al volere dei briganti fece alimentare il suo mito. Giuseppe Feola non moriva e si opponeva al sopruso. Ed intaccava il prestigio dei briganti. La gente volle così trasmettere ai posteri il suo ricordo e alimentare così tante leggende.

Le leggende non raccontano mai dei fatti puramente inventati ma contengono anche una parte di verità che viene trasformata in fantasia, perché gli uomini vogliono scoprire sempre la causa dei fenomeni e cercano di spiegarli con l’immaginazione. Poi, tramandandoli di generazione in generazione, li fanno evolvere e modificare nel corso del tempo. Il significato del termine legenda si allarga al punto da includere il racconto che, pur riferendosi a personaggi, luoghi, epoche e avvenimenti reali, modifichi o deformi la realtà storica. E’ il caso di Vitantonio Feola, il monaco Giuseppe da Campora per la popolazione, che in maniera drammatica affronta il pericolo: rappresenta un personaggio non comune che attrae e permette una narrazione mitica. Qui la differenza tra leggenda e mito appare sfumata, soprattutto se gli elementi reali (l’uccisione del monaco) lasciano spazio alla fantasia (l’uomo che non  muore, se non quando gli viene reciso il cordone sacro). E soprattutto se per mito si intende l’idealizzazione di un evento o personaggio che assume proporzioni leggendarie nell’immaginario popolare.

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